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De Morpurgo

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Hubert Luigi de Morpurgo
[1896-1961]


Tennis

humbert_de_morpurgo


(gfc)
È ancor’oggi il solo tennista italiano ad aver vinto una medaglia ai Giochi Olimpici. Sia pure di bronzo. Accadde nella ruggente Parigi del ‘24 –, quella fotografata nel raffinato “Chariots of Fire” di Hugh Hudson, il film che nel 1981 strizzava l’occhio alle vicende dello studente ebreo Harold Abrahams e dell’efebico marchese di Exter –, quando l’aristocratico e bizzoso barone, battuto in semifinale dallo statunitense Vincent Richards (poi vincitore del torneo e, tra i primi, ad abbracciare il professionismo nel tennis), riuscì a superare per il terzo posto, in cinque combattutissimi set, il “basco volante” Jean Borotra, incontrastato alfiere dei celebri “Moschettieri” di Francia.

Il ventottenne de Morpurgo [a sinistra nella foto], per vincere quella medaglia, non aveva dovuto neppure recarsi a Parigi. Dal momento che vi risiedeva da tempo, ospitato in un albergo degli Champs-Élysées. Scovato in quella lussuosa residenza dal conte Alberto Bonacossa – all’epoca factotum dell’agonizzante Comitato Olimpico italiano, ridotto allo stremo dalle conseguenze politiche del delitto Matteotti che avevano provocato le dimissioni e la fuga del suo presidente, il sottosegretario agli interni Aldo Finzi (destinato, in seguito, a perire alle Fosse Ardeatine) –, de Morpurgo venne convinto, non facilmente, ad aggregarsi alla squadra olimpica italiana poco prima che iniziasse il torneo di tennis. Non per nulla, ed è questo un fatto, la sua compagna di doppio misto, Giulia Perelli, gli venne presentata solo al momento di scendere in campo. Un galante baciamano e via a giocare.

Giocatore dal difficile carattere, ma anche da una personalità prorompente, facilmente irritabile nella vita come nel gioco, tanto aggressivo sul campo quanto polemico ai bordi del campo, sempre disponibile alla lite e dal comportamento sportivo non sempre irreprensibile, de Morpurgo è stato il più forte giocatore italiano di tennis tra le due guerre. Più a suo agio sulla terra che sull’erba (che pure, a lungo, aveva praticato negli anni giovanili trascorsi in Inghilterra), è rimasto ininterrottamente primo nelle classifiche nazionali dal 1925 al ‘32, oltre che – nel trienno 1928-30 –tra i “primi 10” del mondo, quando le classifiche di merito erano frutto di ponderate riflessioni umane e i giudizi finali nulla avevano da spartire con la fredda lucidità dei computer dei nostri tempi.

Il barone Hubert Luigi de Morpurgo era venuto alla luce - nell'anno della prima Olimpiade - nella cosmopolita e brillante Trieste di fine Ottocento –, quando la città giuliana figurava ancora come il principale sbocco a mare dell’Impero degli Asburgo. Rampollo di una ricca famiglia ebraica askenazita, padre di nazionalità austriaca, madre appartenente alla piccola e chiusa nobiltà campestre britannica. Tanto, che proprio grazie all’ascendenza materna aveva potuto trascorrere anni di studio ad Oxford. Ma già dal primo dopoguerra, tornata Trieste all’Italia, da apolide, aveva preso a vivere abitualmente nel lusso dei grandi alberghi, spostandosi tra Londra e Parigi, o tra le località termali alla moda, trascorrendo più tempo nei salotti che sui campi, aggrappato più alla sigaretta che alla racchetta. E, per mantenere e ravvivare quel tratto di internazionalità mondana cui teneva tanto, aveva finito con l’impalmare una appariscente e biondissima signorina di nazionalità austriaca. Con la quale, sussurravano le cronache rosa del tempo, i litigi erano tanto frequenti quanto chiassosi e chiacchierati.

Naturalizzato alfine italiano nel 1923, il giovane barone si fece, da subito, elemento inamovibile, oltre che capitano un po’ tiranno, della piccola squadra azzurra di Davis, collocandosi di diritto al centro di quel mondo irrequieto, un po’ snob e un po’ pettegolo, che si agitava attorno ai campi da gioco della Penisola. Ma anche rendendosi protagonista di prestazioni di eccellente qualità e notevole spessore tecnico. Come capitò nel 1928 quando fu lui il primo italiano a raggiungere i “quarti” sull’erba di Wimbledon. Cedendo la parola alle statistiche, si può ricordare che nel decennio che va dal 1923 e il ‘33 de Morpurgo ha disputato 79 incontri di Coppa Davis, 53 dei quali in singolare, vincendone non meno di 55. Anche questa resta una media da record.

Si può anche riferire una curiosità, un vezzo che sottolinea con la matita rossa la bizzarria del suo temperamento: de Morpurgo si è sempre rifiutato di giocare per il titolo italiano, ritenendo quel torneo di scarso impegno e, glielo si conceda, … già vinto in partenza. Neanche a dirlo, figura anche finalista della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputati nel 1930, e organizzati sui campi del “TC Milano”, progettati e finanziati proprio dal conte Bonacossa.

