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Italian Graffiti / Nomine ministeriali e regole del gioco

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Mercoledì 29 Gennaio 2020

 

coni-46

 

Si apre un nuovo capitolo per "Sport e Salute" che da oggi - dopo le dimissioni di Rocco Sabelli - ha un nuovo presidente/AD: Vito Cozzoli. Difficile immaginare cosa potrà cambiare per lo Sport italiano e, casomai, per il CONI. Proviamoci.

 

Gianfranco Colasante

 

A chi chiedeva se tutti si fossero detti d'accordo sulla nomina governativa di Vito Cozzoli - un funzionario del MISE calato alla testa di "Sport e Salute" -, il ministro delle politiche giovanili e dello sport, Vincenzo Spadafora, ha risposto lapidario: "Dialettica naturale, come tutte le nomine". Centrando, forse involontariamente, il punto. In effetti questa nuova nomina rientra in un pacchetto che ne comprende diverse altre, dall'Agenzia delle entrate alle Dogane. Legittimo, certo, considerato che il vero collante del governo giallorosso (PD e M5S) resta pur sempre l'assegnazione delle 300/400 poltrone degli enti di Stato e dintorni. Tanto più nello scenario politico un po' arroccato quale s'è andato configurando dopo le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria. 


Con questa premessa, fermiamoci agli aspetti che più interessano (o dovrebbero interessare) la gente dello sport. Che la sbandierata Riforma introdotta a fine 2018 dall'allora governo gialloverde (M5S e Lega) si sia ridotta alla mortificazione del CONI, privato di risorse e competenze, senza introdurre novità apparenti sul fronte sociale/salutistico nè tampoco su quello della promozione, è un dato di fatto. E non poteva essere diversamente, considerate le premesse tutte politiche e, diciamolo pure, un po' populiste. Lo abbiamo detto e scritto a più riprese. 


Nessuna Riforma del nostro sport può neppure immaginarsi se si rinuncia a riscrivere le regole del gioco: differenziando senza ambiguità il ricco "spettacolo a sfondo sportivo" dalla povera platea degli "sport olimpici", realizzabile solo stendendo un cordone sanitario attorno al mondo del calcio per difendersi dalla sua influenza nefasta. Come avviene in tutte la nazioni con cui dovremmo confrontarci e dove ciascun settore segue la sua strada. Senza affrontare con onestà e lungimiranza questo tema, ritengo che tutto si tradurrà in una perdita di tempo e soprattutto in uno spreco di risorse. E tra qualche mese, o qualche anno - dipende dalla tenuta del predetto collante -, ci troveremo a ragionare delle stesse storture.


Da questo punto di vista la nomina di Cozzoli al doppio ruolo di presidente/AD appare del tutto ininfluente. Per la storia, com'è noto Spadafora, ereditando la Riforma, aveva ricevuto 67 manifestazioni di interesse, selezionando di sua mano 8 curricula, ciascuno con i suoi pro e i suoi contro. Un mazzo fin troppo composito dal quale, nel pomeriggio di ieri, è stato scelto e poi incoronato Vito Cozzoli. Intendiamoci, nessuno mette in dubbio le sue qualità professionali o le sue competenze in "medicina dello sport", così com'era richiesto nel bando governativo, considerato anche - come si legge - l'ampio ventaglio delle sue preferenze ed esperienze sportive, oscillanti tra calcio e golf. Vedremo a breve se la sua nomina supererà lo scoglio parlamentare che dovrà verificare gli effetti dello spoils system in atto e, quindi, entrare compiutamente in servizio. E ne prenderemo atto.


Ma se questo attiene alle logiche imperscrutabili della politica, come detto, a me premono di più quelle che dovrebbero essere le reazioni dello sport. Quello vero. Nello specifico di fronte a questo nuovo "commissariamento" del CONI. Nessuno se n'abbia a male se uso questo termine: ma come potrebbe definirsi diversamente un organismo nominato dal governo - quale si configura "Sport e Salute" che ha preso il posto del defunto "CONI Servizi" - il quale si propone di vigilare sul CONI, stabilire a suo giudizio le risorse per le federazioni, gestire il personale attribuendo nomine e incarichi, spingendosi fino a disporre l'uso degli stessi centri olimpici (anche se alcuni sono ora trasformati in alberghi)?


