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Lunedì 10 Luglio 2017

baslet-u-20

di Oscar Eleni

Da Sapanta, Romania, quattro chilometri dall’Ucraina, per una visita al Cimitirul Vesel dove trovi iscrizioni umoristiche sulle lapidi in ricordo del defunto. Il posto adatto per elaborare il lutto quando perdi un grande come Paolo Villaggio, quando ricevi una minacciosa lettera dall’ordine dei giornalisti che ti accusa di inadempienza all’obbligo di formazione personale. Anche per chi è in pensione? Dicono che è la legge. Beh meglio girare fra le lapidi, cercando di riderci sopra, un po’ come succede ascoltando il canto quasi mai libero della nostra atletica che, per fortuna, non ci dà nessun appuntamento per il mondiale londinese che si farà fra poco, ma rimanda tutto al futuro. Credere nei giovani, nelle nuove generazioni, anche se la multietnicità delle nostre squadre farà andare fuori di testa chi si oppone allo ius soli, a tutto quello che integra e non esclude.

Sono giorni di speranza anche per il basket che aspetta ansiosamente il raduno dell’ultima nazionale di Messina previsto per il 21 luglio nei saloni di SKY, la televisione benemerita che ha organizzato la diretta dal Cairo per la finale mondiale under 19 in pochissime ore. Quasi tutti sanno farsi voler bene sotto quel cielo milanese di Rogoredo, anche se adesso il solito sapientone dirà che forse era meglio non vederla la sfida impari per l’oro contro il Canada perché come ha detto argutamente il Crespi giocava una squadra di taglia media contro una extra large e se poi la taglia media. Se poi i taglia media fanno 12 su 23 ai liberi ciao amici cari.

Bravo Bonfardeci a coinvolgere uno che conosce le grandi storie delle giovanili, era fra gli assistenti di Faina a Bormio nel 1987 quando la Jugoslavia, croati e serbi insieme, insomma Kukoc, Radja, Divac Djordjevic, stordì gli Stati Uniti e l’Italia vinse il bronzo. Un gruppo che poi ci ha regalato campioni, così come quelli di Blasone nel 1991 ad Edmonton, oh Canada, che vinse l’argento, uno squadrone con De Pol, Fucka, Abbio, molti di quelli che 8 anni dopo hanno vinto l’oro assoluto con Tanjevic in panchina sul campo di Bercy. Lo sanno anche i borosauri che minacciano i pensionati come nei tornei possa capitare di trovare il canale giusto. La vera finale, è scritto, è stata quella vinta dal Canada sugli Stati Uniti, ma perché non applaudire anche se abbiamo avuto fortuna. Battere la Spagna è già stato un capolavoro.

Ma questo Andrea Capobianco, medico mancato per la disperazione della famiglia che nel 1966 lo ha messo al mondo a Venafro, non molto lontano da Napoli, dove davvero non credevano che o guaglione volesse dedicare tutta la sua vita alla palla al cesto, ha un tocco in più. Lo capirono a Teramo, anche se nel mondo sportivo senza riconoscenza lo congedarono proprio l’anno dopo in cui vinse il premio come miglior allenatore della serie A, se ne accorgono in Federazione perché Gommolo ha il pollice del grande alchimista. Non parliamo di cosa ha fatto con le Azzurre. Nell’Italia che sale soltanto sul carro dei vincitori si è parlato tantissimo delle ragazze beffate all’Europeo e rimaste senza qualificazione mondiale. Una rarità che valorizza il personaggio, uno che ha vinto il bronzo di Mannheim, e poi quello europeo, oltre all’argento cairota, con le under maschili, eh sì lassù dove comandano gli allenatoroni preferiscono mandare i Capobianco in trincea, una scelta giusta se non ci venisse il dubbio che le mosse possano anche nascere da un pizzico di invidia per uno che ama lavorare, non chiacchierare, per la salvezza di chi sostiene che Andrea il navigante parla sempre e soltanto di basket.

Necessario mostrare la realtĂ 

Teniamoceli stretti questi credenti che sanno anche insegnare. Lo avrà pensato il Gianni Petrucci mentre si imbarcava per Il Cairo, felice di aver trovato in SKY la grande sorella che sa come valorizzare il basket, senza dover passare fra le forche del servizio pubblico RAI che diventa disponibile, ma non certo nei fine settimana, nei mesi caldi, nelle giornate storte. Cosa sarà costata la diretta cairota? Alla Federazione niente. Certo che valeva la pena far vedere una battaglia che non poteva essere vinta, sapendo come ci era andata con gli Stati Uniti in qualificazione (65-98), con la squadra poi battuta dai canadesi di coach Rana dove Barrett, suo padre giocò a Cantù, quando il Pianella era vita e speranza e non affare, si è presentato come futuro prospetto NBA anche se non ha ancora 18 anni.

Era necessario mostrare quella che è la realtà. Dei ragazzi in azzurro soltanto un paio hanno visto il campo di serie A per qualche minuto: Okeke, tel chi lo ius soli, a Torino, Visconti alla Reyer, poi serie A2 e neppure per tanto tempo in campo. Chiedersi perché nessuno rischia di farli crescere giocando ad alto livello è un rigirare la stessa minestra. In effetti abbiamo talentini che dovrebbero fare scuola a livelli sempre più alti e difficili. Nel sistema italiano questa scala è interrotta. Capita in quasi tutti gli sport da noi, a parte il nuoto che ha risolto con un programma di lavoro durissimo, serio, senza scorciatoie. L’atletica ha più o meno gli stessi guai, ma non per mancanza di una scala che porta verso il massimo rendimento, soltanto per scarsezza di mezzi e il professionismo lo fai se ti dà da vivere.

