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Piste&Pedane / In morte di un amico: Enzo Rossi

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Mercoledì 25 Novembre 2020

 

1967-cb 


Gli Europei dell’86 e i Mondiali ’87 hanno costituito i migliori anni della sua vita. Anche se proprio i Mondiali romani avevano posto in qualche modo fine alla sua avventura e nella maniera più amara.

Gianfranco Colasante

Quando muore un amico, è come se morisse una parte di noi. Non so se questo possa dirsi in occasione della morte di Enzo Rossi avvenuta stamane. Ma di certo, con lui scompare una parte importante del nostro mondo, o meglio di quel certo modo di vivere l’atletica, viscerale e umorale, arrabbiato e naif, ma denso di sensazioni e innervato di umanità, oggi difficile da trasmettere a chi non c’era, a chi non se l’è sentita scorrere addosso, come una seconda pelle. Luciano – che per primo ci ha dato la notizia – mi aveva sollecitato a scrivere un ricordo.

Non era facile, ma ci stavo provando, quando è arrivato il bel ritratto che ne ha fatto Cimbricus. Credo che comunque lo debba ad Enzo, ma penso che glielo debbano un po’ tutti coloro che l’hanno conosciuto e frequentato. Per parte mia, scavando nella memoria, lo avevo incontrato nei primi anni Sessanta, all’Acquacetosa, mentre usciva trafelato dalla piccola cabina-radio, travolgendomi. Più che un incontro, fu uno scontro che mi segnò per sempre. Da quel giorno, con la sua figura dinoccolata, la sua personalità prorompente, impossibile da incanalare o contrastare, il piacere folgorante della battuta, la sua eleganza un po’ chiassosa, con accostamenti a volte improbabili solo a lui concessi, è rimasto un riferimento costante non solo della mia vita. Almeno fino a che siamo rimasti sulla stessa zattera.

Enzo viveva di atletica, e l’atletica gli scorreva tumultuosa nelle vene. E tutta la sua esistenza ne è stata condizionata. Lasciato il calcio, da ostacolista terza serie della US Volsinio, si era reinventato allenatore al CS Esercito incrociando i maggiori talenti del momento (che allora la naja la facevano sul serio), imparando e sperimentando con loro e assieme a loro. E fornendo le prime prove di quell’intuito che restava la sua maggiore qualità di tecnico e, soprattutto, di organizzatore tecnico. Poi C.T. al comitato laziale con il colonnello Gianpiero Casciotti alla presidenza, fino all’arrivo di Nebiolo e al salto nelle gerarchie tecniche federali, dapprima costretto a una sofferta convivenza, poi – a partire dal post Europei ’74 alla difficile vigilia di Seul ’88 – responsabile del gruppo più celebrato nella storia dell’atletica italiana. Difficilmente eguagliabile.

Quindici anni al vertice, come nessuno prima e dopo, o solo lontanamente paragonabile. Gli Europei dell’86 e, l’anno seguente, i Mondiali di Roma credo abbiano costituito il punto d’arrivo, se non i migliori anni della sua vita. Anche se proprio i Mondiali, con le accuse di improvvide scorciatoie, hanno messo in qualche modo fine alla sua avventura e nel modo più amaro. Non tanto per le conseguenze dirette, che pure per lui furono devastanti, quanto perché fu obbligato ad uscire da quel mondo, a rinunciare a respirarne l’aria. Se errore ci fu, nessuno lo ha pagato più duramente. Un dolore insopportabile, perché nel profondo aveva sposato l’atletica sacrificando tutto a quell’unione, pretendendo molto da se stesso ma chiedendo moltissimo anche alla famiglia.

Spentesi le luci, gli ultimi anni della vita di Enzo sono stati agri. Una delle ultime volte lo avevo incontrato in occasione della festa dei suoi 80 anni organizzata da Michele De Lauretis, un'altra grande perdita. Ma già non sembrava più lo stesso. Il pensiero, quasi un’ossessione, fisso ad un impossibile ritorno, a frenetici contatti con le varie anime che, a responsabilità variabili, stavano disperdendo il patrimonio del post-Nebiolo. Scriveva progetti, stilava programmi, sognava coalizioni, cercava alleanze. Una febbre che lo ha divorato fino a quando ha chiuso gli occhi per sempre.

Buon viaggio, amico mio, riposa in pace.

Nella foto, 1967: la premiazione del CUS Roma vincitore dei campionati di società maschile e femminile. Da sinistra: Augusto Steffinlongo, Giorgio Lo Giudice, Enzo, Luciano Barra, il col. Gianpiero Casciotti, l’estensore di queste note.

 

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