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Italian Graffiti / Messico e sangue: guanti neri e guanti bianchi

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Venerdì 19 Ottobre 2018

 

fallaci-68 2

 

Piazza Tre Culture: i massacratori del Battaglione Olimpia per non spararsi addosso indossavano un guanto bianco.

 

di Gianfranco Colasante

 

Questa è la foto più nota di Oriana Fallaci. Fu scattata dal fotoreporter Gianfranco Moroldo nel 1968, a Phu Bai, Vietnam del sud, e contribuì ad alimentare il mito della giornalista fiorentina e a farne l'italiana più conosciuta al mondo. Non spetta certo a me ricordare chi è stata la Fallaci, i suoi reportage o le sue interviste ai potenti della terra. Tutto resta affidato agli articoli pubblicati su L'Europeo o sul Corriere della Sera e ai suoi tanti libri, continuamente ristampati. Questa foto appartiene all'inizio della guerra del Vietnam, dove Oriana si recò ad intervalli fino al 1975, anno della caduta di Saigon (si recò anche al nord, sola occidentale, invitata da Ho Chi Minh). Quella esperienza è narrata in uno dei suoi libri di maggior successo - "Niente e così sia" - dedicato al primo anno del conflitto e si conclude con la strage di Città del Messico, nell'imminenza dei Giochi del 1968.


In questi giorni abbiamo letto e riletto dei guanti neri indossati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200. Ma nessuno ha ricordato i guanti bianchi che portavano i macellai del battaglione Olimpia che con precisione chirurgica massacrarono i giovani di Piazza delle Tre Culture. Guanti indossati per distinguersi tra loro dal momento che s'erano mescolati in borghese alla folla degli studenti. La sola cronaca dal vivo che è giunta fino a noi - dettata al registratore perchè non poteva scrivere - è quella della Fallaci che fu colpita alla schiena e due volte alla gamba sinistra dai proiettili sparati da un elicottero. Dissanguata, data per morta, fu alla fine trasportata in ospedale solo per le insistenze di un sacerdote che aveva percepito un battito di ciglia.


Quel libro (pubblicato da Rizzoli a fine 1969) - come lo ha definito ella stessa - è "brutale, disperato, spietato". E non può essere diversamente la cronaca della strage insensata di circa 500 giovani (nessuno potrà dire mai il numero esatto) che protestavano contro la dittatura e la povertà e i cui corpi furono, a cose fatte, occultati in fosse comuni. Vi si legge: "e poi venne l'autunno coi Giochi Olimpici a Città del Messico, e capitai in quel massacro, un massacro peggiore di qualsiasi massacro che avessi visto alla guerra. Perchè la guerra è una cosa dove gente armata spara a gente armata, in un massacro invece ti ammazzano e basta, ed oltre trecento, c'è chi dice cinquecento, ne massacrarono quella sera. Ragazzi, donne incinte, bambini: la strage di Erode".


Già nei giorni precedenti c'erano stati proteste e disordini popolari repressi dalla polizia. Ma il peggio doveva avvenire e avvenne nel pomeriggio del 2 ottobre, un mercoledì, quando gli studenti del Politecnico indissero una nuova manifestazione perchè "non volevano le Olimpiadi del Messico. Dicevano: costano miliardi le dannate Olimpiadi, ed è vergognoso spendere i miliardi quando il popolo muore di fame".


Il racconto della Fallaci prosegue, lungo e tragico, e non c'è modo di riportarlo tutto. Aveva avvicinato i capi del movimento studentesco che l'avevano invitata perchè la conoscevano di nome, volevano che vedesse la loro protesta e ne riferisse. "Il mio primo amico era stato Mosè che era un ferroviere iscritto al Politecnico, piccino, timido, brutto, con una camicia sfilacciata e una giacca tutta rammendi. Lo incantava il particolare che fossi stata in Vietnam e mi diceva: 'Miss Oriana, vietcong very brave, eh?, very brave?'. Il mio secondo amico era stato Angelo che era uno studente di matematica e fisica, invaghito dei Beatles e di Mao Tse-tung, con un visuccio triste da Savonarola".


C'erano altri, nel gruppo che l'accolse. Maribilla, una ragazza di diciotto anni "abbastanza graziosa se non fosse stato per il labbro leporino che le sciupava la faccia". Poi Socrate, "un giovanottone con i lineamenti di Emiliano Zapata, l'ardore del rivoluzionario disposto a ogni sacrificio". E "infine Guevara che era un laureando in filosofia, silenzioso e duro". Aveva pensato a loro quando, nella mattinata dello stesso giorno, era stata ad intervistare il generale Queto, capo della polizia, che già aveva impartito i suoi ordine ma che la rassicurò: "no pasa nada, querida, nada, tutte menzogne, nessuno spara sugli studenti".


Il comizio era in programma per le cinque della sera e s'erano radunate almeno novemila persone. Ma già la piazza era circondata, "carri armati, camion, mitraglie pesanti, bazooka". Aveva preso a parlare per primo Socrate: "Compagni... L'esercito ci ha circondati. Migliaia di soldati armati. Restate calmi. Vogliamo solo annunciarvi che abbiamo deciso di fare uno sciopero della fame, in segno di protesta contro le Olimpiadi. Questo scioperò avrà inizio lunedì, dinanzi alla piscina olimpica e ...". E non potè concludere la frase. In cielo era apparso l'elicottero, "identico a quelli che prendevo sempre in Vietnam. Aveva gli sportelli aperti e le mitraglie puntate". Il racconto continua, in crescendo, con toni sempre più drammatici. tragici, per certi versi epici. Poi cominciò a cadere la gragnuola dei colpi. Nella piazza e dall'elicottero.


"Un fatto mi colpì: che questi uomini con le rivoltelle avessero, tutti, la camicia bianca e la mano sinistra dentro un guanto bianco o fasciata con un fazzoletto bianco. In seguito avrei saputo che era il segno di riconoscimento del Battaglione Olimpia, il più duro della polizia, e che quel giorno il Battaglione s'era travestito in borghese per poter ammazzare meglio e che la prima ad essere ammazzata da loro era stata Maribilla: mentre scappava. Le scaricarono addosso tre colpi. E lei cadde esclamando: 'Porque?' ed essi le sparono ancora una volta, nel cuore, e lei non parlò più". 


Un altro testimonio italiano di quelle ore è stato un giovanissimo Gianni Romeo, inviato di Tuttosport, che raggiunse la piazza assieme a un collega de La Stampa, Bruno Perucca, seguendo l'istinto del fotoreporter di Epoca, Angelo Cozzi. Fermati dai militi con i mitra spianati, vennero allontanati con un fazzoletto bianco legato al braccio sinistro. Tornato in sala stampa, Gianni scriverà il suo pezzo che si concludeva con questa frase: "Dentro di noi una domanda scava come un  tarlo impazzito: è proprio il caso di farla questa Olimpiade della pace in un paese dove si tracciano le croci sui muri con il sangue dei morti?".

 

Postilla. Al tempo del sindaco Ignazio Marino, l'arrogante maggioranza di sinistra del Campidoglio bocciò la proposta di intitolare una strada o semplicemente un vicolo di Roma ad Oriana Fallaci, liquidandola come "fascista" e "anti-islamica". Forse anche questo può aiutare a capire perchè oggi la sinistra in Italia sia una specie in via di rapida estinzione, al Comune di Roma sieda un sindaco pentastellato e il Governo del Paese sia guidato dalla Lega di Matteo Salvini.

 

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