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I sentieri di Cimbricus / Ma esiste davvero il dono dell'immortalita'?

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Mercoledì 10 Aprile 2019


oxford


Il fascino dell'età matura: proprio vero che di Campioni che hanno un'età anagrafica simile ad etichette di grandi annate, è molto difficile sbarazzarsi.


Giorgio Cimbrico


In quasi due secoli, the Boat Race (più conosciuta da noi come la Oxford-Cambridge remiera, da non confondere con quella decembrina e ovale) non aveva mai avuto un partecipante così vecchio che si è trasformato anche nel vincitore più attempato: tra meno di un mese James Cracknell taglierà il traguardo dei 47 anni. Ha trovato un posto sull’otto di Cambridge perché sta seguendo un master sull’evoluzione umana e, perché è James Cracknell, due volte campione olimpico, a Sydney e a Atene, nel quattro senza (le medaglie gli sono state rubate ma sono state ritrovate dal cane di un vicino), autore di una serie di imprese mirabolanti: a vela, nel gelo dell’Alaska, al Polo Sud, nelle acque del Canale della Manica, correndo, nuotando, pedalando, scrivendo, filmando.

È anche una specie di miracolato: nove anni fa, mentre tentava di attraversare l’America in un triathlon senza confini, venne travolto in Arizona da un camion cisterna, picchiò duramente la testa ma venne salvato dal casco.

Nel pre e nel dopo la prova – estenuante come il Grand National – che parte dal ponte di Mortlake per concludersi a quello di Putney, l’attenzione era su di lui, solo di lui: “Old Man River”, ha brillantemente titolato qualcuno. E qualcun altro ha riesumato l’ultima vittoria in un major di Martina Navratilova (un doppio misto vicina ai 50) o la finale di Coppa d’Inghilterra giocata, decisa e vinta da Stanley Matthews a 38 compiuti. Qualcun altro ancora si è domandato: ma non era una sfida tra universitari e, soprattutto, lo sport non è la celebrazione della gioventù, del vigore assicurato dal fiore degli anni?

È proprio così, lo è, ma di quelli che hanno addosso dati anagrafici simili a etichette di grandi annate è difficile sbarazzarsi. Sono amati e i fan sperano che il loro processo di decadimento delle cellule subisca un arresto o un clemente rallentamento. O che il beniamino incroci, nel corso dei suoi pellegrinaggi, la fonte della giovinezza o incappi in Peter Pan, uno dei pochi in grado di bloccare il tempo.   

Chi ha applaudito Roger Federer alla vittoria numero 101, conquistata all’interno dello stadio dei Miami Dolphins, ha mormorato a se stesso – le scaramanzie non sono mai troppe – che quel successo può (non possa, non potrebbe) rappresentare il primo segno della sua marcia verso Wimbledon. La nona fornirebbe eccellente materiale a chi è abile nel confezionare titoli: un inno alla gioia per chi, per armonia, è stato accostato più a Mozart che a Beethoven. Come certi music hall che tengono a lungo sui palcoscenici di Londra e di Broadway, Federer è in scena da un ventennio e ad agosto, attorniato dalla fedele e sollecita Mirka e dalla sua doppia coppia di gemelli, arriverà a quota 38.

La verità è che dai vecchi, da quelli che hanno regalato momenti indimenticabili, magari associati a parentesi personali piacevoli e incancellabili da chi si ostina a tener duro con la memoria, è difficile staccarsi. Quante volte abbiamo sentito dire: ecco il nuovo Federer, ecco il nuovo Maradona. Molto spesso, per non dire sempre, gli entusiasmi si sono presto sopiti e la nostalgia per chi è non è più nel cono di luce si è legata come l’edera alla speranza che il Campione riceva il dono dell’immortalità.

Poteva capitare una volta, quando Giove o Giunone, in libera uscita, incappavano in chi risvegliava in loro un attacco di generosità. Oggi è più difficile, ma qualcuno, senza l’intervento dei residenti dell’Olimpo, ci prova. E molti ne sono felici.

 

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