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I sentieri di Cimbricus / Solo reazioni istintive da cancellare?

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Lunedì 18 Maggio 2020

 

gladiatori

 

Parliamo del rugby prossimo venturo: storie immaginarie e scenari futuribili che non ci sono (ancora), ma potrebbero diventare la quotidianità di un domani che sta rinunciando alla sua essenza.

Giorgio Cimbrico

“Digli che non può farlo”. “Ma dai, si è lasciato prendere dall’emozione, dall’istinto. Non so bene come dire. E comunque non l’ha neanche toccato”. “Sì, d’accordo, ma sono proprio queste reazioni istintive che noi dobbiamo tenere sotto controllo, prevenire, sedare, cancellare. Se non ti dispiace, direi due parole a quel giovanotto”. “Fai pure, Eddie”. “Ehi tu, vieni qui”. “Dice a me, sir?”. “Dico a te. Come ti chiami?”. “John Stukalo, sir”. “E di dove sei?” “Inglese, sir”. “Tuo padre, tuo nonno erano inglesi?”. “No, sir, veramente erano di Samoa”. “Dovresti sapere che un avversario non si tocca e tu, non negarlo perché ti ho visto, hai provato ad abbracciargli le gambe”. “Mi perdoni, sir. Non è corretto dire abbracciare le gambe, si dice placcaggio. Lo confesso: me ne hanno parlato in casa, mio nonno giocava ai vecchi tempi”.

“Sì, ne ho sentito parlare anch’io, ma molte di quelle immagini sono andate perdute. Dicono che esistesse anche un complicato regolamento che doveva governare fasi di gioco dai nomi che a me, devo dire la verità non dicono niente: mischia ordinata, maul, driving maul, ruck, tackle, touche, line out”. “Mio nonno mi ha raccontato che se le suonavano”. “Spiegati meglio”. “C’era lotta”. “Lotta?” “Sì, voglio dire che ci si afferrava, si formavano grappoli di uomini. Non si badava per il sottile. Qualcuno approfittava per dare una strizzatina da quelle parti. Ha capito, sir?”. “Non ho capito e credo che tuo nonno ti abbia raccontato un sacco di stronzate. Probabilmente è un po’ rincretinito”. “No, sir. Ha preso un sacco di botte, anche in testa, ma ragiona ancora bene, ha la memoria salda e poi ha le prove”. “Prove?”. “Le immagini: il nonno le ha conservate e me le ha fatte vedere”. “Vai avanti”. “Ha un mazzetto di fotografie di Inghilterra-Samoa: 80.000 spettatori, placcaggi durissimi, un paio che escono in barella. Inglesi, devo dire”.

“Uomini che lottano e, insomma, si toccano davanti a 80.000 persone. Senti, io non voglio dire che tuo nonno ti racconti le favole e che tu sia così tonto da crederci. Può anche darsi fosse così. Io un po’ ho studiato e ho letto che una volta c’erano dei tipi che divertivano la gente ammazzandosi e li chiamavano gladiatori. Perciò, chissà, a suo modo tuo nonno dice la verità. Ma dimmi, in quanti andavano in campo?”. “C’era un tipo di gioco quindici contro quindici e un altro tredici contro tredici. Mio nonno ha giocato a tutti e due: ci si guadagnava la vita”. “E qui, caro John, casca l’asino. Lo sai anche tu che il rugby si gioca sette contro sette su un campo 100x70 e in stadi che non contengono più di 5000 spettatori, distribuiti, dice il regolamento, in una tribunetta e lungo lo steccato che racchiude il campo di gioco e che ogni contatto, anche il più lieve, è assolutamente escluso”.

“Lo so, lo so”. “Ma poco fa, se io e Mike non ti fermavamo cacciando qualche urlaccio, …”. “Mi dispiace, sir, ma devo dirle che sarà anche per quel che mi racconta il nonno, non ho mai digerito il fatto che se uno è più veloce di te, e quel giamaicano che aveva la palla lo è, non sia possibile che ostacolare la sua linea di corsa, provare ad accompagnarlo fuori dal campo tenendosi a debita distanza. Avrà notato che io ero, se posso permettermi, fottuto. E così, …”.

“John, apprezzo la tua sincerità ma non posso accettare che i regolamenti siano infranti, specie quando di mezzo c’è il primo postulato che da quando io posso ricordarmi governa il nostro sport. E non solo”. “Mi scuso, sir”. “Qui non si tratta di scusarsi, ma di tenere a freno certi istinti e di non pensare troppo ai ricordi di un vecchio. Presunti ricordi, se mi è consentito. Ora torna in campo e datti da fare. Mike mi ha detto che esistono possibilità concrete che tu possa entrare nel gruppo che andrà in tour in Sudafrica e in Asia”. “Sarebbe bello, sir, ma sarà anche una faccenda dannatamente lunga”.

“Almeno sei mesi, un paio in navigazione, prima per Città del Capo, poi per Singapore e Hong Kong. E ritorno su un’altra rotta, passando per Panama. Magari ad Antigua riusciamo a organizzare un paio di match non ufficiali”. “Mio nonno, …” “Ancora il nonno?”. “Il nonno racconta che ai suoi tempi questi tour li facevano con gli aerei”. “Gli aerei, gli aerei. I bambini hanno tanto insistito che l’altro giorno li ho portati in quel posto, a ovest della città. Come si chiama? Heathrow. Ce n’e erano un sacco, certi grandissimi e tanti avevano le gomme sgonfie, le scritte e i simboli smangiucchiati, ma i bambini si sono divertiti lo stesso. Mi facevano domande e io non sapevo cosa rispondere. Mai preso uno: chissà come funzionavano, se volavano davvero”.

 

 

 

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