Contemporaneamente, nel piccolo cielo del tennis italiano, saliva in quegli anni la stella di un giovane veronese, ma romano d’adozione: Giorgio de’ Stefani [1904-1992], che aveva iniziato a giocare sul campo fatto costruire dal padre nella villa di famiglia. De Stefani possedeva la rara caratteristica di saper impugnare altrettanto efficacemente sia di destro che di sinistro: in grado, quindi, di poter disporre di due diritti. Sebbene sia stato per un solo anno campione italiano (nel 1930), de’ Stefani ha ottenuto risultati di prestigio sia in Coppa Davis che nei grandi tornei oggi raccolti nel “Grande Slam”: tanto per ricordare, nel 1932 è stato finalista al Roland Garros, battuto a fatica da Henri Cochet.

Giocatore di buon livello internazionale, del barone de’ Stefani sarà rivale e sodale, un po’ allievo e un po’ vittima. Ma mai compiutamente amico. I due s’erano incontrati per la prima proprio nel 1923, durante un torneo in Svizzera. Ed era stato proprio il più giovane Giorgio, al rientro in Italia, a segnalarne il nome alle autorità sportive di casa. Anche se in un primo momento – ricorda de’ Stefani nelle sue memorie – ad una precisa domanda, il barone aveva risposto, quasi infastidito: “Je souis tchecoslovaque!”.

In seguito de’ Stefani ha vissuto una bella e lunga stagione dirigenziale, battendosi con discrezione e costanza per riportare il suo sport ai Giochi. Presidente della Federazione Tennis dal 1958 al ’69, sin dal 1951 era diventato membro del CIO, incarico mantenuto fino alla morte: con oltre quarant’anni di militanza, resta lui l’italiano con la più longeva permanenza all’interno dell’organismo olimpico. Protagonista centrale dello sport nazionale, dal tratto tanto nobile e signorile quanto riservato e modesto, per oltre mezzo secolo membro della Giunta del CONI, Giorgio de’ Stefani è stato testimone e attore di sessant’anni di vicende sportive italiane. Ha lasciato le sue memorie in un prezioso (e introvabile) volume dalla modesta veste grafica, stampato in proprio in occasione del 75° compleanno. Alla sua morte, il figlio Emanuele ha donato al CIO l’enorme archivio del padre, trasferendolo a Losanna. Una riprova (ce n’è forse bisogno?) dello scarso interesse per il proprio patrimonio storico e culturale che caratterizza lo sport nazionale.

Sul piano sportivo, riuscì proprio a de’ Stefani di battere per primo de Morpurgo in Italia. Un affronto che molto fece irritare il barone. Con conseguenze inattese: un episodio che meglio di altre considerazioni aiuta a tratteggiare il temperamento del triestino. Al termine dell’inattesa vittoria, come dettava buona creanza e cavalleria, il mite de’ Stefani si avvicinò alla rete con la mano tesa e un sorriso tra l’intimidito e il compiaciuto. Il furibondo barone ebbe una reazione ben diversa, del tutto inattesa, e “lo lasciò in mezzo al campo allibito, con la mano tesa e una guancia arrossata, per uno schiaffo preciso e violento quanto uno dei suoi diritti”. Una versione forse un po’ fantasiosa dell’episodio. Più edulcorata, pare, quella fornita dalla incolpevole vittima, che con signorilità ricordava soltanto come de Morpurgo, seccato, si fosse limitato a non rivolgergli la parola per alcuni mesi.

Ma capita che anche gli eroi se ne vadano. E pochi li ricordano. Alla morte del focoso barone, per volontà dell’allora presidente della federtennis Luigi Orsini, un piccolo slargo di Roma posto alle propaggini di Villa Ada venne intitolato al solo tennista italiano capace di vincere una medaglia olimpica. È rimasto, quello, l’unico omaggio alla sua memoria. In tempi recenti, quando si trattò di inaugurare il nuovo “Centrale” del Foro Italico, l’impianto venne inopportunamente dedicato al vivente Nicola Pietrangeli (con la stessa, deprecabile logica, applicata da Walter Veltroni quando, da sindaco della Capitale, pretese di dedicare lo splendido “Stadio delle Terme”, nato per l’atletica, al ... telecronista del calcio Nando Martellini – persona degnissima, beninteso, ma che mai vi pose piede – e non a Bruno Zauli, l’artefice primo del successo dei Giochi Olimpici di Roma ‘60 che ne aveva propugnato la costruzone). Così, per il “Centrale”, nella fretta della festa, tra nani e ballerine, pensiamo, nessuno s’era ricordato di Hubert de Morpurgo o, perché no, di Giorgio de’ Stefani. E di quell’epoca, romantica e nobile a un tempo, che entrambi avevano animato con distacco e buon gusto, in blazer e immacolati pantaloni lunghi.

(revisione: 10 Giugno 2014)

 

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