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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / La normale quotidianita' della regalita'

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MercoledĂŹ 19 Agosto 2020

 

romiti 


“Nella mia vita da cronista, e in quelli che Liszt chiamava gli anni di pellegrinaggio, ho incontrato alcuni re ma nessuno portava il manto di ermellino, la corona, il globo e lo scettro. Se vogliamo, neppure tanto sorprendente”.

Giorgio Cimbrico

Olimpiade di Sydney 2000: arrivo allo stadio, dal boccaporto scendo verso il mio posto e lo trovo occupato da un anziano signore. “Guardi che questo, ehm, sarebbe il mio posto”. “Mi scusi, mi scusi, me ne vado subito”. Era Cesare Romiti. Conosco italiani che gli avrebbero impedito a viva forza di alzarsi (“sto benissimo anche qui sullo scalino, sa? anzi, forse è anche meglio”), ma queste sono considerazioni personali. Una volta, durante la solita calca di cronisti che si creava quando l’Avvocato si alzava a fine partita, sono riuscito a infilare un dito in quel groviglio laocoontico per saggiare la consistenza corporea dell’Avvocato stesso.

Constatata la sua natura umana, mi sono recato da mio figlio, allora ragazzino, per annunciargli che il mio indice destro aveva brevemente saggiato una solida e non ectoplasmatica consistenza. È inutile sottolineare la somiglianza con l’episodio di “Cuore” in cui il padre di Precossi riesce a rompere i cordoni (sic), a stringere la mano del re, dopo avergli ricordato che era con lui al quadrato di Villafranca (dubito che il sovrano si ricordasse) e portare a Precossi figlio, con quell’umidore ancora latente, una “carezza del re”.

Nella mia vita e in quelli che Liszt chiamava gli anni di pellegrinaggio, ho incontrato alcuni re ma nessuno portava il manto di ermellino, la corona, il globo e lo scettro. Carlo VI Gustavo di Svezia aveva un abito di lino un po’ spiegazzato quando venne a far visita al centro stampa di Göteborg, Mondiali di atletica ’95. Era accompagnato dalla moglie, la regina: Silvia Renate Sommerlath, tedesca, conosciuta durante i Giochi di Monaco ’72. La scorta consisteva in un giovane ufficiale di Marina. “Vi trovate bene? Tutto funziona?” si informò. Gli stringemmo la mano e un fotografo immortalò la scena. I selfie non usavano ancora.

Costantino di Grecia era in giacca a vento in quel giorno di primavera a Portofino. “Ma come lo chiamo? Maestà?” domandai, un po’ impensierito, a Carlo Croce che stava per presentarmelo. “Boh, fai un po’ tu”. Abbiamo preso un caffè e ci siamo messi a parlare di vela come due vecchi amici. Di re olimpionici non ce ne sono molti in circolazione.

Questa non è farina del mio mulino ma la racconto lo stesso. Un’amica, molto presente nella comunicazione velica, rimane chiusa in un ascensore, in un albergo di Alicante. Un signore di una certa età, in maglietta e jeans invita alla calma: “State tranquilli, sono il re e ci libereranno subito”. Era Harald V di Norvegia.

Carlo Gustavo e Harald li ho incontrati all’Olimpiade di Torino 2006, per la precisione a Pragelato, per lo sci di fondo. Non ho mai capito se le guardie del corpo fossero maestri di mimetismo o se la sicurezza fosse molto scarna. In ogni caso, nessuna sirena, nessuno stridore di freni, nessun corteo di limousine dai vetri oscurati. Il mio infantilismo mi procurò l’ennesima delusione: l’uno e l’altro erano vestiti come me, giaccone e calzoni di velluto.

Nel parcheggio vicino alla piscina di Atlanta (che sembrava l’officina di un grosso elettrauto), finimmo a due palmi da Bill Clinton e un collega, simpatico e con la faccia tosta, gli disse che l’organizzazione zoppicava. Bill replicò che dovevamo aver pazienza. Obbedimmo.

 

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