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Greco di Chiaromonte

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Agesilao Greco [1866-1963]

Scherma



(gfc)
I contemporanei lo definirono il “più grande schermidore di tutto il mondo”. Ebbe in sorte una esistenza lunga ed avventurosa, frequentò principi e governanti, piegò le migliori lame d’Europa e delle Americhe, amato dal pubblico che accorreva numeroso alle sue accademie, rispettato e temuto, ma anche esacrato dagli avversari. Dette vita a sfide memorabili, sopravvisse a numerosi duelli, creò il mito della spada da terreno all’italiana, inventando uno stile e un metodo che ha segnato un’epoca e scritto pagine di agonismo.

Assieme al livornese Eugenio Pini [1859-1939] e al napoletano Masaniello Parise [1850-1910], questo nobile siciliano dal carattere irruento e guascone, va annoverato tra i principali esponenti della romantica scherma di fine Ottocento, e non soltanto per quel suo leggendario, e mai svelato a pieno, “colpo segreto”, capace di disarmare qualsiasi avversario, anche il più agguerrito e acculturato alla nobile arte della scherma.

Agesilao Greco dei marchesi di Chiaromonte nacque in Sicilia, a Caltagirone, all’indomani dell’epopea garibaldina, cui il padre Salvatore [1835-1910], – che un busto eretto nel 1926 immortala al Pincio –, aveva partecipato con slancio, dal Volturno all’Aspromonte, fino a Mentana. Di statura media, gli anni di collegio a Catania equitazione e ginnastica avevano scolpito il fisico del giovane Agesilao, dotandolo di muscoli poderosi. Fino a quando il giovanotto trovò nella scherma la palestra ideale per temperare un carattere, che fino agli ultimi suoi giorni di vita, conservò ribelle, focoso, impetuoso. 

Anche per le ascendenze familiari, si sentiva un aristocratico, e a tale stato si confaceva. Il primo alfabeto schermistico lo apprese dal maestro Vigliotti a Caserta, ma già nel 1884, a 18 anni, veniva dichiarato “maestro civile” vincendo l’unico posto messo a concorso dalla Scuola Militare di Roma, dove il giovane si trovava come “sergente di artiglieria da fortezza” di stanza a Castel Sant’Angelo. Alla Scuola, che frequentò nel biennio 1886-87, incontrò il grande Carlo Pessina che ne intuì le qualità non comuni, facendone l’allievo prediletto.

A suo maggior titolo va ascritta l’affermazione della scuola italiana della spada, per la cui primogenitura disputò a lungo con i francesi affidando le proprie tesi al saggio “La spada e la sua disciplina”, pubblicato nel 1912 (testo che seguiva, e in parte confutava, il “Trattato pratico e teorico sulla scherma di spada” che Pini aveva dato alle stampe nel 1903). All’indomani della vittoria degli spadisti italiani sui francesi ai Giochi di Amsterdam affidò ad un telegramma la sua esultanza patriottica: “Partecipo con tutta l’anima magnifica vittoria italiana da me per trent’anni con immutabile fede auspicata”.

Affiancato sovente dall’altrettanto irrequieto fratello Aurelio [1879-1954], - che però avrebbe presto abbandonato le pedane per cercare ispirazione e affermazione nella pittura –, muovendo dalla Accademia di famiglia (rilevata a Roma, sul finire dell’Ottocento, dal fondatore, il maestro d’armi Emanuele di Villa Bianca, ancora oggi attiva in via del Seminario, a due passi dal Pantheon, ora condotta da un pronipote), Greco si esibì per oltre mezzo secolo sulle piazze più rinomate d’Europa e delle due Americhe. Concluse la carriera quasi settantenne, nel 1934, con un ultimo assalto alla sciabola contro l’ungherese Endre Kabos che di lì a poco avrebbe vinto la medaglia d’oro ai Giochi di Berlino, ai danni del giovane livornese Gustavo Marzi.

