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I sentieri di Cimbricus / Tortu ovvero credere nel futuro

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Sabato 2 Febbraio 2019

 

istaf-indoor 2

 

Dopo le volate brevi di Berlino, prossimo appuntamento alle staffette di Yokohama, primo contatto col Giappone olimpico. Poi il resto verrà per questo giovane di gentile aspetto al centro di un progetto che va avanti per gradi.

Giorgio Cimbrico

Con la sua lira Orfeo ammansiva le fiere della foresta, con i suoi campanelli Papageno intratteneva cordiali rapporti con gli uccelli del bosco. Con la sua lievità, prima ancora che con la velocità che sa esprimere, Filippo Tortu riesce ad avvicinare un leggendario cantore di armonie e un personaggio nato dalla fortunata alleanza tra Schikaneder e Mozart, il binomio che produsse il primo musical della storia, il Flauto Magico. Non capitava dal tempo di Mennea (che ne andava molto orgoglioso) assistere a un’intromissione dell’atletica nei palinsesti, o a una loro mutazione.

Primo episodio, due settimane fa ad Ancona con la parentesi su Italia 1: seconda puntata calato nella piena contemporaneità, con l’acquisizione del meeting Istaf di Berlino da parte della Rai. La riunione berlinese non fa parte dello IAAF Indoor Tour, è una libera repubblica, così come il meeting all’aperto, atteggiamento possibile per chi può contare sia all’Olympiastadion che alla Mercedes Arena, su un pubblico vasto, appassionato, competente.

La presenza di Tortu giustifica la scelta, è la conferma che le acque si sono mosse e smosse, che la leggerezza, la disponibilità, la simpatia possono avere la meglio sul greve, sul terribilmente ordinario che incombono tutto attorno. Certe scelte, anche di tipo commerciale, sono eloquenti.

Pippo è il contrario di quel che avviene in molti campi in questo paese: è il protagonista di un progetto che va avanti per gradi, di una costruzione razionale, metodica senza essere ossessiva e che non prevede irrazionali  inversioni di tendenza, è il figlio allenato da un padre che, in un modesto colpo di genio, ho deciso di ribattezzare Mussalvini, riecheggiando il nome del tecnico che portò due uomini all’oro olimpico dei 100: se la vicenda di Harold Abrahams è nota, anche per merito di un magnifico film che tutti noi della tribù abbiamo visto e rivisto commuovendoci, meno famoso è il fatto che il vecchio Sam, studioso tra le altre cose di biliardo, spinse al successo nel 1908 l’esile sudafricano Reginald Walker.

L’anno scorso, peana dopo il 9”99 madrileno e critiche dopo il quinto posto agli Europei. Come se correre in 10”08 fosse un fallimento, un black out. Ha gareggiato troppo poco, era la voce portata dal vento suscitato da chi sa sempre tutto e costruisce magnifiche pianificazioni altrui. È molto probabile, se non certo, che un altro vento si alzerà: per rivedere Pippo, infatti, sarà necessario attendere il Festival delle Staffette a Yokohama, salire a fine maggio alla pista savonese della Fontanassa, una delle fonti della sua felicità, saltabeccare tra qualche appuntamento della Diamond League – di sicuro Roma, Montecarlo, Parigi – per vederlo almeno un paio di volte sulla distanza più azzurra che ci sia, i 200. E poi, concedendosi un tè nel deserto, aspettare i Mondiali di Doha, la prima prova generale quando il profilo di Tokyo sarà sempre più definito.

Vecchio come ormai sono, ho avuto la fortuna, bambino, di vedere Berruti, ho vissuto l’epopea di Mennea (la rima non è voluta …) partecipando da vicino al suo ritorno in scena (36 anni fa il record del mondo indoor) e ora, senza ambizioni da autunno del patriarca, vivo, più che altro con affetto, i giorni di gentile tuono di questo giovane affabile, educato, determinato. È una gioia udire, in quegli appoggi, la lira di Orfeo, i campanelli di Papageno.

 

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