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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Osservatorio / Spigolature romane e sensazioni personali

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Lunedì 21 Settembre 2020

 

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Qualche considerazione a margine del ricco meeting romano, oltre i rilievi tecnici e il difficile periodo ambientale, ricordando Primo Nebiolo che il Golden Gala ha inventato ma che ha dovuto attendere oltre vent'anni per ricevere un attestato. 


Luciano Barra

Torno a Roma, città in cui sono nato e dove ho vissuto per oltre sessant’anni, dopo sette mesi che vi mancavo. E torno anche allo Stadio Olimpico per il Golden Gala alla sua 40esima edizione (dopo averne organizzate una decina dal 1980, e avendone perse solo due). Sulle cronache ed i risultati altri amici più attenti di me vi hanno già intrattenuto. Io invece voglio trasmettervi alcune sensazioni molto personali, qualcuno dirà autoreferenziali, ma che vi completeranno il quadro di questa edizione del tradizionale meeting romano – tornato a svolgersi, come vecchia abitudine, in una fantastica serata settembrina – in una anomala stagione atletica.

Nella foto datata 2 dicembre 1980, Nebiolo e Barra al lavoro per l'ampliamento della pista dell'Olimpico.


L’occasione di essere a Roma mi ha permesso anche di “scaricare” altre tre casse di libri alla biblioteca del CONI situata alla Scuola dello Sport. Biblioteca che andrebbe visitata e che meriterebbe un’attenzione da “Sport e Salute” come ho avuto modo di commentare con il Direttore della Scuola, una mia vecchia “pupilla”, Rossana Ciuffetti, e poi all’Olimpico con il presidente di “Sport e Salute” Vito Cozzoli.

Roma, anche se il traffico è ovviamente diminuito, è sempre la stessa: caotica, sporca, piena di buche, priva di parcheggi, disordinata ma come sempre fascinosa. Seb Coe, che era presente per il meeting della Diamond League, era curioso di ricordare dove lui si era allenato ed aveva vissuto alla fine degli anni Settanta nel suo peregrinare italiano. Ad Anna Riccardi ed a me chiedeva “ma voi abitavate ai Parioli?” quasi a schernirci. Lui si allenava all’Olgiata, il che la dice lunga sulla sua noblesse. E non dico di più sul suo pellegrinaggio.

Ovviamente Coe ricordava tutto delle sue gare in Italia: dal record del mondo di Firenze alla Coppa del Mondo di Roma, ai meeting di Viareggio e Rieti. Ma soprattutto alla finale di Coppa Europa a Torino in un torrido weekend di agosto. Ricordava come il sabato mattina la città fosse deserta. Non sapeva, allora, come tutti i dipendenti FIAT il venerdì mattina avessero parcheggiato le loro auto fuori delle fabbriche, con le famiglie e le varie masserizie a bordo, per partire immediatamente dopo il timbro del cartellino per le canoniche e agognate tre settimane di vacanze verso il natio meridione.

Ma nonostante la città deserta in ambedue i pomeriggi c'erano oltre 50.000 spettatori sugli spalti dello Stadio Comunale (lo stesso dove nel 1934 si erano svolti i primi campionati Europei, grazie a Saini e Zauli) e Coe ne rimase stupito. Ma ricordava anche il triste momento quando arrivò la notizia che James Coates, prestigioso giornalista del Daily Telegraph, che aveva deciso di venire a Torino pilotando il suo aereo ultraleggero, si era schiantato sulle Alpi. Fece bene Augusto Frasca a deporre nei due giorni un mazzo di fiori al posto che gli era stato assegnato in tribuna stampa.

Con Coe c’era anche il nuovo CEO della World Athletics, Jon Ridgeon. Lui, seduto in tribuna, era orgoglioso di ricordare le sue volate nei 110 ostacoli ai Mondiali del 1987, con vittoria sia in batteria che in semifinale, ed una prestigiosa medaglia d’argento in finale dietro l’insuperabile Greg Foster e davanti all’astro nascente Colin Jackson.

