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I sentieri di Cimbricus / Barshim, un giunco che fiorisce oltre i 2.40

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Lunedì 9 Ottobre 2017

barshim-1

di Giorgio Cimbrico

E ora parliamo di Mutaz Essa Barshim Barshim, che nel linguaggio affidato alle immagini può essere di volta in volta un fuscello un giunco, uno spiritello leggero come Ariel, un modello leonardesco per il volo umano. O, molto più semplicemente, uno che va molto in alto perché ha pochissimo peso da portar su. Non è che gli altri siano dei ciccioni ma lui è vicino all’impalpabile: 65 chili su 1,89 sono un’inezia. Una scultura di Alberto Giacometti: di solito quelle essenziali figure in bronzo stanno ritte o camminano, lui salta. (Foto tratta dal profilo FB).

Andando a poggiare sulla solidità dei fatti, delle cifre, MEB è il secondo saltatore della storia non solo per il vertice raggiunto ma anche per il numero di salti a 2,40 o più: 11, nove all’aperto e due indoor. Davanti, solo Javier Sotomayor, a quota 21: 17 outdoor e 4 sotto un tetto.

In ordine cronologico
2.40 Eugene 1/6/2013
2.41 Roma 5/6/2014
2.42 New York 16/6/2014
2.41 Eberstadt 22/8/2014
2.43 Bruxelles 5/9/2014
2.40i Banska Bystrica 4/2/2015
2.41i Athlone 18/2/2015
2.40 Eugene 30/5/2015
2.40 Opole 11/6/2016
2.40 Birmingham 20/8/2017
2.40 Eberstadt 27/8/2017

Dopo di lui, Bohdan Bondarenko 7 (tutte all’aperto), Ivan Ukhov 5 (4 indoor) e Patrick Sjoberg 4 (2+2).

L’anno magico è stato il 2014, quando sia lui che Bondarenko hanno fatto tremare in più di un’occasione il record mondiale di Soto, a quel tempo vecchio di 21 anni e ora giunto a 24 abbondanti Ma è un fatto che Barshim sia stato capace di sorvolare la quota almeno una volta in queste cinque stagioni. La costanza ai massimi livelli è concessa a pochissimi e il premio è stato il primo titolo globale (dopo un argento mondiale, un argento e un bronzo olimpici) su cui a Londra è riuscito a mettere le mani in una stagione in cui non si è concesso una sola battuta d’arresto.

MEB è il terzo asiatico ad aver raggiunto i vertici dell’alto: prima di lui, il misterioso Ni Chihchin (il 2,29 di Shangsa, datato 1970, un cm più del meraviglioso Valeri Brumel, non venne mai ratificato: la Cina non faceva parte della Iaaf) e Zhu Jianhua che, dopo due acuti in patria (2,37 e 2,38), concesse il terzo (2,39) in Occidente, nel tempio tedesco dell’hochsprung, a Eberstadt.

In realtà, il continente Asia finisce per trasformarsi in un concetto vasto quanto la sua mostruosa estensione e variegato quanto i suoi popoli. Questo per dire che il Qatar è molto lontano e molto diverso dalla Cina, e per aggiungere che Mutaz è un asiatico… di confine: padre dell’emirato (con esperienze nel mezzofondo e nella marcia) e mamma sudanese. In ogni caso, prodotto autoctono, non acquistato sul mercato come spesso capita con i rinforzi acquisiti dai ricchi paesi del Golfo Persico.

Malgrado un’universalità dell’atletica che pesca profonda nel tempo (Haiti, Ceylon non ancora Sri Lanka, Taipei, Islanda, Lussemburgo, Senegal, Namibia, Uganda compaiono nel medagliere olimpico, Dominica, Bermuda, St Kitts, Sri Lanka, Barbados, ancora Namibia, Eritrea, Botswana in quello mondiale), che il più forte saltatore in alto del mondo venga dal Qatar desta sempre una certa impressione.

Chi scrive e, anno più anno meno, i suoi coetanei sono stati abituati a uno scenario prima americano, poi da guerra fredda (Usa contro Urss), con intromissioni polacche (Wszola), tedesche delle due sponde (Mogenburg Thranhardt, Wessig), cinesi (già citati) e svedesi (Sjoberg) prima del sorgere della potenza del “companero” Javier, tuttora in vetta sia nella dimensione all’aperto che in quella indoor.

Il Qatar continua a rimanere una presenza sorprendente, ma lo stupore viene meno quando capita di imbattersi in un messaggio promozionale spesso trasmesso in tv: riguarda l’Accademia Aspire di Doha che ospita le ambizioni dei giovani atleti arabi. Il complesso è enorme ed è stata la sede de Mondiali indoor del 2010, una data importante perché segna l’esordio internazionale di un Barshim non ancora 19enne: 14° con 2,23.

Proprio nell’immensa Asia, nella casalinga Doha 2019 e a Tokyo olimpica l’anno dopo, Mutaz, seguito sin dalla puerizia atletica dal polacco-svedese Stanislaw Szczyrba, ha la robusta chance di aumentare la collezione, estendere i domini, portare la minaccia finale a chi, a Salamanca, si avventurò negli azzurri spazi.  

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