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Venerdì 30 Agosto 2019

 

CONI

 

Qualche considerazione in agro-dolce dopo l'azzeramente del governo Lega/M5S che aveva dato l'avvio alla cosiddetta Riforma dello sport, più semplicemente ridottasi ad una antistorica umiliazione dell'Istituzione CONI. Chissà perchè viene in mente la storiellina del marito che per far dispetto alla moglie ...

 

Gianfranco Colasante

 

C'eravamo tanto amati, ma tutto passa, ... Dal governo del cambiamento al cambiamento del governo. Storie italiane, si dirà, non proprio edificanti. In questo paese alla rovescia può così capitare che nel giro d'una quindicina di mesi quello ch'era dato per definitivo torni ad essere provvisorio. O addirittura nullo. Capita. In questo perenne gioco dell'oca, per di più con i dadi sbilenchi, tra i tanti provvedimenti che tornano alla casella di partenza c'è ora la (cosiddetta) legge di riforma dello sport. Riforma? Oddio, non prendiamola troppo sul serio. Di riforma dello sport se ne parla almeno da quarant'anni, e tutti fanno finta di crederci anche se sanno bene che si tratta solo di un gioco. E non si strappano certo i capelli se ad ogni stormir di (nuovo) governo tutto si azzera.


Ad avere un po' di memoria, non si diventa certo popolari, ma almeno non ci si intruppa nella retroguardia del mainstreaming. Così si può ricordare che prima di quest'ultima, targata Lega/M5S, - ora arenatasi come tanti altri provvedimenti - ce n'era stata un'altra con sigla PD che in calce portava la firma di Enrico Letta. O almeno così venne solennemente illustrata al Foro Italico dall'allora premier: progetto "Destinazione Sport", coordinatore l'ex-CT del volley Mauro Berruto.


C'erano tutti attorno a quel tavolo. Il Miur, il ministero della Salute (allora si diceva Sanità, potere delle sigle). Da parte CONI c'era Michele Uva, un'esistenza tra CONI Servizi e Federcalcio, sfociata ora in una collaborazione con il sindaco di Firenze, Nardella. "L'obiettivo è quello di arrivare - così scriveva il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera - a una legge quadro dedicata all'attività sportiva". Legge quadro. Dimenticavo: eravamo al 13 novembre 2013, nove mesi dopo l'ascesa di Giovanni Malagò allo scranno più elevato dallo sport nazionale.


Superfluo aggiungere che anche quella volta non se ne fece nulla. Ed eccoci alla nuova riforma, questa volta inserita nel contratto di governo siglato tra la Lega di Matteo Salvini e il M5S di Luigi Di Maio. Lo sanno in pochi, anzi non lo sa nessuno: ma quella legge venne approvata dal Parlamento il 30 dicembre 2018: come dire esattamante 90 anni dopo il 30 dicembre 1928 quando fu pubblicata la Carta dello Sport che riorganizzava tutto lo scibile dello sport sotto l'egida del PNF. Ricorsi storici? Coincidenze? Sciocchezze? Chissà.


Ora il carrello è tornato a capo. L'aspetto più qualificante della riforma Lega/M5S resta l'aver (finalmente!) rimesso ordine nella sconsiderata gestione dei biglietti omaggio per gli incontri di Roma e Lazio all'Olimpico. In negativo abbiamo ereditato una frattura epocale tra sport praticato e sport burocratizzato. Cioè tra chi porta, o dovrebbe aver portato, i cartellini al campo, e chi ritiene che lo sport sia ghiotta e imperdibile occasione di marketing e tappeti rossi da inaugurare e da calcare. Intendo tra il CONI (o quel che ne resta) di Malagò e la sigla Sport & Salute al cui vertice è stato collocato l'algido Rocco Sabelli il quale, parole sue, Giorgetti non l'aveva mai incontrato prima della nomina al vertice della cassa dello sport.


Adesso che tutto si è azzerato, che il resuscitato PD medita e promette vendette, che il superstite ex-sottosegretario Simone Valente è il solo ad esultare per i Giochi del Mediterraneo assegnati a Taranto (ma era la sola candidata, ...), che di Giancarlo Giorgetti - padre e ideologo della nuova riforma - avvistato per l'ultima volta tra Rimini Meeting e Berghem Fest, si sono perse del tutto le tracce, ... mi sale spontanea una domanda: come si riposizioneranno i presidenti federali che alla riforma Lega/M5S si erano prostrati con giulivo e fresco entusiasmo?


Lo vedremo presto, in attesa della immancabile riforma della riforma. Speriamo solo che non umili ulteriormente l'Istituzione CONI che non lo merita proprio. Anche perchè, come dice Malagò, in Italia il CONI è il secondo brand dopo la Ferrari. E se le dice lui che di Ferrari ne vende almeno un centinaio all'anno, ... gli si può ben credere.

 

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