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Martedì 11 Maggio 2021

 

malago-ansa


Terzo mandato per Giovanni Malagò? Possibile. Programmi? Niente di clamoroso, solo “idee importanti, forti e coraggiose”. Location prestigiosa e scelta furba degli strateghi del Foro Italico: un ritorno al passato che non impegna per il futuro.

Gianfranco Colasante

Il prossimo 13 maggio, giovedì, Giovanni Malagò darà inizio alla sua terza presidenza che si concluderà nella primavera del 2025. O almeno questa è la previsione, visto che dovrà superare l’opposizione di ben tre rivali, contandosi tra loro quel Franco Chimenti, suo attuale vice, che ha già annunciato che gli regalerà il suo voto. Con quale rispetto per gli altri candidati – Antonella Bellutti e Renato Di Rocco –, e l’intera organizzazione, lascio a voi intendere. Nei giorni scorsi, in un fondo sul Corriere, Antonio Polito teorizzava la nascita in Italia – primo paese al mondo – della democrazia dell’intrattenimento. Corretto e deprimente. Qui siamo oltre, precipitati in pieno avanspettacolo.

Semmai dovesse riuscirci, Malagò dovrà affrontare un periodo per tanti indici – pandemici, economici, sociali, demografici – negativo ed insondabile, che per di più poco ha da spartire con lo sport ch’è stato e ancor meno con quello da immaginare. Più o meno com’era all’alba della sua prima elezione. Toccherà in futuro agli storici – razza se non proprio estinta, da tempo sotto tutela ambientale – valutare se avrà saputo rispondere nel modo appropriato alle sollecitazioni di un paese in perenne rivoluzione da salotto. Ieri la parola di moda era Riforma, oggi è diventata una Resilienza servita in salsa mista. Domani, chissà. Chi avrà la ventura di scorgere l’alba dell’anno ’25 avrà certamente maggiori elementi per valutare e giudicare.

Per quanto posso ricordare, ho incontrato per la prima volta Giovanni Malagò (ma non credo che se ne sarà accorto) nel luglio 1996, Giochi Olimpici di Atlanta. Con una delle utilitarie fornite dalla FIAT alla squadra italiana (ora sostituite da pretenziosi modelli Toyota) eravamo passati a prenderlo nel suo lussuoso albergo in Downtown. Dico eravamo, perché in macchina c’erano Massimo Fabbricini (che dirigeva allora l’ufficio stampa e ora lo ha sostituito alla presidenza del CC Aniene) e Raffaele Pagnozzi in una delle sue molteplici e intercambiabili funzioni. Volle mettersi alla guida, per “provare”, ma abituato a Ferrari e BMW faceva fatica con la sua statura a trovare un assetto accettabile.

Un brillante imprenditore poco meno che quarantenne, “figlio purissimo del generone romano”, con la passione dello sport e delle sue candidature, motivo per cui era volato fino in Georgia al seguito o all’avanguardia – non so dire – di Veltroni e Rutelli che allora dettavano la rotta sul confine politica/olimpiadi: un’accoppiata non proprio fortunata la cui onda lunga è arrivata fino al gran rifiuto di Virginia Raggi. Fu un tragitto breve, poco più che un giro attorno a Peachtree. Venni scaricato di lì a poco e quindi non conservo di quella sera un ricordo preciso, ma posso dire che il giovin signore e il suo eloquio non mi fecero una grande impressione. E invece in quella utilitaria, ad esclusione di chi scrive, seppure un po’ accaldato viaggiava il futuro dello sport italiano. Quello, come si dice oggi, inerpicato sul versante della modernità e dell’imprenditoria col tassativo rigetto della nostalgia.

Di Malagò, visto che non ho mai frequentato quei crinali, di quegli anni rampanti conservo solo un articolo-intervista della Gazzetta (26 gennaio 2003) a seguito della morte dell’Avvocato. L’incipit è un lapidario: “L’uomo che sussurrava ad Agnelli. Così l’ha definito Cesare Lanza”. Un’amicizia iniziata al principio degli anni Ottanta con una chiamata inattesa: “Piccolo Malagò, che programmi hai stasera?” e coltivata attraverso quotidiane conversazioni telefoniche che la vulgata vorrebbe giungessero all’alba o giù di lì. Ecco quanto, secondo la Gazzetta: “Galeotta, dunque, fu la dolce vita romana, il richiamo della notte capitolina con i suoi tentacoli mondani. […] L’avvocato lo consultava su novità e opportunità della vita romana. E Malagò gli faceva da Cicerone, anche e soprattutto quando c’era da vedere un film.” Locali preferiti, Quirinale, Fiamma e Quattro Fontane, neanche a dirlo i locali della Roma bene, Rolex e Cachemire, terrazze di sera e bianche dune di Sabaudia.