C'è però un dettaglio che sembra sfuggire ai più. Nessun governo può entrare tanto pesantemente sul Comitato Olimpico del proprio paese senza solleticare l'attenzione del CIO, tutore degli ordinamenti e garante del movimento olimpico cui il CONI è stato ammesso da de Coubertin sin dal 1915, esattamente sette anni dopo la sua fondazione. A chi non ha molta dimestichezza con gli scenari internazionali, rammento un episodio: nel novembre scorso il senato degli Stati Uniti ha accantonato la proposta di due senatori - Jerry Moran del Kansas e Richard Blumenthal del Connecticut - che chiedevano al C.O. americano un fondo di 20 milioni di dollari a favore di atleti di alto livello in difficoltà o vittime di abusi. Motivo? Come si legge, perchè "the International Olympic Committee will see as governmental interference with the operation of international sport in the U.S." Dettaglio non secondario: il C.O. americano non riceve un dollaro di finanziamento pubblico. 


Ora, sia chiaro, il CONI non può assolutamente intendersi un semplice ente di Stato da "controllare" dalla politica, controllo che non può travalicare le verifiche contabili. E non solo perchè è del tutto atipico rispetto agli altri che ricevono fondi pubblici, ma perchè i tre livelli su cui è strutturato - società, federazioni, vertice del Comitato Olimpico - prendono corpo solo in base a criteri elettorali che muovono dal basso. Proprio come se, per paradosso estremo, il ministro della sanità lo eleggessero i degenti o il ministro dei trasporti gli automobilisti. Non dovrebbe e non deve essere poi il CONI a doversi far carico delle tante carenze dello Stato in materia di attività fisico/sportivo nella scuola, di cura della terza e quarta età, di alfabetizzazione motoria, e così via sguazzando nell'indistinto campo del "sociale". Un Comitato Olimpico ha, e deve avere, altri obiettivi.


Quelli che sin dal 1971 Giulio Onesti aveva rimesso a posto indicando nel "Libro Verde" i confini e le competenze dei soggetti pubblici e privati. Ciascuno per la sua parte. Non sempre chi è venuto dopo al Foro Italico lo ha tenuto presente. La crisi delle fonti di finanziamento autonome (proprio del tutto casuale?) ha fatto il resto. Fino a sollecitare la finanza creativa di Giulio Tremonti dalla cui testa è uscita "CONI Servizi", società che per vent'anni si è proposta solo come un doppione del CONI stesso, nei progetti e negli uomini (in alcuni casi anche negli stipendi). In una specie di allegro gioco dei quattro cantoni con la federazione più ricca e precaria, quella del calcio (ricordate Calciopoli?). E per di più incapace di intendere come andava mutando, e a quale velocità, la società italiana. Creando così i presupposti per gli attuali scenari, unici nello sport occidantale.


Come concludere? So bene che alla fine non accadrà nulla di nuovo o di irreparabile e che tutto continuerà a scivolare come prima (da questo versante, illuminanti sono le sorti della Lega calcio: una vicenda esemplare tutta da seguire). Ma a me piacerebbe portarvi un po' più indietro nel tempo. Al luglio del 1946 - con il paese ridotto ad un immenso cumolo di macerie fumanti - quando 27 sognatori guidati da Giulio Onesti e Bruno Zauli dettero vita al CONI democratico, anzi da pochi giorni diventato repubblicano. Nel documento che apre questa pagina vi invito a notare quante volte veniva riportato l'aggettivo "elettivo". Una scelta netta per reagire alle nomine che avevano contraddistico il Ventennio precedente. In quei giorni drammatici per ciò che restava dello sport non c'era lo Stato, non c'erano i Ministeri, non c'erano le ingerenze tanto care alle nostre varie nomenclature. Non c'erano saloni e salette, comodità e sfarzo, auto di servizio: solo i sotterranei dello Stadio Nazionale, per di più requisito dagli Alleati che vi parcheggiavano i propri automezzi. Soprattutto non c'erano soldi.


Quella però era la prima pietra di un edificio ideale nel quale - in oltre settant'anni - hanno trovato la propria casa milioni di italiani, giovani e meno giovani: studenti, atleti, allenatori, medici, giudici e arbitri, dirigenti, genitori, e perchè no tifosi. A tutti i livelli e sempre con l'orgoglio dell'appartenenza al CONI come casa madre dello sport nazionale. Non mi permetto di dare consigli a nessuno, ma chi dovrà farsi carico di interpretare e gestire il futuro dovrebbe sentire il peso e la responsabilità di questa eredità, ma anche l'orgoglio e la forza che ne derivano. Proprio nel rispetto di quei tanti milioni di persone. Ricordarlo ogni tanto a chi fa le nomine, a qualunque schieramento politico appartengano, non sarebbe tempo perso.

 

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