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Morigi

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Renzo Morigi [1895-1962]

Tiro a segno



(gfc)
Giochi Olimpici del 1932. Quando mise a segno l’ultimo colpo aggiudicandosi la medaglia d’oro nel tiro con la pistola automatica, lo scarso pubblico presente sul poligono di Los Angeles – in massima parte formato da competenti e corpulenti poliziotti d’origine irlandese – proruppe in un applauso compiaciuto. Quell’italiano stempiato e dal fisico un po’ arrotondato, quasi uno di loro, meritava a pieno il nomignolo di “gun-man”, lo stesso che al ritorno in Italia venne tradotto in un più roboante e casalingo “mitragliatrice umana”.

Lorenzo Morigi detto “Renzo” era, a quel tempo, federale di Ravenna, carica che nel Ventennio sostituiva per nomina dall’alto quella elettiva di sindaco e alla quale era salito nel 1928, grazie soprattutto ai buoni uffici e all’influenza del concittadino Ettore Muti [1902-1943], poltrona che manterrà fino al 1933.

Fascista della prima ora, come si diceva, maggiore della MVSN, la Milizia del regime, venne in seguito chiamato a far parte del Gran Consiglio del PNF (1935-37) diventando per un periodo anche “vice” di Achille Starace alla segreteria del partito. Dal 1934 al ’39 fu anche presente alla Camera dei deputati per la XXIX Legislatura. Pur assolutamente privo di trascorsi sportivi, resta lui ad aver vinto la prima medaglia d’oro italiana nel tiro a segno ai Giochi (la seconda arriverà ... 64 anni più tardi per opera di Di Donna). Quella di Los Angeles poteva ritenersi la sua prima gara con la pistola, pur se nell’uso delle armi, come si vedrà, possedeva una certa dimestichezza.

Ai Giochi Morigi c’era arrivato per caso. Secondo una consolidata vulgata, il federale aveva deciso di presentarsi alle selezioni dopo averne letto per caso l’annuncio su un giornale abbandonato sui sedili del treno locale sul quale stava viaggiando. Altra versione, chiama in causa l’intervento di Cesare Grattarola, il camerata bolognese che Leandro Arpinati aveva imposto alla segreteria del CONI proprio in vista dei Giochi di Los Angeles.

Comunque siano andate le cose, il trentasettenne maggiore in camicia nera venne aggregato alla squadra olimpica che prese da Napoli la via del mare verso le Americhe sul piroscafo “Biancamano”. Uno dei 101 atleti chiamati a rappresentare l’Italia, i “ragazzi di Mussolini”, come si leggeva sui giornali del tempo. Tanto più che la centuria azzurra, prima di partire, era stata condotta in treno fino in Romagna per rendere omaggio al Duce che vi si trovava ai bagni con la famiglia. E poi, da lì, direttamente all’imbarco.

Una volta raggiunta la California, Morigi si rivelò imbattibile, dominando la prova assieme ai connazionali Matteucci (terzo) e Boninsegna (quarto). Dopo le tre serie regolari di tiro (6 colpi in 8 secondi) e una serie di spareggio (6 colpi in 6 secondi), si ritrovò alla pari con altri dieci tiratori. A un’altra serie di spareggio (6 colpi in 4 secondi) sopravvissero sei concorrenti, compresi i tre italiani. Al nuovo barrage (6 colpi in 3 secondi) Boninsegni sbagliò un tiro, imitato dallo spagnolo José Gonzalez Delgado e dal messicano Arturo Villanueva, classificandosi con loro ex-aequo in quarta posizione.

Con Morigi e Matteucci rimase in gara solo il tedesco Heinrich Hax. Le tre medaglie vennero assegnate da uno spareggio con altri 6 colpi da sparare in 2 secondi: bersagli sei sagome umane girevoli. Morigi non ne mancò nessuna, colpendo l’ultima proprio quando era già a metà della rotazione. Al telegramma compiaciuto di Mussolini, rispose con questo cablo: “Plauso Vostra Eccellenza è unica mia ragione di orgoglio”.

Personaggio secondario del violento fascismo emiliano, Morigi, “testa calda, sanguigno e spavaldo al pari di Muti, veniva considerato una specie di pericolo pubblico”. Nel ritratto che ne ha tracciato Arrigo Petacco (“Ammazzate quel fascista! Vita intrepida di Ettore Muti”, Mondadori, 2002) si legge: “Prepotente, rissoso, amante delle armi e abilissimo nel tiro con la pistola. Quando alzava il gomito, cosa che secondo i rapporti dei carabinieri gli accadeva spesso, era capace di uscire in strada e di fulminare a una a una, con la sua pistola infallibile, tutte le lampade dell’illuminazione pubblica. La gente assisteva intimorita alle sue bravate, ma nessuno osava protestare”.

C’è un episodio che da solo basta a tratteggiarne l’indole del futuro campione olimpico. Siamo nel settembre 1927. Il console Muti – che anni dopo sostituirà Starace alla segreteria del PNF – si trovava in piazza del Popolo, a Ravenna, e stava chiacchierando con altri gerarchi, quando gli si avvicina uno sconosciuto – un bracciante comunista di nome Leopoldo Missiroli – che, estratto un revolver, gli spara contro due colpi. Colpito al braccio e tra coscia e basso ventre, Muti stramazza a terra, in condizioni disperate. Verrà operato e salvato in extremis. Richiamato dal rumore degli spari, Morigi, che stava facendosi radere in una barberia vicina, uscì dal locale con la faccia ancora insaponata lanciandosi all’inseguimento del feritore. E, come ricostruisce Petacco, “fatti pochi passi, da vero professionista, piegò un ginocchio a terra, impugnò l’arma con due mani, prese la mira e abbatté l’attentatore con fredda precisione”.

Per quel gesto il futuro campione olimpico venne decorato di medaglia d’argento al valore. Quella d’oro gliela daranno qualche anno più tardi in California. Nato a Ravenna il 28 dicembre 1895, Morigi, superati indenne i difficili anni del dopoguerra, si è spento a Bologna il 13 aprile 1962.

(revisione: 20 Maggio 2013)
 

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