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I sentieri di Cimbricus / "Le macchine ci stanno distruggendo"

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Giovedì 19 Dicembre 2019

 

tempi moderni 

 

"E a noi non resta che iniziare una difficoltosa marcia verso le nostre Black Hills, come pellegrini senza bussola, come la Winnie di Beckett che ricordava, come un rosario senza senso, i suoi giorni felici."

 

Giorgio Cimbrico

Le compagnie aeree di tutto il mondo hanno trecentotrenta 737-Max a terra e la Boeing ne ha 400 in magazzino e ha perso, dicono, 6 miliardi di dollari. Il problema è la scheda del computer di bordo: se qualcosa va male, dice che va tutto bene. Risultato, due schianti, in Indonesia e in Etiopa, e 300 morti. Ci stanno lavorando. Il vecchio Dakota, cavallo da tiro dei cieli, non cascava mai. O meglio, cascava se lo centrava l’antiaerea tedesca o quella coreana. Ancora non molti anni fa una coppia ben lustrata faceva servizio tra Lugano e Zurigo e io ne ho visti volare su tratte interne australiane.


Quelli che guidavano il Dakota non avevano bisogno di schede: se c’era qualche problema, facevano scorrere il finestrino e davano un’occhiata fuori, cercavano uno squarcio nelle nuvole per trovare condizioni miglior. Se proprio andava male, atterravano su un prato, in una brughiera, andavano a scivolare sull’acqua.

Cento anni fa Alcock e Brown volavano da Terranova all’Irlanda dopo aver adattato alla meglio un bombardiere, un biplanone della prima guerra mondiale. Andavano piano, a meno di 200 km all’ora, non lontano dalle onde color piombo dell’Atlantico. Ci misero quasi un giorno e il contadino che li vide inzaccherati, nel fango del Connemara, pensò che fossero spiritelli, leprecauni o servitori delle banshee, le streghe, che se si incontrano sui ponti nei giorni di vento: pare portino una sfortuna pazzesca. Equipaggiamento: un thermos di brodo, uno di caffè e dei panini che aveva preparato la padrona del bed and breakfast di St John’s dove avevano dormito. Per la navigazione si affidavano a una cartina e per il resto andavano a occhio.

Mi sono fatto un’idea e se mi prendete per pazzo, pazienza, io vado avanti lo stesso. Aveva ragione James Cameron: le macchine ci stanno distruggendo. E qui perdonerete il rozzo termine “macchine”. Intendo i computer sempre più sofisticati, l’intelligenza artificiale che è diventata così intelligente che pensa da sola e finisce per fotterci. Proprio come in Terminator: scoppia la guerra senza che nessuno l’abbia dichiarata ed è quella finale, definitiva. Muoiono (quasi) tutti e i pochi sopravvissuti sono incalzati senza pietà dai nuovi padroni senza volto che continuano a riprodursi.

Anche noi abbiamo la nostra Sarah Connor (che non ha il fascino un po’ selvaggio di Linda Hamilton), è piccola come una pollicina ma è di gran carisma: Greta Thurnberg (che a volte amo accostare anche a Giovanna d’Arco e così le consiglio di non capitare mai dalle parti di Rouen) ha un popolo che la segue e così inizia a esser temuta. Sennò non si spiega come certi cani da guardia la offendano, la dileggino.

Qualcuno, anche grazie alla svedese che si accende e non si spegne, comincia a capire che la marcia verso l’autodistruzione va avanti spedita, con un sorriso stolido stampato sui volti vuoti di chi non ha capito niente, di chi si è fatto asciugare o friggere il cervello e ora sogna la macchina che si guida da sola, con comandi vocali (la voce delle macchine, che possono anche consigliare la loro adepta di andare contro un muro), così può passare tutto il tempo con il dito sul telefono, immerso in un nirvana imbecille, in un turbinio di cinguettii, senza il nobile stridere delle aquile. I social sono gli schermi della moglie di Montag, il pompiere ribelle di Fahrenheit 451, sono la partecipazione che assegna a tutti un ruolo in una commedia che non finisce mai, senza trama, fatta di voci che si perdono nel nulla.

Le macchine ne prendono atto, comandano, la gente ubbidisce. Rispetto a Teriminator e all’Armageddon che precede la vicenda, qui si annuncia una trama meno apocalittica e più integrata. Le macchine pensano: ma è il caso di buttare tutto all’aria se sono già tutti (quasi) così obbedienti? Non è il caso, per il momento, di sviluppare nuovi sistemi d’arma o perfezionare quello che l’ambasciatore sovietico del “Dottor Stranamore” chiamava ordigno fine di mondo.

L’ex mondo nostro è già loro. E a noi non resta che iniziare una difficoltosa marcia verso le nostre Black Hills, verso una Shangri-la che non esiste, come Lakota sconfitti senza più un bisonte da scuoiare, come pellegrini senza bussola, come la Winnie di Beckett che ricordava, come un rosario senza senso, i suoi giorni felici. Ma è solo con questa marcia che riusciremo a salvare qualcosa. Poco, ma qualcosa.

 

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