Agesilao Greco, un nome squillante come quello d’un antico re spartano, non aveva mai esitazioni. Non si lasciava intimidire nè dal numero o dalla pesantezza degli scontri, nè tampoco dalla fama di chi si trovava a dover fronteggiare. A partire dal 1887, poco piĂą che ventenne, il suo nome divenne noto anche fuori dei confini patri: bastava che apparisse sul cartellone per smuovere interesse e passioni. Tra le tante serate che lo videro protagonista, egli ricordava volentieri la festa d’armi tenuta al “Politeama” di Palermo, quando per un paio d’ore incrociò il fioretto con dozzine di avversari che si alternavano in pedana, uscendo sempre vittorioso. Erano esibizioni che il pubblico, fossero nobili o borghesi, apprezzava fino all’entusiasmo. 

Nell’89, al termine di un ennesimo vittorioso torneo romano ricevette il premio dalle mani del re Umberto. “Come avete fatto a diventare imbattibile?”, gli chiese compiaciuto il monarca. “Pochi libri, ma buoni, e molto ferro, maestà”, fu la risposta, fulminea come un fendente. Una quarantina d’anni più tardi, interpellato da Mussolini: “Quanti anni ha, Greco?”, rispose: “Non ho anni, io: ho solamente forze, eccellenza”.

Per Greco la scherma era una sfida continua. La sua arma preferità restò sempre la spada da terreno, l’arma tipicamente italiana (“coccia decentrata e lama triangolare, rigida”). La praticò quotidianamente, studiando per superarsi, sperimentando, affinando qualità innate con geniali intuizioni dinamiche che dispensava ai suoi allievi, ma anche affidava alle pagine dei trattati che ha lasciato: tra gli altri, “La spada nella sua realtà” (1930) e “La didattica della scherma di spada” (1940). Quando venne costituita la “Confederazione Italiana Scherma”, nel giugno 1909, fu presente all’atto, ma volle restare estraneo alla struttura, rifiutando qualunque incarico al suo interno: purtuttavia contribuì spesso alla vita federale con frequenti crediti personali.

Una prestanza fisica rispettabile malgrado una statura tutt’altro che imponente, la rapidità dell’attacco, l’inclinazione naturale, le intuizioni e le risposte fulminee, la malizia che si faceva arte sottile: queste le qualità che ne consacrarono la fama. In quegli anni di belle époque l’arte schermistica di Greco trovò modo di sublimarsi anche in memorabili assalti accademici, scontri contro i più celebrati maestri francesi, contro Louis Mérignac e suo figlio Lucien, col grande mancino Rue, con Adolphe Rouleau e Prévost. Meno amava confrontarsi con le migliori lame italiane del suo tempo. Secondo quanto riporta uno dei suoi biografi, il maestro Gianni Tomasetig, tra il 1887 e il 1934 Greco avrebbe affrontato in incontri ufficiali (cioè, annunciati e registrati dalla stampa) 465 sfide, delle quali 353 contro rivali italiani, 112 contro stranieri.

Non si rifiutava, non si sottraeva mai alle sfide, anzi le sollecitava in esibizioni che oggi appaiono incomprensibili, come la pericolosa scherma di bastone, ma che allora muovevano folle e suscitavano interesse. Nel 1893, al “Madison” di New York, trionfò in un estenuante torneo a cavallo durato tre giorni. Nel 1896, anno delle rinnovate e ignorate Olimpiadi di Atene, dopo un torneo vinto a Parigi, venne premiato dal presidente François Faure, mentre il Figaro chiosava “Greco, un giovane maestro dotato d’una potenza, originalitĂ  ed eleganza semplicemente meravigliosi ...”. Personaggio tra i piĂą popolari di quell’Italia che doveva ancora maturare i suoi destini nelle trincee del Carso, incrociò le lame di molti avversari, ma contò anche tanti estimatori. 

Nei primi anni del nuovo secolo si traferì in Argentina per insegnare, restandovi fino al dicembre 1908. Quando nel 1904 sposò la nobildonna Valentina Diaz de Castillo, una figlioccia dell’ex presidente della repubblica, il generale Julio A. Rocha, quest’ultimo gli donò per le nozze una spada dall’impugnatura d’oro che recava incisa la frase: “All’insuperato campione della scherma italiana”.

(revisione: 4 marzo 2014)

 

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