Nel basket questa finale in Egitto ci ha dato l’illusione di aver risolto, dopo 26 anni il problema delle giovanili. No. Quella di Edmonton e quella di Bormio era un’Italia più evoluta tecnicamente e anche fisicamente perché nasceva da un reclutamento fatto bene. Ora abbracciamo questi ragazzi con l’affetto degli allenatori chiamati a guidarla: Capobianco, Cedro Galli, hai detto niente direbbero a Varese dove ha vinto tantissimo e speriamo che faccia bene anche come assistente a Pesaro, Ambrassa, uno che ha cavalcato in terre benedette, imparando a vivere, a giocare, a stare al mondo. Con lo stesso entusiasmo di Petrucci che intanto deve sfogliare la margherita per scegliere il dopo Messina: la prima risposta attesa è quella di Sasha Djordjevic, se dirà di no allora avanti con Buscaglia. Belle scelte. Tutte e due. Da condividere.

Dei componenti di questa Azzurra in fasce vogliamo sentir parlare quasi ogni mese, ma non per mettere il cartello delle alluvioni fiorentine: chiuso per nervoso. Guai se qualcuno oserà dire che uno dei 12 del Cairo potrebbe sognare un draft NBA. Guai sentir parlare di loro per un tatuaggio, una capigliatura strana, una vita stramba. Devono stare in palestra come ha detto cento volte in diretta il Crespi che non ha vissuto invano di fianco a Boscia Tanjevic prima che tutto venisse travolto dalle slavine dei dirigenti “so tutto”, quelli che, in realtà, non sanno niente anche se hanno doti per capire le debolezze le forze degli altri. Per questo trovano i voti e i consensi.

Per gli smemorati ecco un passaggio preso dalla Rowling del maghetto nascosta da uno pseudonimo sulle vie del male: Si può trovare bellezza quasi ovunque, se solo si prende il tempo per guardare ( è diretto a voi dirigenti bla bla bla) ma la battaglia per attraversare i giorni rende facile dimenticare che quel lusso del tutto gratuito esiste.

Lasciare le strade di Lawrence Capobianco al Cairo per andare nel nostro deserto dove, per fortuna, l’associazione allenatori si è affidata ancora a Zappi e Pancotto. Buone mani. Guardando le stelle che hanno incoronato Mike D’Antoni, una ferita per chi, come noi, ha sempre creduto che fosse la difesa il succo della vita in una squadra, ma quel premio è miele e ce lo teniamo. Viva Zapata D’Antoni.

Mentre troppi agenti e genitori fanno i conti in tasca ai Gallinari, lo sportivo italiano più pagato nel mondo, i pallonari quasi non ci credevano e ancora non ci credono, ci avviciniamo al raduno di Azzurra speriamo meno tenera del solito, angosciati dall’idea che in regia non c’è tanta luce, a parte Vitali, molto cuore, quello sì, e al centro manchiamo di atletismo più che di centimetri.

Il mercatino delle pulci
 
In movimento anche il mercatino delle nostre pulci da terzo tempo. Strano davvero il divorzio del neoazzurro Filloy dalla Reyer campione. Dolorosa rinuncia per De Raffaele, ma certo questo Alberani deve avere un tocco magico e Avellino ci guadagna. Interessante per Venezia aver preso Biligha, altro azzurro di nuova generazione, ma tutti si stanno domandando se Milano ha già trovato gli uomini giusti per affrontare il nuovo viaggio in Eurolega questo inferno che fa già litigare base e vertice, società grande con federazione, Fiba con tutti. Inutile indagare sulle liti e sulle motivazioni di certe scelte. Pianigiani non si è ancora presentato. Ce ne sarebbe bisogno? Beh no, ma insomma sarebbe meglio capire cosa significa un Micov in più ed un Simon in meno. Se al centro si sente abbastanza tutelato. Se in regia pensa di avere quello che serve per sfidare le favorite di sempre, col rimpianto di aver visto Melli andare al Fenerbache campione e Hackett restare lontano visto che firmerà con Trinchieri al Bamberg.

Noi andiamo avanti nel campo dei ricordi rumeni dove Villaggio urlava “batti lei” ai patiti del Palio messi sotto scacco dalla testarda e meravigliosa Tornasol, croce e delizia della Tartuca nel giorno felice dei giraffini che ci ha fatto ricordare uno dei primi viaggi a Siena. Meeting atletico dell’Amicizia, 1972. Scoperta di un amore mai più interrotto e certo non sporcato dai calunniatori che non hanno mai vissuto l’incanto di quelle contrade in lotta anche quando c’è la bruma ed escono i draghi sapienti che, in realtà, pensano di vedere negli altri il male che è dentro di loro. Per mettere insieme i fondi utili a compensare fantino ed avversari ogni contrada si organizza.

Quelli del Bruco avevano inventato il ristorante Bao (Baco) bello Chef. Servizio ai tavoli dei giovani contradaioli e il Renzo Corsi, maestro cantore della stessa Lupa del Pianigiani, sapendo che in Gazzetta, l’amatissima di cui era valoroso corrispondente, ci facevano scrivere di atletica, sapendo che per il basket eravamo innamorati persi, oltre che allenatori derubati, ci fece avvicinare da un ragazzotto di spalle larghe. Aveva il grembiule messo male. Sudava. Aveva appena finito di giocare a basket. Come è andata? Quei maledetti giraffini (fra Bruco e Giraffa guerra aperta anche se ora sembra scoppiata la pace), ci hanno battuto in finale. Un punto. Ci sarebbe piaciuto essere in piazza del Campo, magari avremmo incontrato il ragazzo del Bruco diventato uomo, magari un altro ultra settantenne a cui qualche bello spirito chiederà corsi di aggiornamento: per poter scrivere meglio il proprio nome sulle lapidi di Sapanta?
 

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