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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Venerdì 29 Gennaio 2021


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Un decreto da convertire (ma con quale parlamento?) rivela le verità nascoste di un matrimonio che non s’aveva da fare tra il CONI e una SpA voluta da un governo che non c'è più.

Gianfranco Colasante

Tutti contenti, allora. Segnatamente il Rocco Casalino del Foro Italico che, forzando un po’ i toni e fidando sull’indiscussa fedeltà dell’uditorio, ha convinto le redazioni dell’ineluttabilità della sanzione che dal CIO stava per abbattersi sul CONI: per Tokyo (ove si riuscisse ad andare) scordatevi inno e tricolore. Trecento italiani giovani e forti trasformati di colpo in apolidi. Un’onta. Giammai. Da qui una campagna mediatica senza precedenti, di concerto (va detto) con un lavoro sotterraneo di rara efficacia sull’instabile fronte politico.


Esplosa in atti di giubilo appena il governo giallo-rosso del Conte uno-e-trino, nei minuti di recupero, ha messo una pezza allo scellerato quadro disegnato negli ultimi due anni dagli stessi che oggi lo hanno emendato. Correndo subito dopo a dimettersi. Così va il bel paese, impossibile spiegarlo a chi è nato e vive altrove.

Tutto bene quello che finisce bene, allora. Tanto più che lo stesso Thomas Bach, nella videoconferenza tenuta mercoledì, ha ammesso che il CIO era veramente deciso a sanzionare il CONI: come dire, punisco lo sport per colpire la politica. Impagabile. “Dobbiamo applicare le stesse regole e trattare tutti i Comitati Olimpici allo stesso modo” ha sentenziato l’imperturbabile ex-fiorettista. Proprio tutti allo stesso modo? Come ad esempio l’Iran che mette a morte gli atleti a staffilate o come gli Stati Uniti il cui Congresso interviene pesantemente sul management del comitato US&A (come recita l’ultimo atto firmato da Donald Trump prima di partire per la pensione in Florida)? Distrazione, quest’ultima, che si può anche capire visti i soldi che ci mette l'americana NBC.

O come quei trenta/quaranta paesi dove i Comitati Olimpici sono specchio riflesso di governi a democrazia variabile? Tanto per fare un nome a caso: la Cina del leader supremo Xi Jinping, dove il circo a cinque cerchi farà di nuovo tappa l’anno prossimo, gioiosamente ignaro di repressioni o genocidi? Tanto che diventa difficile non chiedersi se il CIO avrà mai davvero la forza di comminare le stesse sanzioni minacciate all’Italia per tutti i suoi 206 C.O. o si rifugerà, come ha sempre fatto, nell’angolo rassicurante della realpolitik a difesa dei lucrosi contratti televisivi e d'altra natura.

Ma tant’è. A gioco fatto il buon Malagò – indiscusso regista dell’operazione salvataggio avviata lo scorso anno con un “memo” recapitato a Losanna – può dirsi soddisfatto e tirare un sospiro di sollievo. Anche se resta qualche mugugno e molto ancora c’è da capire. Per ora, in attesa della Gazzetta (quella ufficiale) siamo alle anticipazioni giornalistiche rilasciate dal solito Casalino (quello vero). Sintesi? Il CONI, che finora aveva un solo dipendente (lo stesso Malagò, parole sue), recupera almeno 165 impiegati dei 240 che avrebbe voluto e forse una decina di capiclasse (e gli altri?), riconquista le chiavi dei tre centri olimpici più la prestigiosa e superflua villetta vista-Olimpico, mentre pare in bilico la sorte della Scuola dello Sport (che oggi ospita un liceo scientifico) e l’Istituto di Medicina. Per il resto si vedrà.

Sul fronte mugugni, non pare invece averla presa altrettanto bene Vito Cozzoli, l’alto funzionario ministeriale che la politica ha nominato a capo di Sport&Salute, la cassa governativa per lo sport nazionale, che dovrà occuparsi della cosiddetta base (ma non dovrebbe toccare al CONI secondo la sbandierata Carta Olimpica dettare le linee guida?). Per di più l’agenzia continuerà ad erogare fondi alle federazioni secondo “criteri oggettivi e distribuiti annullando ogni tipo di discrezionalità”, anche qui parole del detto Cozzoli. Discrezionalità? Viene in mente il semplice dettaglio che lo Sport, maiuscolo, quello sul campo, nel bene e nel male lo gestiscono solo le federazioni. Né CONI, né Sport&Salute, tanto meno la fantasiosa nuova Direzione presso la PCM. Almeno fino a quando il Governo prossimo venturo non ridistribuirà le carte.

Sebbene alla fin fine lo stesso Cozzoli può almeno compiacersi che sia stato scongiurato il rischio (concreto o solo merce di scambio?) di ritrovarsi di fronte una nuova SpA del CONI stesso, la riproposizione della non rimpianta CONI Servizi del duo Pagnozzi/Petrucci, per tre quadrienni seduti entrambi su una doppia poltrona, straordinario esempio di italica commistione tra controllati e controllori.

È la politica, bellezza, e non ci puoi fare niente. Stiamo ai fatti. Resta per ora questo decreto, più che altro una toppa, solo una tregua tra due rissosi coinquilini di ringhiera costretti ad abitare sullo stesso ballatoio (per di più in subaffitto). Come finirà? È come provare ad indovinare a chi toccherà guidare il paese fuori dalle più pericolose sabbie mobili della sua storia repubblicana. Una specie di riffa impazzita, coi banchetti del compro/vendo/cambio allestiti in tutta fretta davanti a Palazzo Madama, mentre il C-19, indifferente, miete ogni giorno 500/600 nuove vittime e milioni di italiani si preparano ad uscire dal mondo del lavoro.

Con questo scenario, perché lo sport dovrebbe ritenersi o apparire diverso? Prendiamone atto e per provare a consolarci, rifugiamoci nell’inno. Da cantare tutti assieme a squarciagola. Per coprire ogni altro rumore.

 

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