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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Conte

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Antonio Conte [1867-1953]

Scherma



(gfc) Esposizione di Parigi, “Salle des Fêtes”, 27 giugno 1900: si tiene la finale della gara di Sciabola riservata ai Maestri, gara valida per i Giochi della II Olimpiade. Otto i concorretti ammessi. Tra questi l’italiano Antonio Conte e, con lui, un altro italiano – Italo Santelli – che però difende i colori del Regno d’Ungheria. Alla fine del torneo, ciascuno contro tutti, si classificheranno primo e secondo: Conte con 7 vittorie, Santelli con la sola sconfitta subita contro il connazionale. Una vittoria olimpica che non ha mai figurato, si ignora per quale motivo, nel medagliere italiano. Più un affronto che un errore. Nessuno, forse, aveva letto i regolamenti che legittimavano pienamente quel trionfo.

Antonio Conte era venuto alla luce poco dopo l’unificazione, l’11 dicembre del 1867 a Traetto, cittadina che al tempo era in provincia di Caserta e oggi, col mutato nome di Minturno, si trova in quella di Latina, “da distinta famiglia borghese”, come si diceva al tempo. Suo padre Francesco era notaio, il suo unico fratello capitano di marina mercantile. Ecco l’aulico ritratto che del giovane fece un giornalista di fine secolo: “[...] Alto di statura, snello e vigoroso ad un tempo, ha tale un'armonia di linee che seduce di primo acchito chiunque abbia senso artistico. È uno schermitore nato, insomma."

Più semplicemente mostravasi bruno d’aspetto, con capelli ricci e baffetti impertinenti, innervato da un carattere irrequieto: in pedana era un perfezionista, un pignolo, uno studioso. Per lui nella vita c’era posto solo per la scherma. Patito della tecnica, ammaliato dalla ricerca, perfezionò l’impugnatura della spada pur se la sua arma preferita restò sempre la sciabola, come era da attendersi. Fu uno dei più popolari tra i tanti maestri italiani che giravano il mondo per insegnare quell’arte, arte tutta italiana, che era ed è la scherma. Celebri sono rimaste le sue sfide con Agesilao Greco e Eugenio Pini, ma anche contro il grande Lucien Mérignac e il mancino Alphonse Kirchhoffer. Vinse molto, ma di più insegnò a vincere: uno dei suoi allievi, Georges de la Falaise, un nobile capitano degli ussari, due giorni prima della vittoria del maestro italiano ai Giochi di Parigi, s’era imposto nel torneo riservato ai dilettanti.

Arruolatosi a 17 anni, Conte fece una rapida carriera militare: da Maddaloni a L’Aquila, poi a Modena dove ottenne i gradi di tenente. Fattosi conoscere vincendo molti tornei, nel settembre 1887 venne finalmente ammesso alla Scuola Magistrale di Roma – l’università della scherma del tempo – dove perfezionò le sue già cospicue doti sotto Agesilao Greco. Diplomato maestro, nel 1889 fu destinato al “65° Fanteria” ch’era di stanza a Milano, città dove insegnò anche in “Pro Patria”. Nel 1892 venne richiamato come insegnante alla Magistrale dove, più sul terreno che in cattedra, rimase altri tre anni. Alla fine del 1895, lasciò l’esercito, indispettito perché gli era stato vietato di recarsi a Parigi per prendere parte ad un torneo. 

A Parigi ci andò invece da civile nell’aprile seguente (proprio mentre ad Atene si apriva, ignorata dai più, la prima edizione dei Giochi moderni) e vi fece la sua fortuna. “Superate le difficoltà della lingua”, aprì una sala d’armi che in poco tempo si affermò come una delle più frequentate. Intanto continuava a scendere in pedana: nel 1896 vinceva il grande torneo del “Figaro” (una sorta di campionato mondiale riservato ai maestri); nel 1897 superava a Bruxelles una settantina di avversari che gli contendevano un primo premio di 1000 lire, una fortuna.

Per far fronte alle crescenti richieste, aprì una seconda sala ch’ebbe maggiore successo della prima. Scriveva un giornale del tempo: “Il valente maestro italiano va acquistando sempre più le simpatie della high-life schermistica parigina. Infatti la sua sala del Faubourg St.Honor‚ più non bastando ai bisogni, Conte, con uno slancio ed un coraggio encomiabili, ha testè inaugurato un nuovo locale situato nel Boulevard Malesherbes, uno dei centri più eleganti di Parigi. Due sale riccamente addobbate con stoffa granata [...]. Attiguo c’è un comodissimo gabinetto da toeletta e non manca il servizio di doccie (!) calde e fredde”.

Anni di successi e di vita sontuosa per Antonio Conte, quelli a cavallo dei due secoli vissuti nella Ville Lumiére. Nell’ottobre 1904 si recò a Madrid, richiamatovi dalle 25.000 pesetas d’oro offerte dal “Club de la Peña” per insegnare l’arte ai rampolli della nobiltà castigliana. E vi impiantò un’altra scuola ch’ebbe analogo successo delle prime. Poi, all’indomani della Grande Guerra, qualche passo sbagliato e l’inizio del declino. L’ultima sfida la lanciò nel 1922 a Lucien Gaudin per vendicare una sconfitta patita da Aldo Nadi: aveva 55 anni, motivo per cui il francese, di vent'anni più giovane, non ritenne di dover accettare, ferendone l’orgoglio e il patriottismo.

Alla fine degli anni Venti riprese finalmente la via di Minturno dove, nel 1929, a 62 anni sposò la sua compagna Sofia, una polacca di poco più giovane che l’aveva accompagnato nel successio e seguito in tutte le peregrinazioni. Stabilitosi definitivamente in Italia dopo la guerra, Conte visse gli ultimi anni appartato dagli ambienti schermisti nazionali. E su di lui e le sue imprese calò presto presto il silenzio.

Antonio Conte chiuse gli occhi nella cittadina natale il 4 febbraio del 1953, dopo aver lasciato le sue modeste proprietà all’Ospedale cittadino, senza aver ricevuto alcun riconoscimento – neppure postumo –da parte dello sport italiano. Che l’aveva presto dimenticato, così come non aveva voluto la sua medaglia d’oro, la prima della scherma. Questo che segue, per la storia, è l’elenco dei modesti beni donati al nosocomio, come risultò registrato in un freddo atto notarile: “a) due ville fatiscenti con 6000 mq di terreno contiguo; b) parte di orecchini ciondolanti in oro con 4 brillanti; c) sontoir in perline scaramazze montate in oro bianco; d) gemelli in oro placcato; e) buccole fantasie con pietre verdi; f) collana fantasia a palline di vitro; g) borsellino in maglia dorata; h) 18 monetine fuori corso e 2 in argento; i) matitina placcata; l) moneta cartacea francese pari a 1200 franchi fuori corso e 4 biglietti di banca polacchi da venti unità ciascuno fuori corso”.

A ricordo del lascito i responsabili dell’ospedale di Minturno posero su una parete dell’edificio la seguente iscrizione: “Ad onorare la memoria / del / comm. Antonio Conte / che ispirato ai sensi di umana carità / tutto il suo patrimonio / donava a questo ospedale / a maggior sollievo dei sofferenti”. Chissà se quell’iscrizione esiste ancora.

(revisione: 20 febbraio 2015)

 

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