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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Quel giorno del 1883, sul prato di Melrose

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Mercoledì 12 Febbraio 2020


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Non sappiamo se dopo la brexit nell’U.K. resteranno solo Inghilterra e Galles, ma l’occasione è ghiotta per riaprire il grande libro della Scozia che tanto ha dato allo sport, non solo con Eric Liddell e Ned Haig.

Giorgio Cimbrico

Scotex, con una “t” sola: non c’è da dare un’asciugata all’acquaio o togliere i cerchi lasciati dai bicchieri o dalla bottiglia, ma solo da continuare a destrutturare l’United Kingdom fresco di Brexit che, nel giro di cinque anni, se il Sinn Fein continuerà a guadagnar voti, ha buone chances di ridursi a Inghilterra più Galles, a meno che anche quelli del Principato – la pietrosa contea, come la chiamava il meraviglioso ubriacone Dylan Thomas   pensino sia giunta l’ora che la loro wlad, terra, possa far da sola.

La Scozia è famosa per molte cose, i salmoni, ad esempio, e così può apparire singolare che chi potrebbe portarla alla secessione, all’indipendenza, magari alla repubblica, sia uno storione di genere femminile: Nicola Sturgeon è al vertice dei nazionalisti scozzesi e un paio di giorni fa è andata a Bruxelles e ha detto: tranquilli, tra poco ci rivedrete da queste parti. Sotto la bandiera blu con la croce bianca di S. Andrea. Un vero peccato che Sean Connery sia entrato nel 90° anno e che da diverso tempo non dia notizie di sè: sarebbe stato un magnifico presidente.

Alla Scozia bisogna essere riconoscenti, e non solo perché è stata ed è l’avversaria meno aspra e puntuta per l’Italia finita in un paradiso infernale, il 6 Nazioni: il prossimo duello nel fine settimana che verrà, all’Olimpico. Nel XIX secolo, in successione, da Edimburgo e dintorni sono arrivate molte cose interessanti: la carica degli Scot Greys a Waterloo, la nascita del Lagavulin single malt l’anno dopo, 1816, la guerra all’infezione dichiarata da Joseph Lister in uno degli ospedali al tempo all’avanguardia mondiale, il primo test internazionale di rugby, uno dei libri che mai tramonteranno (“Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson), l’invenzione del gioco a 7 che a Rio ha avuto il marchio dei cinque cerchi olimpici. Nel XX, rimanendo nell’areale che preferiamo, la pista, Eric Liddell e Allan Wells, i flying scotsmen.  

Segnalati i valorosi cavalleggeri che con la loro selvaggia irruenza iniziarono a complicare le cose a Napoleone, l’acre whisky, il formidabile clinico, lo scrittore che finì i suoi brevi giorni nei Mari del Sud, il pio Eric e l’ingegner Alan, non resta che tuffarsi in mischia e finire nel luogo, Raeburn Place, dove – il 27 marzo 1871 –, Scozia e Inghilterra diedero inizio a tutto: decidere di incontrarsi era aprirsi, litigare per regole non condivise, ma era farlo senza ricorrere a legulei, ad azzeccagarbugli, a mozzorecchi, era farlo mettendoci la faccia, a costo di farsela rompere. Ad esempio, quella meta che decise la pugna: “irregolare – gridarono gli inglesi – l‘avete fatta con la mischia in spinta”. “E allora? – replicarono gli scozzesi –, la mischia non è fatta per spingere?”.

Edimburgo, con i suoi vicoli della città vecchia letterariamente frequentati da dissotterratori di cadaveri e da improvvide volpi (qualche anno fa me ne ritrovai una tra i piedi), con la sua storia – il Castello, il palazzo di Holyrood dove le guide indicano le tracce lasciate dal sangue del piemontese David Rizzio, il musico preferito da Mary Stuart , massacrato dai cospiratori guidati da Henry Darnley – offre interessanti alternative (la National Gallery è un pinacoteca di prim’ordine), ma prima di andare a Murrayfield, si finisce spesso per passeggiare nel tranquillo quartiere di Stockbridge, nel parco ricco di cigni e di pali lunghi, sacrario ovale.

