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Saro' greve / La lunga marcia del mio amico Salvatore

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Lunedì 19 Novembre 2018

 

m.s.1 

 

Un doveroso ricordo di Salvatore Massara, veramente una “generosa diversità” al servizio dell’atletica.

 

di Vanni Lòriga


Il recente lavoro commemorativo di Augusto Frasca (dedicato agli amici ed opportunamente già presentato su questo sito) cita, fra l’altro, la “generosa diversità di Salvatore Massara”. Intendo spiegare perché il caro collega fosse in realtà del tutto diverso dagli altri. Presumo di poterlo fare per la lunga frequentazione e per varie coincidenze di vita comune. Salvatore Massara, detto "Riri", nasce a Vibo Valentia il 26 agosto 1932. È il primo dei cinque figli di Francesco Saverio (classe 1903, dottore in giurisprudenza) e di Maria Di Renzo dei Marchesi di Avignone e di San Teodoro (nata a Lanciano nel 1901, che incontrò il marito mentre studiava medicina all’Università di Roma): nascono poi nel 1934 Ugo, nel 1935 Massimo, nel 1939 Giorgio e nel 1940 Giuseppina.

Gli ultimi due figli vengono alla luce a Dire Daua dove il tenente di complemento Francesco Saverio presta servizio volontario. La famiglia lo raggiunge alla fine del 1936 e lì Salvatore Massara frequenta le elementari: diventa, come tutti, Figlio della Lupa e vive come un giovin signore, figlio del Comandante in varie località dell’Amara.

Un gentiluomo "provvisorio"


Ma è noto che l’impero ebbe breve vita: il 6 giugno 1941 il tenente Francesco Saverio Massara cade prigioniero in combattimento sull’Omo Bottego d’Abalti. Potrà tornare in Italia solo il 30 dicembre 1946. In oltre cinque anni è ristretto in vari campi di prigionia, da Eldoret va a quello di punizione di Londiani per terminare in quello di segregazione di Mariakani, destinato a chi è “strong criminal fascist”, cioè a tutti coloro che non hanno voluto cooperare con il nuovo alleato britannico. Lui è nella lista nera di chi non ha aderito alle lusinghe ed alle minacce per passare dall’altra parte della barricata. Viene iscritto nel registro dei cattivi e registrato come “provisional gentleman”, in quanto ufficiale di complemento (categoria inesistente in Inghilterra) e non di carriera, …

 

massara-01    Al tempo dell'Etiopia, ...


Intanto la sua famiglia, moglie e cinque figli, resta confinata nel campo di concentramento approntato nel campo di aviazione di Dirne Daua. Gli inglesi hanno difficoltà nell’ ospitare decine di migliaia di donne e bambini che, per iniziativa della Croce Rossa e dell’Ordine di Malta, vengono rimpatriati con le Navi Bianche.

Per spiegare cosa siano le predette Navi mi limito alla breve nota che troverete in calce, Il viaggiò a bordo di Nave Caio Duilio, iniziato il 24 maggio 1942, e perciò dopo circa un anno di detenzione, durò 42 giorni necessari per coprire le 23.000 miglia del periplo africano.

È sin troppo chiaro che l’infanzia del ragazzo Salvatore fu improntata alla diversità: aveva 10 anni e ne aveva già viste di tutti i colori. Ricominciò proseguendo gli studi a Vibo Valentia e si diplomò geometra. Intanto aveva cominciato a dedicarsi all’atletica, soprattutto alla marcia che in Calabria aveva allora grandi tradizioni.

Un ingegnere che amava l’atletica

Arrivati a questo punto sarebbe opportuno spiegare come nella regione dell’estremo meridione della Penisola ci fosse una così diffusa diffusione della specialità. È una storia che meriterebbe un trattamento a parte. Per il momento mi limito a segnalare che il tutto fu avviato dall’ingegnere Andrea Vicari, giunto a Reggio per provvedere alla elettrificazione della linea ferroviaria. Assunse molti volontari nella Milizia Ferroviaria, privilegiando i praticanti di atletica e soprattutto i marciatori.


massara-owens 2

Assieme a Jesse Owens ai Giochi di Monaco 1972.


Gareggiava a Reggio anche il catanese Gianni Corsaro con tanti altri di cui mi riservo di raccontare la storia. Fra questi Mimì Barbarello che nel 1948 fondò – con sede nel Bar Laganà di Reggio – il Gruppo Atletico Rocco Polimeni per il quale si tesserò Salvatore Massara, che intanto aveva creato a Vibo Valentia la US Umberto Calligaris per la quale poi gareggiò.

La sua carriera di marciatore fu celere e fulminante. A 18 anni vinse nel 1950 sia la finale calabra (terzo il fratello Massimo, in seguito validissimo giornalista politico ed economico) che quella nazionale del Trofeo Pavesi, gara di propaganda indetta dal Corriere dello Sport. Per la cronaca ricordiamo che nel 1951 la gara fu vinta da Giovanni Pamich e nel 1952 da Abdon Pamich. Salvatore (che gareggiava calzando un paio di sandali che gli andavano comodi …) vinse anche i Campionati del CSI e nel 1952 portò a termine la massacrante 100 chilometri. Poco dopo fece il suo ingresso all’Accademia di Modena e poi frequentò a Torino la Scuola di Applicazione di Artiglieria, partecipando a qualche gara per i colori della Reale Società Ginnastica.

Intanto aveva iniziato a scrivere di atletica. Dal 1950 collaborava con Il Mattino. Scrupoloso statistico (il primo a dedicarsi, con il fratello, a quelle femminili) fu tra i membri italiani della ATFS. Lasciò l’Esercito (che forse aveva frequentato in ossequio ai desideri del padre) per una proposta di lavoro alla RAI che poi sfumò. È stato per decenni ispettore della ISVEIMER continuando a scrivere per una infinità di giornali e riviste: dopo Il Mattino, la sua firma si trova su Sport Sud, Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera, Corriere dello Sport, Stadio, Atletica, Atletica Leggera.

Salvatore ha seguito Olimpiadi, Mondiali, Europei, Universiadi, Mediterranei, Trials USA, incontri internazionali, meeting, … in pratica tutto. E spesso tutto a spese sue, sponsor di se stesso. Veramente una “generosa diversità” al servizio dell’atletica.

Si è spento a Napoli nel settembre 2004, subito dopo i Giochi si Atene, dove aveva voluto essere presente ad ogni costo, e riposa a Vibo, nel rispetto delle sue volontà. Lo ricordai sul libro dedicato ai 50 anni della Scuola di Formia insieme a Paolo Rosi, altro mito del giornalismo- Di Paolo ha parlato nei giorni scorsi Cimbricus: giuro che non ci siamo messi d’accordo, cerchiamo solo di non dimenticare chi lo merita.

Navi Bianche – Per rimpatriare dall’Etiopia in Italia furono impiegati quattro transatlantici: le motonavi Saturnia e Vulcania e le turbonavi Giulio Cesare e Caio Duilio. Trasformate in navi ospedali, dovevano compiere il periplo dell’Africa in quanto le autorità inglesi avevano vietato il Canale di Suez. Furono necessari quattro viaggi. Fra i rimpatriati anche il futuro primatista d’Italia di mezzofondo e siepi Alfredo Rizzo, figlio di un ufficiale medico.


 

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