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Piste&Pedane / Salto in alto, l'evoluzione della specie

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Giovedì 13 Gennaio 2022

 

tamberi-gambone 


Quarta puntata della nostra riscrittura delle cronologie dei primati nazionali: questo capitolo è dedicato al Salto in alto, uno dei gesti più istintivi ma anche dei più affollati di storie e di uomini, per oltre un secolo e 72 centimetri da scalare.

Gianfranco Colasante

Cronologia italiana del Salto in alto

Alla fine ne è uscito quasi un trattatello. Non solo un omaggio al titolo olimpico di Gianmarco Tamberi, ma anche una rievocazione su quanti, in poco più di un secolo, lo hanno preceduto sulla via del primato nazionale. Quarto contributo della serie (dopo le tre distanze basi della pista), questo è il capitolo dedicato al Salto in alto, forse l’esercizio più istintivo dell’intero registro dei concorsi.

Un articolato percorso che si dipana dall’iniziale 1.67 ottenuto da Carlo Andreoli nel 1913 fino al 2.39 di Gianmarco nella serata magica/tragica di Montecarlo nel 2016. Di mezzo una teoria di nomi, di storie e di eventi. Ma prima, una premessa. Non nuova, ma che mette conto rammentare ogni volta che volgiamo lo sguardo al passato.

L’ho detto e non mi stanco di ripeterlo. Queste rievocazioni non sono e non vogliono essere confuse con la “storia” delle varie specialità che restano ancora da scrivere. La storia dello sport in genere, e dell’atletica in particolare, purtroppo non ha da noi quasi cultori e, soprattutto, non suscita interesse. Interesse che spesso naufraga proprio su quell’incerto confine tra cronaca e passato più o meno lontano. Con raffronti al cui supporto, in genere, mancano analisi e valutazioni non solo temporali, ma che necessariamente devono contemplare cornici sociali, economiche, politiche, culturali, di costume e di ambiente. Quando non inquinate da specifiche scelte di campo e di pensiero.

Ci sarebbe di contro da riscoprire una continuità che parte da lontano e che, come onda lunga, spiaggia ai giorni nostri, su quel febbricitante presente che invece ritiene di possedere le uniche certezze e le sole valenze (per lo più mutuate ed apprese attraerso i messaggi televisi). E che d’abitudine guarda al passato con distaccata distrazione e una certa supponenza. Ma questa riflessione rischia di portare molto lontano dalle premesse iniziali. Quindi, fermiamoci e torniamo all’Alto e ai suoi cavalieri senza paura.

La cronologia del Salto in Alto pianta il primo cippo in Italia nel 1913, quando la neonata IAAF (ora WA) aveva appena dettato le “regole” e circoscritto il loro perimetro (uno dei due motivi per cui era stata fondata). Ma anche l’anno nel quale l’allora federazione di atletica – la FISA –, che fino ad allora s’era occupata solo di corsa e marcia, con un colpo di mano sottrasse salti e lanci alla federazione ginnastica – la madre/matrigna dello sport moderno in Italia – suscitando per anni riprovazioni e immusonite ritorsioni. Motivo per cui ancora oggi quegli otto esercizi sono accomunati col nome con cui li etichettavano i ginnasti: concorsi. Ma tracciando con coraggio e lungimiranza una strada verso un futuro più aperto e più dinamico.

Da allora, prese le mosse una lunga rincorsa al livello internazionale. Con lo scopo dichiarato di spingere sempre più in alto l’asticella da superare, non soltanto in senso figurato. Ad oggi il nostro record di Salto in alto conta ben 28 detentori, 29 se vogliamo contare Silvano Chesani che il primato nazionale lo ha detenuto solo al coperto: cronologia, quest’ultima, partita negli anni Settanta e che a volte s’è sovrapposta a quella assoluta. In termini sintetici, queste sono le tappe che hanno segnato l’evoluzione della specie, come dire i nomi di coloro che per primi si sono affacciato oltre le misure “tonde”:

• oltre 1.70 – Carlo Andreoli (1914)
• oltre 1.80 – Ettore Uicich (1923)
• oltre 1.90 – Angelo Tommasi (1932)
• oltre 2.00 – Gianmario Roveraro (1956)
• oltre 2.10 – Mauro Bogliatto (1965)
• oltre 2.20 – Enzo Del Forno (1974)
• oltre 2.30 – Massimo Di Giorgio (1981)

Manca ancora quel 2.40 il cui tentativo di superamento costò a Tamberi i Giochi di Rio e un lungo calvario. Auguriamoci di vederlo presto oltre quell’altezza da cui dista appena un centimetro. Ci sono poi altri spunti da cogliere scorrendo le varie tappe di questa rincorsa ai vertici che ebbe inizio a metà degli anni Sessanta, quando, tra il 1966 e il 1976, il record italiano fu superato od eguagliato 19 volte anche se per un incremento di soli 12 centimetri.

Detto che per gli “stili” di salto e la loro evoluzione, molto si trova di seguito nel dettaglio, a commento dei diversi primati e delle storie dei saltatori, si possono sottolineare alcune curiosità: la prima dalle quali è la durata al vertice della specialità, si va così dai 18 anni di Alfredo Campagner ai 25 anni di Marcello Benvenuti. Di contro c’è chi il primato lo ha detenuto per pochissimo tempo, dai 48 giorni di Giordano Ferrari ai soli 5 nei quali Rodolfo Bergamo restò al comando nel 1976. E perché no, chi assieme al primato assoluto, ha anche stabilito – come lo stesso Benvenuti – un record difficilmente superabile saltando 55 centimetri in più della propria altezza.

Molto ancora, se avrete voglia e tempo, si potrà scoprire – o riscoprire – scorrendo le pagine che seguono. Basterà un click. Come credo di aver già detto, l’idea di fondo di questa cronologia resta – oltre al reperimento dei dettagli sulle varie gare/primato – di documentarle con l’istantanea “del momento”, quella dell’attimo fatale, quella del primato: testimonianza sicuramente più esplicativa di tante parole. Per l’Alto, qualcosa è sfuggito, ma è andata meglio che per altre gare, i 400 ad esempio. C’è da essere soddisfatti. In ogni caso, buona lettura e (forse) buon divertimento.

 

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