Inizia il Meeting con l’inno di Mameli, che a differenza degli Stati Uniti qui non viene cantato e nessuno si è inginocchiato con la scritta “black lives matter”. In compenso ci siamo “beccati” il discorso del Ministro Spadafora, in uno stadio con un … centinaio di spettatori. Poi le gare svoltesi in un susseguirsi di scoppiettanti episodi, tutti elettrizzanti, grazie al cast messo insieme da Gigi D’Onofrio, che ha dovuto superare mille ostacoli, ma lui di ostacoli se ne intende grazie alle quattro presenze in nazionale proprio negli ostacoli alti, come ben riportato dal fresco di stampa Annuario FIDAL, come al solito ben confezionato da Carlo Santi (anche se lui non lo ha ancora ricevuto!).

I risultati li conoscete e non mi dilungherò a commentarli. Solo per dire che grazie ad alcuni di questi risultati, a cui il DT Antonio La Torre ha assistito con giusto orgoglio, hanno fatto sì che a questo punto della stagione ci siano ben 15 azzurri nei primi 6 europei dell’anno (senza marcia e staffette) a dimostrazione della buona stagione italiana e che un Campionato Europeo a Roma ci sta proprio bene per il rilancio e la consacrazione della nostra atletica. Anche se c’è chi, fra i candidati alla futura presidenza della FIDAL, non li vorrebbe perché rappresenterebbero “un impegno economico elevatissimo”. Lo stesso candidato, però, non era a Roma ad assistere al secondo miglior meeting dell’anno in Europa, in quanto impegnato in una promozione elettorale a Torino (non quella sulla riforma costituzionale, …), mentre c’erano gli altri due. Su questo contrasto riflettevo a fine serata avendo sentito per la terza volta il presidente di World Athletics domandare: “ma perché non vi candidate per i Mondiali del 2025?”.

Le gare sono filate via veloci con il solo rimpianto di non sentire il boato del pubblico per alcune prestazioni che lo meritavano. E così siamo arrivati alla conclusione della serata per assistere al 28° record del mondo stabilito all’Olimpico, quasi quanti vanta l’iconico Bislett di Oslo. Sono molto orgoglioso di dire, altro momento autoreferenziale, che da quello di Vladimir Kutz sui 5000 del 1957 in poi li ho visti di persona proprio tutti ed in un’occasione ne ero anche l’annunciatore. Bravo è stato Nicola Roggero a sottolineare questo record e, grazie finalmente ad uno speakeraggio sobrio e consono al luogo, nel ricordare che Roma vide anche un altro record del mondo, ma conseguito al civettuolo Stadio delle Terme da Tamara Press nel disco, appena due giorni dopo la conclusione dei Giochi di Roma.

Dimenticavo di sottolineare che al momento del record del mondo di Duplantis non c’erano né il Ministro né la diretta di mamma RAI, andata in pubblicità. Invece, grazie ad una decisione finalmente autoritaria di Giomi, veniva consegnato a Duplantis il primo “Trofeo Memorial Nebiolo” per il miglior risultato tecnico. A distanza di 21 anni dalla sua scomparsa mi pare niente male.

La mia serata romana si è conclusa in un famoso ristorante, dirimpettaio dello Stadio Olimpico, a bordo Tevere, dove in uno spazio non superiore a mille metri quadrati vi erano più clienti che in tutto lo Stadio Olimpico durante le gare. Gli ospiti inglesi non erano stupiti di questo affollamento, ma nel vedere che la situazione economica italiana appariva in contrasto con quella dipinta comunemente dalla stampa internazionale. Tra l’altro, sia Coe che Ridgeon, hanno mostrato di intendersi di vini italiani pasteggiando a Morellino di Scansano, per l'orgoglio di Alfio Giomi, anfitrione della cena, e a Ribolla Gialla.

Per fortuna che gli amici inglesi non hanno colto le anomalie della stampa italiana. Attenti all’avvenimento, ma alcuni presi in maniera sorprendente ed esagerata dalla telenovela delle “manipolazioni”. Ma avrebbero anche potuto leggere l’arguta nota di Stefano Olivari che ha scritto: “Il Tribunale di Bolzano sembra non avere questo come unica occupazione, si vede che il secondo reato della zona in ordine d’importanza è il furto di speck.” E fra crolli di lettori, conditi da mirabolanti acquisti calcistici di ultra trentenni in cerca di laute pensioni, passata la festa gabbato lo santo e di atletica non se ne parla più. Meno male che a tre giorni di distanza un vecchio “paino” come Oscar Eleni si è intrattenuto sul “Rinascimento dell’atletica Italiana”. Buon sangue non mente.

               

               

 

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