Onestamente, non c’è molto da vedere. La pietra posata nel 1971 è piantata nell’erba, vicino a un container che non si sa bene se ospiti gli spogliatoi o i servizi degli Academicals. Il grasso e biondo labrador del custode si aggira spesso nei pressi del piccolo monumento, pronto ad alzare la gamba. Non è possibile acquistare una cartolina ricordo, un souvenir, solo dare un’occhiata alla pietra, fotografarla, spingere lo sguardo alle piccole tribune con le tettoie basse. Raeburn è il più dimesso dei sacrari: invita a ricostruire con l’immaginazione. Di sicuro c’è che 149 anni fa deve essere stato un bel casino perché la partita arrivava quando il magma delle regole era incandescente e ogni college pensava di avere il Verbo: il drop era buono, la meta era buona solo se veniva trasformata, il calcio di punizione non poteva essere piazzato. Sulla mischia, già detto: terreno di polemiche. E così finì 1-0 e undici mesi dopo, a Londra, Kennington Oval, 2-1 per gli inglesi.

A questo punto, spostamento di dodici anni in avanti e rotta verso sud, nelle Lowlands, le terre basse, verso il border, il confine con l’Inghilterra. Il giorno in cui Ned Haig inventò il rugby a 7 – 28 aprile 1883 – assomiglia a una delle scene più belle di “Momenti di Gloria”: una festa campestre, le torte portate da casa, le 220 yards per tutti, dai bambini ai giovanotti, sino alla gara-clou quando il capo del villaggio dice a Eric Liddell – internazionale di rugby e ospite d’onore – se non è il caso che anche lui scenda in pista, che poi non è una pista ma un pezzo di prato. E lui si toglie la giacca, si rimbocca i calzoni, non allenta le bretelle, corre e vince. Perché, lo diceva anche Isaia, correrai e non sarai stanco. Figurarsi uno come Eric.

Le cronache riportano che il programma prevedeva una serie di prove: corse veloci, calci piazzati, drop, una gara di finte per i centri e le ali. È costume scozzese che i momenti di festa siano ricchi di sfide: ai Giochi Celtici si lancia il pietrone, si scaglia il martello, si proietta verso il cielo un tronco. C’è persino una stranissima disciplina che prevede che un peso con maniglia debba scavalcare un’asticella posta su ritti da salto con l’asta. Idem ai festival musicali: si suona la cornamusa, si gareggia per gonfiarla a tempo di record, si danza e i vecchi tamburi maggiori si sfidano mostrando come si marcia in testa a una banda.

Quel giorno, a Melrose, il solito buffet di cose preparate in casa (conserve, marmellate, torte, biscotti al burro che sono una sfida al colesterolo), di cibi che solo gli scozzesi hanno l’ardire di portare alla bocca (haggis, budino di sugna, ossa di pecora da rosicchiare beati), tutto per raccogliere fondi per il Rugby Football Club della cittadina, nato nel 1877. Oltre al Melrose ci sono sette altre squadre e c’è giusto un pomeriggio a disposizione: è la fine di aprile e alle sette è buio. Ed è qui che scatta il colpo di genio di Ned, professione macellaio, che taglia con un colpo di mannaia una squadra e ne fa due, e fa a fettine il tempo: dagli 80’ classici escono fuori cinque partite da 15’ l’una. In finale vanno Melrose e Gala: vincono i padroni di casa e ricevono la coppa offerta da un gruppo di signore, la “Ladies Cup”.

Haig portava il nome di un famoso scotch e di un generale che, poco più di trent’anni dopo, avrebbe portato al massacro le truppe britanniche sul fronte occidentale. La sua vita si svolse senza scosse sui 20 chilometri tra Jedburgh, dov’era nato, e Melrose, dove visse e morì nel ’39, a ottant’anni. Un rustico inventore che chissà se si rese conto di quel che aveva partorito e che sarebbe approdato dall’altra parte del mondo, apprezzato da curiosi e bruni sudditi che abitavano a ventimila leghe sopra i mari. Come giocano il Seven i fijiani, non lo gioca nessuno.

Il baffuto Ned, che non aveva studiato marketing, inventò quel che oggi è di moda chiamare format. Così azzeccato che quando il rugby, dopo 80 anni, è tornato a bussare alla porta del Comitato Olimpico Internazionale, si è sentito schiudere l’uscio grazie all’invenzione di chi voleva raccogliere qualche ghinea per il suo club. E così Rio de Janeiro ha avuto il gioco a 7 (il bis a Tokyo), televisivamente perfetto, facile da capire anche per chi di rugby ne mastica poco. In una parola, divertente. E la medaglia d’oro è andata ai simpatici isolani. A Suva, per celebrare l’impresa, hanno stampato un biglietto da 7 dollari.

Se William Webb Ellis, giovinetto codificatore, fu il primo ad essere ammesso nella Hall of Fame, subito dopo è toccato a Ned the originator, come è stato scolpito sulla sua tomba. Il campo dove avvenne il miracolo della moltiplicazione delle partite si chiama Greenyards e ricorda un’antica e dolcissima canzone, Greensleeves.

 

 

 

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