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Santelli

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Italo Santelli [1866-1945]

Scherma




(gfc) Eccelso maestro di scuola livornese, ma ligure di nascita, trasferitosi in Ungheria alla fine dell’Ottocento, è stato il creatore della tradizione ungherese della sciabola. Non alto di statura, ma muscolato e potente, ai Giochi di Parigi del 1900 venne battuto dal casertano Antonio Conte nella finale di spada riservata alla categoria Maestri (all’epoca gara olimpica a tutti gli effetti: secondo le norme del CIO, la scherma era il solo sport per il quale non valeva la messa al bando dei professionisti). Ma sulle carte della storia olimpica il suo nome resta associato alla bandiera del Regno d’Ungheria.

La sua vita con il ferro in mano non differì molto da quella di altri celebri italiani che insegnarono a tutto il mondo i segreti delle pedane. Secondo quanto ha scritto il maestro friulano Giovanni Franceschinis, che tenne celebre scuola a Vienna, all’inizio del ‘900 non erano meno di 42 i maestri italiani attivi nelle più importanti città del tempo, particolarmente nell’impero asburgico e nelle due Americhe. Dopo aver frequentato, su invito diretto di Masaniello Parise, la Scuola Magistrale di Roma (assieme, tra gli altri, ad Agesilao Greco, Vincenzo Drosi e Angelo Torricelli), ed essersi perfezionato con Giuseppe Radaelli alla Scuola di Applicazione di Firenze, sul finire dell’Ottocento si impose in numerosi importanti tornei all’estero (a Londra nel 1890, a Budapest nel 1893, ecc.). 

Nel maggio 1896 tornò in riva al Danubio per disputarvi, e vincere nella sciabola, la grande Giostra organizzata per celebrare i mille anni del regno di Santo Stefano. Al termine delle gare (cui presero parte 232 schermidori di tutta Europa) venne invitato dall’ammirato ministro della guerra magiaro a restare a Budapest per insegnare l’arte italiana agli ufficiali ungheresi. Da allora la sua vita prese un’altra piega che se segnò il destino. Lasciato l’incarico di maestro assaltatore presso il “1° Reggimento Granatieri”, il trentenne e aitante Santelli aprì a Budapest una sala d'armi che divenne, in breve, la più celebre e frequentata di quel paese.

Visto il successo riscosso, e le cifre che lo accompagnavano, per farsi aiutare nell’insegnamento chiamò dall'Italia altri colleghi, come lo stesso Torricelli che lo seguì lasciando il “Savoia Cavalleria”. Si fece anche raggiungere da suo cognato, il maestro fiorentino Prucher (il quale, poco dopo, si sarebbe trasferito al Cairo per addestrare la “Guardia del Sultano”) e dal più giovane fratello Orazio che, dopo il torneo olimpico del 1900, preferì andare per la sua strada stabilendosi a Praga. 

In quegli anni Santelli si adoperò a fare della sciabola ungherese la prima del mondo, adattando alle caratteristiche dei suoi allievi i dettami di matrice italiana, ai quali in Patria si riconoscevano meno nobili natali rispetto al fioretto o alla spada, quest’ultima ritenuta la vera arma aristocratica della scherma, quella più genuinamente nazionale. I suoi insegnamenti vennero seguiti e assimilati con successo. Tanto che nella sciabola a squadre i magiari vinsero ai Giochi Olimpici 46 incontri di fila tra il 1924 e il 1964, anno nel quale vennero alfine superati proprio dagli italiani che, 40 anni, prima avevano inferto loro l’ultima sconfitta.

Tra i suoi allievi più noti figurarono gli olimpionici Sándor Posta, János Garay, Sándor Gombos, Gyula Glykais, Endre Kabos e l’inossidabile Aladár Gerevich capace, tra il 1932 e il ’60, di collezionare ai Giochi sette medaglie d’oro, una d’argento e due di bronzo. Lo stile italiano di Santelli venne assimilato e adattato al temperamento magiaro, più aggressivo anche se molto meno estetico in pedana. Impostati in guardia alta, quasi all’impiedi, gli sciabolatori ungheresi – per generazioni – si sono distinti per quegli attacchi folgoranti di primo tempo, mai prevedibili, che variavano in funzione della distanza dall’avversario.

A Parigi il maestro tornò ancora nel 1924 con la squadra ungherese. E fu involontario protagonista di un episodio passato alla storia. I fatti. Nella finale del fioretto a squadre si rinnova il duello tra francesi e italiani, una rivalità antica, ora alimentata da tensioni politiche. Erano i giorni cupi del delitto Matteotti e nella Francia “gouchista” l’aria per gli italiani era molto pesante. Al quinto assalto, con i francesi in vantaggio per 3 a 1, Lucien Gaudin e Aldo Boni sono sul 4 pari: i giurati assegnano il punto al francese. Boni protesta vivacemente contro il giudice, l’ungherese György Kovacs il quale, a sostegno del proprio operato, invoca il parere di Santelli. Pur con qualche riluttanza Santelli dà ragione a Kovacs. A quel punto, intonando a squarciagola “Giovinezza”, gli italiani abbandonano la sala e non si ripresentano neppure per la successiva prova individuale.

L’incidente ebbe una coda velenosa. Rientrati in Italia, i nostri schermidori – cui pesava non poco l’aver dovuto rinunciare ad una medaglia alla loro portata, e proprio in casa degli odiati francese – accusarono Santelli di aver testimoniato il falso per vendicarsi del “cappotto” subito contro gli azzurri dai suoi allievi. Il focoso giornalista napoletano del Corriere della Sera Adolfo Cotronei [1878-1950], elegante e forbito esteta dello sport, innamorato della scherma, raccolse quello sfogo e non perse l’occasione di gettarsi nella mischia, sfidando a duello il sessantaduenne Santelli, non senza averlo marchiato sul giornale: “Lui Italo? No, lui dovrebbe chiamarsi Ungaro”.

La sfida venne raccolta, ma poco prima dello scontro il figlio di Santelli, il ventisettenne Giorgio – invocando una norma dell’antico codice cavalleresco – chiese di potersi battere al posto del padre. Detto fatto. Il duello tra Giorgio Santelli e Cotronei si svolse ad Abbazia, ma venne interrotto dopo qualche minuto dai medici a causa di una profonda ferita al capo riportata dal giornalista. Né molto meglio era andata a Cotronei in un’altra sfida impossibile, quella contro Nedo Nadi, quando solo … un bottone delle mutande l’aveva salvato dal fioretto del principe delle pedane!

Scampato il pericolo, circondato dal calore di stima e rispetto, Santelli non lasciò mai più l’Ungheria, terra dove riposano le sue spoglie dopo che la morte lo aveva colto nel crollo, sotto un bombardamento, della casa in cui aveva cercato riparo. La sua opera fu proseguita proprio dal figlio Giorgio [1897-1985] che, nato sulle rive del Danubio, non ripudiò mai la sua ascendenza italiana, tanto da venire selezionato per i Giochi di Anversa dove riuscì a vincere, nella prova di sciabola a squadre, quella medaglia d’oro ch’era sfuggita al padre. All’inizio degli anni Trenta Giorgio si trasferì negli Stati Uniti dove, diventato ormai per tutti George, fece ancora scuola, imponendosi per molti anni nei campionati nazionali. Nel 1948 sarebbe stato lui a preparare la squadra americana di scherma per i Giochi di Londra.

(revisione: 17 Febbraio 2015)
 

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