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I sentieri di Cimbricus / L'epopea del georgiano Saneyev

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Lunedì 3 Gennaio 2022

 

          saneyev 


Era l’Agronomo di Sukhumi perché, anche nel mondo senza Internet, qualcosa si veniva a sapere: Ludwig Danek, ad esempio, aveva praticato l’arte del fabbro e Wolfgang Nordwig era ingegnere.

Giorgio Cimbrico

Viktor Saneyev era un sovietico che non veniva dal freddo: sul Mar Nero cresce la palma, fiorisce l’ibisco nell’interno gran parte del territorio della Georgia è coltivato a vigna, e così i georgiani sostengono di essere gli inventori del vino. Viktor, in realtà, più che georgiano era abkazio, una delle infinite etnie, spesso bellicose, del Caucaso. Viktor, 76 anni, è morto molto lontano dai luoghi natii: a Sydney dove, dopo anni di incertezze economiche e di lavori precari, aveva trovato un posto da allenatore all’Istituto per lo Sport del Nuovo Galles del Sud.

Gli sono mancati dodici centimetri per pescare il quarto asso e uguagliare Al Oerter: la mano da Grande Slam sarebbe riuscita nel ’96 a Carl Lewis. Quel giorno, 25 luglio 1980, a Mosca, il suo successore diventò l’estone Jaak Uudmae. Viktor, che si avviava ai 35 anni, lanciò l’assalto più convinto all’ultimo salto: atterrò a 17.24. Servì solo a fargli scavalcare il povero Joao de Oliveira che, sostengono testimoni oculari, in almeno due occasioni era andato non lontano dai 18 metri. Bandiera rossa, non quella grande che sventolava su uno dei pennoni dello stadio Lenin, ma quella piccola, agitata da un giudice sovietico, uno dei membri di giurie compiacenti.

E questo è stato l’omega di Saneyev che di lì a poco si ritirò con la sua collezione di successi (tre Giochi Olimpici, due Campionati Europei all’aperto e sei indoor, tre record del mondo) e di decorazioni: l’Ordine della Bandiera Rossa, di Lenin, dell’Amicizia tra i Popoli. Tutto questo impressionante bilancio non gli era servito per aspirare al ruolo di ultimo tedoforo che toccò a Sergei Belov. “Da quando non c’è più Stalin noi georgiani contiamo poco”: l’ironia si sparse sul volto deciso, a volte sfrontato.

Ripercorrere all’indietro significa tastare la sua robusta consistenza: nel ’76, Montreal, James Butts cullò per qualche minuto l’illusione di poter diventare il primo americano campione olimpico nel salto inventato dagli irlandesi per superare i ruscelli: 17.18 al quarto turno mentre naufragava Joao de Oliveira, 17.89 meno di un anno prima a Città del Messico, 45 centimetri per il più violento progresso della storia. Al quinto salto Saneyev, modello della tecnica rimbalzista sovietica, toccò i 17.29.

Aveva corso rischi maggiori quattro anni prima a Monaco di Baviera: il 17.35 iniziale, quattro centimetri dal personale e cinque dal record mondiale di Pedro Perez Duenas, aveva tutta l’apparenza di essere ampiamente sufficiente per il bis olimpico. Ma al quinto turno anche un duro come Viktor tremò: Jorg Drehmel, tedesco orientale originario del Meclemburgo, si spinse a 17.31. Drehmel aveva battuto Saneyev un anno prima agli Europei di Helsinki e andò molto vicino ad assestare un secondo ko al georgiano. Dopo i Giochi e poco dopo il suo 27° compleanno, Viktor si riprese il record del mondo: 17.44 allo stadio della Dinamo di Sukhumi, in una competizione a lui intitolata, la Coppa Saneyev.

Il boccone più prelibato viene lasciato per ultimo: 17 ottobre 1968, quattro record del mondo in un’ora e cinquanta minuti. Non un solo soffio di brezza per il 17.22 di Beppe Gentile che in qualificazione, con 17.10, aveva strappato il record del mondo al polacco di Slesia Jozef Schmidt, dotato di un naso che fendeva l’aria e primo esploratore di quel che c’era al di là della barriera.

Dopo più di mezzo secolo Gentile continua a pensare di aver scoperto le carte, di aver rivelato che su quella pedana in gomma, a 2248 metri di quota, il passato poteva esser riscritto. Forse ha ragione. Di solido c’è che Saneyev e Nelson Prudencio ebbero la spinta giusta da un vento che soffiava alle spalle nel più classico 2,0 messicano. E così Viktor toccò 17.23 al terzo turno e a quel punto, con Gentile che affogava nei nulli, sembrava che la beffa fosse stata organizzata da un potere maligno. Ma quaranta minuti dopo, Nelson, dagli arti sottili che lo rendevano simile a un enorme ragno, arrivò a 17.27 e si propose come erede di Adhemar. Fu il record che ebbe vita più breve: dopo cinque minuti Saneyev chiuse quel trattato di epica con 17.39.

E’ molto triste sussurrare l’addio. Gentile dice che se n’è andato un amico e non c’è di meglio da ascoltare in momenti come questo.

 

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