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Roma 2020 / Quel Villaggio che divide …

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Lunedì 3 ottobre 2011

Si fa accidentato il percorso di Roma 2020. Almeno per quanto riguarda una delle decisioni cardine del progetto: stiamo parlando dell’individuazione del sito sul quale dovrebbe sorgere il Villaggio Olimpico. Il condizionale appare oggi più che mai d’obbligo dal momento che sono in molti ad esprimere perplessità sulla zona (individuata) di Tor di Quinto. Terreni demaniali posti a ridosso dell’ippodromo ottocentesco intitolato al generale Pietro Giannattasio, sul quale in un primo tempo s’erano appuntato gli occhi dei “promotori”. Ora, abbandonata l’idea di costruire il Villaggio sull’antico impianto oggi di pertinenza dei Lancieri di Montebello, per la sua realizzazione sarebbe allo studio una ardita operazione immobiliare che coinvolgerebbe costruttori privati e istituzioni, amministrative e sportive che siano. Sarebbe stata, al riguardo, individuata una nuova zona tra il raccordo anulare e la Via Flamia, zona peraltro soggetta a grande traffico e di notevole interesse archeologico, come sta a dimostrare la scoperta recente in Via Vitorchiano del mausoleo marmoreo di Marco Nonio Macrino, un sodale dell’imperatore Marco Aurelio dal quale fu nominato proconsole della Pannonia (l’attuale Ungheria) e di alcune province asiatiche. Una zona che – come riferiscono con dovizia i cronisti romani – da tempo archeologi e cittadini chiedono che venga definitivamente vincolata per diventare un grande parco archeologico.


Il sindaco Gianni Alemanno e il presidente del Comitato promotore, il deputato di fede berlusconiana Mario Pescante, hanno compiuto a fine settembre un sopralluogo proprio sui terreni dell’Ippodromo, in vista della stesura finale del progetto da consegnare al CIO. Progetto peraltro tutto da definire e il cui dossier, per quanto è dato di sapere, verrà affidato per la stesura alla società americana Helios Partners, che si dice particolarmente versata nel settore delle consulenze sportive (ma a Roma, o in Italia, non c’era proprio nessun altro?). Mentre spunta alla lontana anche un’ipotesi Tor Vergata, a ridosso del polo universitario, parlando della candidatura il navigato Pescante si è detto allarmato per l’eventualità che nel 2013, in sede di assegnazione dei Giochi, i voti dei membri CIO di religione islamica possano convergere su una città … islamica. Istanbul, ad esempio, tanto per fare un nome a caso. Città che corre a nome di un paese in grande espansione economica e il cui PIL, in barba alla crisi economica mondiale, veleggia appena al di sotto del +10% annuo. Nulla di paragonabile agli asfittici conti pubblici del Bel Paese … in balia delle temute società di rating.

Proseguendo nella sua disanima, il deputato del Pdl Pescante ha chiarito che, in termini di costi generali per Roma 2020, “saranno sufficienti anche meno dei 9 miliardi di investimenti previsti, dal momento che il 70% degli impianti è già pronto” e che anche una “mozione parlamentare bipartisan per sostenere la candidatura di Roma è già pronta” auspicando che “il primo firmatario sia Valter Veltroni, per dare l’impressione [sic!] di un paese unito. I tempi sono già stabiliti”. (Corriere della Sera, 28 settembre 2011). Nessuno sa come andrà a finire e se, come auspica Alemanno, Roma Capitale (la cui legge-delega scadrà il prossimo 21 novembre …) riuscirà a risolvere i pressanti problemi legati sia alla manovra economica del Governo che ai giganteschi debiti della città. Ma ciò di cui più avrebbe bisogno Roma 2020, più ancora che di soldi, di terreni o di società miste, è che la candidatura venga al più presto percepita come realmente unitaria e di tutto il Paese. In caso contrario, meglio sarebbe lasciare perdere …

 

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