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Gaudini

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Giulio Gaudini [1904-1947]

Scherma



(gfc) “Giovane, fresco, audace e non spavaldo, battagliero e non impulsivo, coraggioso e non temerario. Mi piacque il suo gioco sobrio, la sua condotta d’assalto, la sua sensazione raffinata del tempo, la sua concezione dell’arma più difficile, più severa, più precisa e più artistica”, queste le parole con cui Nedo Nadi salutò la consacrazione di Gaudini ai Giochi del 1928. Per poi proseguire: “Non la rapida ascesa di Gaudini mi stupisce, né mi stupisce la sua caparbietà di cui anzi gli do lode; mi sorprende invece che dotato dal buon Dio di mezzi ineguagliabili, questo giovanottone semplice e buono non abbia avuto la tentazione di arrivare con il minimo sforzo ai più grandi risultati. Non sarei giusto se non dessi al suo Maestro l’elogio che gli spetta ché il fiorettista non solo non si forma da sé, ma deve sempre a qualcuno – a un poeta della scherma, quasi sempre – la forza che ha acquistato. Angelillo ha dato a Gaudini il meglio dell’arte sua e ne ha fatto quel combattente ammirato che ad Amsterdam ci dette la vittoria sulla Francia”.


Dopo Mangiarotti, risulta essere proprio Gaudini l’italiano ad aver vinto il maggior numero di medaglie olimpiche: tra il 1928 e il ‘36 ne ha conquistate nove, come dire tre d’oro, quattro d’argento e due di bronzo. Con qualcun’altra lasciata per strada, più per circostanze esterne che per demeriti propri. Nel periodo tra le due guerre, dal 1923 al ‘42, è stato tra i migliori schermidori al mondo. In pedana, dove lo distingueva l’inusuale statura prossima ai due metri, dimostrava una intelligenza schermistica superiore che, fidando su un allungo inarrestabile, lo rendeva quasi imbattibile. Specialista del fioretto (è ancora Nadi che parla: “appassionato del fioretto, la scherma per lui è tutta lì e parco di parole com’è, sente, senza saperla esprimere, tutta la bellezza dell’arma che soltanto uno schermidore nato può apprezzare come si conviene”), proprio come i fratelli Nadi seppe emergere anche nella sciabola, arma che forse meglio si confaceva al suo temperamento di combattente. Forniva il rendimento migliore nelle competizioni a squadra, quando riusciva ad esaltarsi trasformandosi in autentico trascinatore del gruppo.

“Giulietto” era nato nel cuore della vecchia Roma, figlio del direttore di Villa Borghese. Bello di viso e timido di carattere, venne avviato alla scherma dai fratelli maggiori Rodolfo e Luigi: furono loro a trascinarlo di peso nella mitica palestra dello “SC Audace”, all’ombra del Colosseo, dove sgrossava giovani talenti il maestro Salvatore Angelillo. Non ancora ventenne fu portato ai Giochi di Parigi classificandosi al quarto posto con la squadra di fioretto, ma solo perchè gli italiani si ritirarono dall’incontro per la medaglia d’oro, avversari i francesi, in segno di protesta per la decisione contraria di un giudice. Rinunciando a tornare in pedana per la successiva gara individuale. Quattro anni più tardi, ai Giochi di Amsterdam, gli azzurri si presero la rivincita strappando proprio ai francesi la medaglia d’oro a squadra. In quell’occasione Gaudini risultò devastante mettendo a segno 30 stoccate contro le due sole subite! Due giorni dopo conquistava la medaglia di bronzo nell’individuale (con l’oro andato al quasi omonimo francese, il quarantenne mancino Lucien Gaudin, suo quasi omonimo e il più acerrimo rivale in carriera). 

Gli anni successivi decretarono la consacrazione definitiva del suo talento. Nel 1929 con la squadra di fioretto vinceva a Napoli il titolo europeo (nella prima rassegna continentale che, all’epoca, equivaleva a un vero e proprio campionato mondiale che non c’era ancora). L’anno seguente, a Liegi, si imponeva sia nell’individuale che nella prova a squadra contribuendo al secondo posto colto dalla squadra di sciabola. Nel 1931, a Vienna, riportava ancora la medaglia d’oro nel fioretto a squadre assieme all’argento nella sciabola a squadre. Nel pieno della maturità si presentò a Los Angeles, Giochi del 1932, col sogno di tentare un grande en-plein nelle quattro prove del fioretto e della sciabola. Risultò l’indiscusso protagonista del torneo, ma i risultati furono inferiori alle speranze: tre medaglie d’argento (nell’individuale e con la squadra nella sciabola e con la squadra nel fioretto, un titolo perso contro la Francia per il numero delle stoccate dopo che l’incontro s’era concluso in parità) e una di bronzo (nella prova individuale di fioretto che rivelò il giovane nobiluomo milanese Gustavo Marzi) non furono sufficienti a lenire la delusione patita.

Tra il 1933 e il 1935 Gaudini riaffermò il suo buon diritto ad essere annoverato tra le migliori lame del mondo conquistando otto medaglie – tra primi e secondi posti –, in tre successive edizioni degli Europei. Alle Olimpiadi di Berlino coronò infine, nella maniera più degna, una grande carriera trionfando finalmente nel fioretto individuale: in quell’occasione seppe inanellare sette vittorie in sette incontri, due giorni dopo aver contribuito alla schiacciante vittoria nella prova a squadre. Anche nella sciabola riportò la medaglia d’argento nella prova a squadre alle spalle degli imbattibili ungheresi. Chiuse l’attività negli anni di guerra. L’ultimo alloro fu la conquista del titolo mondiale di sciabola a squadre nell’edizione inaugurale del 1938, anno nel quale vinse, sempre nella sciabola, anche il suo unico titolo italiano.

Gaudini è deceduto a soli 43 anni: la sua città gli ha dedicato una strada al quartiere Flaminio. Per il centenario della nascita la famiglia ne ha raccolto i ricordi e le memorie nel volume Il cuore sulla punta della lama.

(revisione: 19 Febbraio 2015)
 

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