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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Italian Graffiti / Se la cittadinanza passa per un cocomero

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Mercoledì 30 Settembre 2020

 

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Il fantozziano caso del calciatore Luis Suarez ha riproposto l'insoluta materia dei cambi di nazionalità e della concessione dei passaporti nello sport: che sia il momento di fare chiarezza?

Gianfranco Colasante

L’ultimo in ordine di tempo è il 25.enne Nick Ponzio, pesista statunitense da 21.72, che all’esordio in Diamond League al Golden Gala ha superato Leonardo Fabbri. “Sono al settimo cielo! Era la mia prima gara in Italia e non sapete cosa voglia dire per me: il mio sogno è di ottenere la cittadinanza italiana, e ci spero proprio visto che mio padre e mia madre sono italiani.” Vedremo, deciderà la WA che lo scorso 21 luglio ha autorizzato un altro nativo americano – il quattrocentista Robert Grant – a gareggiare come italiano per via di un bisnonno emigrato nell’Ottocento dalle vallate del novarese. Senza voler tenere conto del sudafricano Zane Weir, altro pesista con un nonno materno nato in Italia e che da noi ha imparato a scavallare i 20 metri.

Storie di ordinaria quotidianità ma che fanno pensare. Qualche anno fa Piero Bassetti – vivace economista e primo governatore della Lombardia e, da giovanissimo, riserva della 4x100 azzurra medaglia di bronzo a Londra 1948 (nella foto) – ha pubblicato un saggio intitolato “Svegliamoci Italici”, un manifesto per “un futuro globale”. Più nel dettaglio un appello rivolto agli “italiani che vivono in Italia e nel mondo, i discendenti degli italiani, gli italofoni e tutti coloro che, anche senza avere una goccia di sangue italiano, hanno abbracciato i nostri valori e stili di vita condivisi”. Uno studio che ci ricorda che gli “italici” sparsi nel mondo sono più di 250 milioni. Ce ne sarebbe da pescare, …

Tanto vero che tempo addietro un segretario della Fidal proveniente dal baseball e dal basket, dedicava parte del suo tempo a sfogliare gli annuari atletici americani alla cerca di ragazzi dai cognomi italiani. In una nazione che nei secoli scorsi ha avuto più di 30 milioni di emigranti, trovare un certificato d’origine nella polverosa anagrafe di qualche paesino del bellunese, o del Molise o della Sicilia, è più semplice di quanto si creda, fidando per lo più sulla ripetitività dei cognomi, ... Infine, alla buon’ora: un trisavolo o un bisnonno non si nega proprio a nessuno.

Una materia complessa e casi diversi, non sempre edificanti, ma riconducibili alle frontiere sempre più virtuali dei cambi di nazionalità e di bandiera nello sport, olimpico o professionale che sia. Cambi un po’ fai-da-te spesso ammantati di buonismo deamicisiano e che, si badi bene, con le migrazioni in atto (e quelle ben più massicce che verranno) non c’entrano proprio nulla. E ancora meno hanno a che fare con la vicenda fantozziana del mordace Luis Suarez che ha animato le ultime cronache giudiziario/sportive. Come noto, l’ex attaccante del Barcellona aveva richiesto il livello B1 di conoscenza della lingua necessario per ottenere il passaporto italiano cui gli darebbe diritto l’aver sposato una ragazza (anche lei …) con un nonno o un bisnonno, non è ben chiaro, emigrato in Sud America dal Friuli.

Circa l’esame per acquisire il livello B1, lo hanno ricordato in pochi, temo che molti italiani di sangue e di fatto farebbero fatica a superarlo dovendosi misurare con quattro diversi ambiti di familiarità linguistica: a) produzione orale e scritta; b) comprensione orale e scritta. Ma si può sempre intervenire, dipende dai casi. Quanto a Suarez la storia è nota, quasi cabarettistica: pare infatti che la commissione esaminatrice dell’Università per gli stranieri di Perugia (una delle quattro strutture abilitate al rilascio dell’attestato) abbia voluto inferire con alcune domande trabocchetto del tipo: “Come ti chiami?”, “Dicci il nome di una città italiana”, “È vero che di mestiere fai il calciatore?”. E come non bastasse gli avrebbero perfidamente mostrato la foto di un cocomero: il ragazzone senza neppure togliersi il cappelletto col quale s’era presentato all’esame, lo ha riconosciuto all’impronta. Promosso a pieni voti.

Se ora (sfumato il trasferimento alla Juventus) la cittadinanza con i suoi vantaggi economici e fiscali gli sarà riconosciuta o meno, o se ci sarà stato o meno dolo nell’esame, lo appurerà l’inchiesta della Procura di Perugia diretta dal giudice Raffaele Cantone, per alcuni anni spada lucente dell’anticorruzione, e che certe sue idee sul calcio le ha maturate ed espresse da tempo in diversi libri, il più noto dei quali vertente sugli stretti rapporti tra mafia e pallone si intitola “Football Clan”.

Una vicenda che – almeno in chiave italiana – ha avuto il merito di rimettere sul tavolo il problema della cittadinanza nello sport e non solo. Come hanno provato a fare la battagliera Danielle Frederique Madam, una lanciatrice di peso da quasi 14 metri che vive in Italia da quando aveva sette anni ma non è italiana, o la mamma adottiva di Bakary Pozzi Dandio, un quattrocentista da 47” e spiccioli, che ha reclamato quel diritto con due civilissime lettere a Repubblica e al Corriere della Sera. La signora Angela Bedoni da Melegnano ha scritto: “Sono la mamma di un ragazzo senegalese di 23 anni, Bakary, adottato da maggiorenne nel 2018, che per le leggi italiane non ha diritto alla cittadinanza: sarà possibile solo dopo 5 anni dalla sentenza di adozione, poi dovrà farne richiesta e attendere altro tempo. […] Sono indignata, per lui avere la cittadinanza è un percorso ad ostacoli, per altri invece, …”.

Certo, ripeto, storie diverse. Nei confronti delle quali neppure le federazioni internazionali e il CIO sono in grado o interessati a tenere un comportamento uniforme. Ogni caso pare fare giurisprudenza a parte. Ma che niente hanno a che vedere con gli emolumenti da 10 milioni a stagione e conseguenti tasse privilegiate, come stabiliscono alcune leggi italiane, ma forse proprio per questo meno appariscenti per il grande pubblico. Ma è altrettanto certo, ci si può scommettere, che questi due ragazzi – Danielle e Bakary –, l’esame per il livello B1 lo avrebbero superato facilmente e senza necessariamente doversi recare a Perugia.

 

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