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Bottino

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Filippo Bottino [1888-1969]

Sollevamento Pesi


(gfc)
Non era certo Gargantua, quel giovanottone dal giro di vita un po’ abbondante, capace di vincere per l’Italia la prima medaglia d’oro olimpica nel sollevamento pesi. Ma si faceva rispettare per la stazza che sfiorava i 100 chili, anche se nell’insieme mostrava un aspetto pacioso, rassicurante e un carattere fin troppo bonario. Un buon giovane, insomma, si diceva, un cuor d’oro. Si era nel 1920: la guerra era finita da un anno e mezzo, la vita riprendeva tra malesseri e incertezze, le une e le altre alimentate dai continui scioperi, mentre cominciano a vedersi in giro i primi manipoli in camicia nera e manganello.

I Giochi – come aveva da tempo stabilito de Coubertin – riprendevano il loro cammino dalla martoriata Anversa, in un clima fin troppo austero, con i lutti e i risentimenti ancora vividi, immersi una cornice di spettatori tra i quali spiccano, in prevalenza, le divise militari. Non per nulla, tanto per rimanere in clima, nel tiro con la pistola o con la carabina erano in programm
a non meno di ventuno gare, una follia per fortuna mai piĂą neppure avvicinata.
 All’epoca di quei Giochi austeri – ai quali gli italiani poterono partecipare solo grazie a una sottoscrizione popolare – Filippo Bottino aveva passato di poco i trent’anni. Per vivere faceva l’operaio alla manifattura tabacchi, ma praticata i pesi sin dai 17 anni. E con un certo successo. In Belgio venne iscritto nella categoria dei pesi massimi il cui limite, a quel tempo, era collocato ad appena 82,5 chili corporei.

La pesistica, assieme alla lotta, era disciplina che riscuoteva interesse e attirava molti praticanti, reclutati per lo più tra le classi più umili. Con il bilanciere si cimentavano gli operai, ma era esercitazione incoraggiata e praticata anche nelle caserme dei vigili del fuoco. Il nome di Bottino, genovese di nascita quando Genova – in uno con Milano – era capitale della pesistica italiana, balza alla ribalta nel novembre 1913 con la conquista del primo titolo italiano. Quella vittoria lo consacrava come l’uomo più forte d’Italia e tale si confermerà, anno dopo anno, fino al 1922, imponendosi in tutti i campionati tricolori ai quali prenderà parte durante quel decennio. Surclassando anche il milanese Giuseppe Tonani, destinato a succedergli.

Le gare di sollevamento pesi ad Anversa si svolsero all’aperto, ospitate – secondo l’uso – sul prato del “Beerschoot Stadium”. Le categorie previste erano cinque. Per la verità va detto che erano assenti i maggiori sollevatori del tempo, per lo più appartenenti a Germania e Austria le quali, come nazioni sconfitte nella Grande Guerra, erano state escluse dai Giochi. Circostanza della quale seppero approfittare gli italiani che, oltre la vittoria di Bottino, riportarono una medaglia d’argento nei medi con Pietro Bianchi e due quarti posti con Luigi Gatti (nei Piuma) e Giulio Monti (nei Leggeri).

Si può qui ricordare – senza voler togliere spazio al valore di Bottino – che l’argento di Bianchi fu vinto in maniera singolare, unica nell’intera storia olimpica: l’azzurro aveva concluso la gara al secondo posto con un totale sollevato di 235 chili, ma alla pari con lo svedese Albert Pettersson. Secondo il regolamento del tempo, per assegnare le medaglie si rese necessario uno spareggio nel corso del quale entrambi i contendenti sollevarono 107,5 chili. A quel punto, visto vanificato il ricorso al “lift-off”, Bianchi propose di giocarsi le medaglie al lancio della monetina: cosa che puntualmente avvenne e che premiò l’intraprendente italiano.

Ma torniamo a Bottino e alla sua gara, vinta davanti a cinque concorrenti, tutti europei. Un bizzarro regolamento prevedeva per quell’anno la somma di tre esercizi: strappo a un braccio, slancio con il braccio opposto, slancio a due braccia. Il genovese sollevò 70 chili con il sinistro, 75 con il destro e 120 con entrambe le braccia, per un totale di 265 chili, cinque in più del secondo, il lussemburghese Joseph Alzin. Della permanenza di Bottino ad Anversa si tramanda un episodio che, da solo (se realmente accaduto …), basterebbe a sottolineare la bonomia e l’ingenuità del genovese.

Una storia raccontata da Cesare Bonacossa nel libro di memorie dedicato al padre Alberto, senza peraltro fare il nome del “campione dei pesi massimi” coinvolto. I fatti. Era sorta una disputa tra quest’ultimo e un gruppo di schermidori che, a dire del “campione”, non avrebbero potuto dirsi veri atleti per via della muscolatura tutt’altro che prestante. Affermazione che suscitarono le ripicche del più giovane dei Nadi, il focoso Aldo, che, con malizia tutta livornese, propose di risolvere la faccenda sul campo. Scrive Bonacossa: “Il sollevatore di pesi alzò divanzi allo schermidore una trave enorme. Tutti ammutolirono; ma non appena un arbitro diede il via allo scontro, Aldo Nadi scattò fulmineo. Un sibilo e il gigante mollava immediatamente la trave agitando freneticamente le mani e portandosele, come un bambino, alla bocca. Il frustino dello schermidore le aveva colpite con precisione millimetrica, disarmandole. Ci si bevve sopra e da quel giorno gli atleti pesanti ebbero in considerazione gli schermidori”.

Ad Anversa la carriera di Bottino toccò il culmine. Ci fu il tempo perchè la sua strada incrociasse ancora quella di Alzin, il 5 giugno del 1922, quando l’italiano sollevò 116 kg nella distensione a due braccia superando di due chili il record mondiale che apparteneva proprio al lussemburghese. L’ultimo squillo. Ormai il genovese, “uomo laborioso e onesto”, poteva avviarsi senza rimpianti sul viale del tramonto. Ma due anni più tardi avrebbe fatto ancora in tempo a prendere parte ai Giochi di Parigi dove, relegato in una parte secondaria, fu costretto a passare la mano e il titolo olimpico dei massimi proprio al milanese Tonani, un gigante vero che lo sopravanzava almeno di una diecina di chili corporei.

(revisione: 10 maggio 2014)

 

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