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Io non c'ero (12) / Quelle notti gelide col Rosso Volante

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Domenica 20 Giugno 2021


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“Nessuno di noi inviati sin troppo speciali ebbe rimorsi per i tanti “io c’ero” bugiardi ammollati ai lettori. Ma quella volta a guardare Eugenio Monti finalmente vincere, io c’ero”.

Gian Paolo Ormezzano


Grenoble, Francia, anno 1968, Giochi invernali, noi italiani a priori con poco da dire. Sci alpino dominato da austriaci, svizzeri e soprattutto francesi, con Jean Claude Killy superidolo candidato a tre ori (pronostico rispettato), noi avremmo dovuto aspettare il 1970, i Mondiali in Val Gardena, per scoprire un certo Gustav Thoeni da Trafoi, più loquace parlatore in tedesco che in italiano. Sci nordico nelle mani storiche di scandinavi e sovietici, con primi arrivi dalla Germania Est. Sport del ghiaccio per noi neanche da parlarne. C’era il bob, sì, il bob a due e a quattro, pilota sempre Eugenio Monti da Dobbiaco, il fuoco nei capelli rossi e dentro il cuore.

Quando aveva vent’anni Monti, “rosso volante” nella definizione di Gianni Brera, aveva sbalordito nello sci alpino, in una discesa finendo primo addirittura davanti all’immenso Zeno Colò. Nel 1951 si era rotto i legamenti di un ginocchio al Sestriere, l’ortopedia di allora non faceva i miracoli che fa adesso, Monti rimessosi sugli sci aveva patito a Cervinia un incidente simile, stop con le discese. Scoprì il bob per voglia e amore del vento in faccia. Noi giornalisti italiani eravamo a Grenoble quasi tutti sperando di certificare la fine della sua maledizione: Monti era arrivato a due argenti, bob a due e bob a a quattro, nell’Olimpiade di Cortina 1956 sulla pista di casa. Nel 1960 niente bob ai Giochi di Squaw Valley 1960, troppo costosa una pista ad hoc. Nel 1944 a Innsbruck due bronzi per il ”rosso”, e il grande riconoscimento ufficiale da parte del CIO del suo fair play, quando Monti diede all’inglese Nash, che avrebbe vinto, un bullone del suo bob per una riparazione d’urgenza. Intitolato a lui, nacque da allora ai Giochi il premio Fair Play, riconoscimento altissimo.

Nove le sue medaglie d’oro ai Mondiali, più una d’argento, ma ai Giochi mai successo massimo. Tifavano tutti per lui, anche gli avversari che lo veneravano e si sentivano in colpa per il “buco” statistico. A Grenoble 1968 Monti – aveva già quarant’anni – vinse due ori, fu anche un evento di alta giustizia. Il “rosso volante sarebbe morto a 75 anni, sparandosi alla testa, alla fine di una vita in cui moglie, figlia e figlio gli avevano arrecato grandi dolori e in cui il morbo di Parkinson lo aveva torturato.

Noi tutti a Grenoble 1968 per Monti, però…

Però lui gareggiava all’Alpe d’Huez, dove il Tour de France dei ciclisti spesso celebra uno dei suoi massimi riti per gli scalatori. Una sorta di viaggio, da Grenoble ai quasi 2000 metri dell’Alpe. Grenoble che ospitava le gare si pattini da ghiaccio, le altre erano in affascinanti località montane, però lontanucce: Chamrousse per lo sci alpino, Autrans per lo sci nordico. E pure lo slittino dislocato sino a Villard-de-Lans, dove una altoatesina, Erika Lechner, vinceva l’oro a sorpresissima e ci obbligava a seguire anche quello sport di grande audacia, destinato in seguito a farcire eccome il palmarès azzurro, Giochi e Mondiali, con uomini e donne.

Grenoble dunque soprattutto come centro di partenza per ore e ore di spostamenti, su strade non certo da alte velocità. Grenoble dove alla mensa dei Giochi, per atleti e giornalisti, si impegnavano in performances straordinarie grandi chef dell’altissima cucina di Francia, e noi purtroppo lontani, a mangiar panini sulle nevi. Ma non solo: il primo giorno dei Giochi, sorpresissima: un italiano, Franco Nones, ci dava a Autrans la prima medaglia d’oro nel fondo, sui 30 km, performance storica che obbligava noi inviati a seguire le successive prove della specialità, gare cioè a cui avremmo dedicato attenzioni come suol dirsi di striscio.

E ancora: le discese del bob erano programmate su una pista senza raffreddamento artificiale, ai 1860 metri dell’Alpe d’Huez, dove il freddo bastava a far ghiaccio. Piccolo dettaglio: le gare nel cuore della notte, e fino all’alba, perché poi il sole smollava la pista … Molti di noi inviati speciali si autodispensarono dal presenziare alle gare, tanto Monti aveva con le Olimpiadi un rapporto da sfigatissimo. E comunque c’era tempo poi di farsi raccontare tutto da lui, disponibilissimo, e da altri.

Io c’ero lassù nelle notti gelide, ma perché conoscevo benino Monti, fra l’altro operato al ginocchio da un chirurgo che aveva eseguito un delicato simile intervento su un mio fratello. Nessun merito mio speciale, più che altro la voglia di seguire un amico, rinunciando al sonno. Un amico che vinse tutto, nel bob a due con Luciano De Paolis, romanaccio tipico, nel bob a quattro (due sole discese, gara conclusa a metà programma, il freddo non bastava per tenere insieme la pista) con lui e con Marco Armano e Luciano Zandonella.

Monti scendeva a valle, raggiungeva Grenoble, era ancora mattina, raccontava le sue discese, alla fine il pezzo veniva fuori meglio che se si fosse passata la notte nel gelo della grande montagna. Nessuno di noi inviati sin troppo speciali ebbe rimorsi per i tanti “io c’ero” bugiardi ammollati ai lettori.

 

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