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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Camber

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Irene Camber [1926]
Scherma
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(gfc) Quando tornò a Trieste, dopo aver vinto la medaglia d’oro nel fioretto ai Giochi di Helsinki, la città – a quel tempo non ancora riconsegnata all’Italia e sul cui destino gravavano nubi gravide di fosche incertezze –, in un tripudio di bandiere tricolori visse una giornata di esaltato e febbricitante patriottismo. Idealmente la celebrazione di quella vittoria riconsegnava la città giuliana alla Patria. Era il pomeriggio dell’8 agosto 1952 e la corriera che la riportava Irene a casa faticava ad aprirsi la strada tra la folla che si assiepava attorno al capolinea di Piazza della Libertà. Una lussuosa auto americana l’accompagnerà fino alla sede della “Ginnastica Triestina”, da dove era partita molti anni prima per una carriera lunghissima, sovente interrotta ma sempre ripresa, che si sarebbe conclusa solo nel 1964, alla soglia dei quarant’anni.

Figlia dello scrittore Giulio, – un intellettuale che firmava come Giulio Barni e che per le sue idee fu perseguitato dal regime fascista (un diario del padre apparso nel 1935, “La Buffa”, venne sequestrato in tipografia appena pronto: il volume sarà ristampato solo nel 1950 da Mondadori) –, aveva iniziato quasi per caso, a otto anni, ma senza immaginare di essere una predestinata. Lei e la sorella Giulietta, avviate dalla madre alla ginnastica ritmica, l’avevano presto abbandonato optando per il fioretto allo scopo di non lasciare solo il fratello Riccardo che, fin troppo titubante, aveva iniziato a frequentare un corso di scherma, e potersi così ritrovare tutti assieme. Ma il sodalizio s’era rotto quasi subito e la piccola Irene era rimasta la sola in famiglia a calcare con impegno le pedane.

Nel 1940, quattordicenne, vinse la sua prima gara, un torneo regionale. Passata alla “Triestina” sotto le cure del maestro Carlo De Palma, nel 1942 raggiunse la finale dei campionati italiani, appena in tempo prima che il precipitare della guerra si portasse via tutto. Nel frattempo, rimasta orfana di padre, Irene s’era iscritta all’Università di Padova dove si laurea in chimica industriale, rinunciando alla più tradizionale laurea in lettere, strada quasi obbligata per le ragazze del suo tempo. Tornò ad impugnare il fioretto solo nel 1947 per un campionato universitario affrontato più con spirito goliardico che per vere ambizioni agonistiche. Ma sufficiente a convincerla a riprendere seriamente. Passata a Padova sotto le cure del maestro Guido Comini, selezionata per i Giochi di Londra 1948, preferì anteporre gli studi alla scherma, una scelta che condizionò tutta la prima parte della sua carriera. Ma non seppe dire di no alla successiva convocazione per la Finlandia.

Con quella scelta la sua prima grande vittoria internazionale coincise proprio con l’Olimpiade, appuntamento al quale si presentò a 26 anni compiuti (era nata nel febbraio 1926), ora allenata e rifinita dal maestro Dino Furio. Quasi all’una della notte tra il 27 e il 28 luglio, nella piccola palestra Westend immersa in un fitto bosco di betulle, lasciata quasi da sola (accanto a lei c’erano Velleda Cesari e pochi altri italiani della delegazione), dopo dieci ore di gara la triestina affrontò nello spareggio per il titolo l’anziana ungherese Ilona Schacherer-Elek, una coriacea mancina considerata la più grande fiorettista della storia: già campionessa olimpica a Berlino, s’era riconfermata a Londra dodici anni più tardi. Ora, a 45 anni suonati, cercava quella terza medaglia d’oro persa per le due Olimpiadi cancellate dalla guerra. E parve averla trovata dopo i primi due assalti e, ancora di più, quando si portò in vantaggio per 3 a 2 (a quel tempo la vittoria, per le gare femminili, si assegnava alle 4 stoccate). Ma non ebbe il tempo di abituarsi all’idea che dovette arrendersi a due intuizione, tanto azzardate quanto fulminee, della triestina che già l’aveva sconfitta nel girone finale e che la superava ancora. E definitivamente.

Da campionessa olimpica –, la seconda italiana a riuscirci dopo Ondina Valla –, Irene Camber Barni (il secondo cognome preso a ricordo del padre morto in Albania durante la guerra) proseguì sulla strada delle affermazioni vincendo il titolo mondiale individuale 1953, a Bruxelles, e quello a squadre nel 1957, a Parigi. Nel frattempo s’era sposata e trasferita per lavoro a Milano (dove la seguirà in pedana il maestro Enzo Angelini) e, per di più, aveva dovuto ridurre considerevolmente l’attività per le maternità. Anche l’introduzione del fioretto elettrico, con il mutato rapporto velocità-potenza che imponeva, aveva avuto il suo peso nell’indirizzarla verso le più rassicuranti e tranquille competizioni a squadre. E proprio con le squadre olimpiche otterrà ancora una medaglia di bronzo a Roma e un quarto posto a Tokyo. Come detto, la sua carriera si chiuse in Giappone, anche se non erano in pochi a reclamarla ancora in squadra al Messico, quando era ormai da tempo commissario tecnico per il fioretto femminile.

L’olimpionico Antonio Spallino, con la sua prosa felice, ne tratteggiò in seguito un affettuoso ritratto: “Era una autentica mula, secondo l’espressione gergale della sua Trieste. Incrociai con lei il ferro qualche volta in ‘Comense’, in occasione delle sue venute a Como per disputare il ‘Fioretto d’Argento’, trovandola una roccia in difesa, risolutamente potente in attacco, salda nel bello stile italiano. Qualche anno dopo fui felice di fungere da suo testimone di nozze, accanto al fratello, altrettanto generoso e assai fine giurista, scomparso purtroppo poco dopo. La loro ascendenza, d’altronde, risaliva alla stagione degli Svevo e degli Stuparich, grazie a un padre che sotto lo pseudonimo di Giulio Barni aveva annotato e pubblicato un suo umanissimo diario di guerra”.

(revisione: 18 Marzo 2012)
 

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