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Italian Graffiti / Le mille verita' del caso Schwazer

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Venerdì 26 Marzo 2021

 

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A guardare bene questa tribolata vicenda, viene in mente il vecchio Rashomon di Akira Kurosawa: alla fin fine la verità non è mai come appare (o come la si vorrebbe fare apparire).

Gianfranco Colasante

Dove non avevano potuto né la crisi economica né la pandemia mutante con i suoi centomila morti, pare che Alex Schwazer – l’ex-atleta sulle cui spalle pesa una seconda squalifica di otto anni per doping (dopo quella di quattro spirata nell’aprile 2016) che si esaurirà nell’agosto 2024, dopo i Giochi di Parigi ma in tempo per quelli del 2028, sempre che la marcia ne faccia ancora parte – sia riuscito nel miracolo di unificare la nostra rissosa e chiassosa politica in una crociata senza precedenti partita al grido “dategli i Giochi”. Tanto che la Gazzetta – capofila da sempre del partito pro-Schwazer – ha potuto titolare esultante e lapidaria: “I deputati compatti: Governo e CONI si attivino presso gli organismi sportivi”.

Una mobilitazione mai vista. Nella affollata commissione cultura della Camera s’è registrata un’unanimità senza precedenti dei partiti della maggioranza a cui si è unita – inedita prima volta per l’esecutivo Draghi –, perfino la sparuta opposizione. Miracoli del doping e, perché no, della superficialità se non della disinformazione. Certo, i soliti complottisti che non demordono mai, potrebbero eccepire che – dal momento che ci si muoveva nell’ambito della cultura – di argomenti di maggior peso a cui dedicarsi ce ne sarebbero stati altri. Tanto per dire, dai settecento anni dalla morte di Dante ai milleseicento dalla nascita di Venezia.


O, che so io, dedicare qualche secondo per un’occhiata al grafico d’apertura tratto dall’ultimo Report WADA dello scorso settembre e, casomai, distribuire a chi di dovere qualche suggerimento o correttivo. Grafico che testimonia come lo sport italiano in materia di doping sia da tempo sul podio, secondo al mondo a ridosso dai vituperati russi. Frivolezze: volete mettere il valore mediatico di una marcia su Losanna, sentina di tutti i mali?

Tornando all’ex-marciatore, la storia è ben conosciuta nei suoi termini essenziali, o almeno lo dovrebbe essere: semmai divergono le conclusioni. Una parabola mutevole sulle mille sfaccettature della verità. Che per di più – grazie ad una sapiente regia orchestrata da noti complottisti internazionali come il polacco Witold Banka o il britannico Sebastian Coe – ha finito con l’assumere i contorni di una spy-story degna di Le Carré da cui emerge il profilo del bieco complotto. Ma per fortuna il tribunale di Bolzano, con un inatteso colpo di teatro, ha rimesso le cose nel loro giusto binario e dato ad Alex quel ch’è di Alex, archiviando il suo caso – anche se solo “con alto grado di credibilità razionale” – affidando le conclusioni ad un dispositivo di 87 pagine che la dice lunga sulla complessità della vicenda. Sentenza rintracciabile sul sito istituzionale della FIDAL anche se Schwazer da molti anni non è più tra i suoi tesserati (come attesta il documento del GGG dello scorso 10 febbraio).

Si potrebbe qui aggiungere, per completezza, che la federazione – oggi guidata dal dinamico Stefano Mei, da una vita allievo e sodale dell’allenatore dell’ex-marciatore, Alessandro Donati – non aveva avuto la medesima sensibilità quando la corte d’appello di Bolzano aveva mandato completamente assolti i tre professionisti per anni finiti nel tritacarne giudiziario proprio per le affermazioni avventate e fantasiose dell’ex-marciatore. Quella sentenza liberatoria non ebbe infatti mai l’onore della prima pagina della federazione. Ma che volete, cambiano i tempi e cambiano gli uomini. Quel che conta è che sia stata fatta giustizia, come attesta la coraggiosa e corale presa di posizione dei nostri parlamentari su iniziativa del deputato leghista Filippo Maturi, coetaneo di Schwazer ed anche lui di Bolzano, che sulla sua pagina FB scrive: “Credo in un futuro fatto di scelte di buon senso, non ideologizzate”. Come dargli torto?

Quella sentenza ha così potuto avviare la marcia di riabilitazione del nostro ex-marciatore (scusate il bisticcio) attraverso una campagna mediatica di sostanza, anche se dall’inconfondibile sapore nazional-popolare com’è nella nostra buona tradizione, che ha monopolizzato l’informazione e la disinformazione nelle ultime settimane. Nessuna testata ha inteso infatti sottrarsi a questa generosa mission andata in onda in trasmissioni televisive di grande risalto come il Festival di San Remo sulla RAI o Le Iene su Mediaset.

E proprio intervenendo il 16 marzo in una puntata delle Iene condotta da Antonino Monteleone, anche il presidente del CONI Giovanni Malagò ha voluto dire la sua (e come diversamente sottrarsi in un mondo che si nutre e prospera di social ed “ospitate”?): “Alex Schwazer è innocente. Questo è assolutamente un dato di fatto”. Lapidario e senza ammettere contradittorio. E ancora: “Chi ci ascolta deve sapere che giustizia ordinaria e giustizia sportiva non obbligatoriamente collimano […] dopodiché la partita si gioca tutta sui tavoli del TAS. Noi non abbiamo l’interlocuzione con il TAS, loro [Schwazer e Donati, da anni piazzato ad alto livello nella struttura tecnico/didattica del CONI stesso] sanno perfettamente quello che è il nostro pensiero e il nostro supporto”. Parole pesanti che non ammettono interpretazioni e delimitano una precisa scelta di campo. Chiaro e trasparente.

Quanto all’opportunità, sarebbe tutta altra faccenda. Anche perché – ma l’hanno notato in pochi, per non dire nessuno – se appartieni all’universo sport, per di più in posizione apicale, sarebbe buona norma attenersi alle regole dettate dallo sport. Applicarle e rispettarne le sentenze (per quelle ordinarie si, per quelle sportive no?). In nome proprio della sbandierata e frustra autonomia dello sport che ai nostri giorni somiglia sempre più alla vecchia coperta di Linus. In parole smunte: se tu sei il presidente pro-tempore del Comitato Olimpico – sezione italiana del CIO –, per di più membro dello stesso CIO e per soprammercato capo del C.O. di Milano-Cortina 2026 (evento assegnato e reso possibile grazie solo ai finanziamenti del medesimo CIO), non dovresti prendere di petto l’intera organizzazione: World Athletics, WADA e, di concerto, lo stesso CIO che contribuisce di tasca propria alla metà dei 44 milioni di dollari del bilancio WADA. Proprio quell’organizzazione che ha messo fuori gioco Schwazer che invece tu reputi del tutto innocente.

Capisco la ricerca del consenso, i raffronti con una politica che intende tutto determinare, la campagna per il terzo mandato, le immancabili difficoltà del quotidiano, il potere dimezzato, una certa inevitabile stanchezza di fondo, ma un po’ di prudenza e di distacco in attesa dei passi definitivi non guasterebbero. Tanto più che a stretto giro (18 marzo) è arrivata – sollecitata o meno – la risposta di Coe a margine del 224° Council della WA che si può leggere qui. In sintesi: “L’Italia non si ponga dalla parte sbagliata della storia”. Una storia che ha un suo principio e, inevitabile, una conclusione già scritta. Né in maniera diversa ha reagito la WADA. Per inciso, una congrega che proprio oggi la Gazzetta – capofila del partito pro-Schwazer sempre-e-comunque – liquida tout-court con l’elegante epiteto di “mascalzoni”.

Su quest’insulto sarei tentato di chiuderla qui. Ma, per completezza, non prima d’avervi sottoposto questa memoria che Stefano La Sorda – il tecnico/giornalista che dalle pagine del sito lamarcia.com da anni segue e puntualizza ogni piega del caso Schwazer –, ha indirizzato ai 46 membri della 7ª commissione della Camera e al neo-sottosegretario Valentina Vezzali, nella quale viene riepilogata l’intera vicenda. Una lettura interessante ed istruttiva. Alla quale ha fatto seguito, qualche ora più tardi, un nuovo esaustivo post indirizzato ai medesimi interlocutori.

Nel frattempo pare che Alex Schwazer e il suo entourage legale, rinfrancati da tanto sostegno, siano intenzionati a presentare un nuovo ricorso alla Corte Federale svizzera che, ove venisse accolta, potrebbe avviare una revisione sui tavoli del TAS, il Tribunale Arbitrale Sportivo. Temo, di contro, che se non fosse accolto, la lista dei complottisti internazionali si allungherebbe di molto ... Intanto i giorni passano: la WA di Seb Coe ha da tempo stabilito che a Tokyo i 60 marciatori della 50 km potranno andare solo dopo aver ottenuto lo standard d’ammissione da cogliere entro il 31 maggio. Percorso accidentato, come si vede. Non solo a voler scorrere il calendario.

 

 

 

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