Molto più ruvido – come sua coltivata abitudine – Franco Carraro che nel suo libro di memorie lo cita solo per una telefonata conciliatrice del 2006, post vittoria mondiale nei giorni caldi di Calciopoli. “Mi ha fatto piacere. Malagò non mi doveva niente. Anche perché lui nel 2001 si era fatto eleggere nella giunta CONI, nel 2003 aveva provato a darmi una botta, gli era andata male, e con coerenza si era dimesso”. Due presidenti dell’ente olimpico alle prese con le miserie della quotidianità, costretti a recitare su fondali da cambiare con l’impegno a renderli immutabili. Giochi delle parti, abbracci e sgambetti. Dimissioni senza clamore finite nel Tuttonotizie della Gazzetta, cinque righe in tutto titolo compreso.

Ma ancora un decennio ed ecco la rivincita, sotto lo sguardo corrucciato del Duce e proprio a spese di un uomo di Carraro, il solito Pagnozzi. Martedì 19 febbraio 2013: al 40° voto liberatorio, con scatto da centometrista Malagò va ad abbracciare le figlie in fondo alla sala. “Il trionfo dell’amico di tutti, una vita tra donne e politica”, se vogliamo non proprio un complimento l’articolo con cui lo saluta Repubblica a firma Goffredo De Marchis, lo stesso che – giochi del caso – oggi è a capo della comunicazione della “nemica” Sport&Salute. Frase cult: “Susanna Agnelli lo chiamava Megalò”. E poi, amicizie trasversali, non sempre convergenti, sciolte e a mazzetti: Montezemolo, Passera, Abete 1 e 2, Veltroni, Alemanno, Letta 1 e 2.

Come nacque quella prima vittoria? Sciorinando un programma tanto chiassosamente ambizioso quanto realisticamente irrealizzabile. “Cambiare, innovare: aprendo ai finanziamenti dei privati, ridimensionando il ruolo del calcio, creando una struttura dello sport scolastico simile a quella anglosassone. Non è più Giovannino, ma un manager in grado di guarire lo sport”. Guarire lo sport? C’era più d’un dubbio quattro anni dopo, rafforzato alla vigilia della riconferma, giovedì 11 maggio 2017.

Stavolta l’avversario era un distinto appassionato di orientering, l’ingegnere nucleare Sergio Grifoni, che dopo aver esposto una indistinta volontà riformatrice marca 5 Stelle, raccolse 2 voti contri i 67 del confermato. Era un campanello che suonava forte e chiaro: ma non se ne volle accorgere nessuno fino alla nascita del governo giallo-verde dell’anno seguente. Quando tutti caddero dal pero, e non proprio in piedi. Nuovi programmi, casomai da aggiornare in corso d’opera? “La priorità resta la chiarezza dei regolamenti e degli statuti da riformare, la riorganizzazione della macchina operativa, lo sviluppo continuo del nostro sistema antidoping”. Enunciati a microfono libero, tanto si sa, i programmi sono come le viole di maggio: la vera priorità restava l’Olimpiade da portare a casa, estiva o invernale era del tutto secondario. Da Roma a Torino fino a Cortina e dintorni passando da Milano. In pieno impero leghista.

Terzo capitolo quadriennale ancora tutto da scrivere. Ma stavolta non c’è neppure l’enunciato. Può soccorrerci solo un’intervista rilasciata al Mattino dell’8 gennaio scorso. Diceva allora il candidato-ter con uno sbaffo di compiacimento pariolino: “Sul tavolo idee importanti, forti e coraggiose ma è prematuro esternarle in questa fase, tra il discorso dell’autonomia del CONI e la gestione della pandemia. Le assemblee federali hanno dato già un’indicazione importante sulla presenza di donne negli organi direttivi del 30 ed anche del 50 per cento. Ciò ci sarà anche nella giunta e del consiglio nazionale del CONI, una significativa novità”.

Quindi niente di clamoroso, l’esperienza insegna, solo “idee importanti, forti e coraggiose”. Location prestigiosa (il Tennis Club del conte Alberto Bonacossa) e scelta furba degli strateghi del Foro Italico: un ritorno al passato che non impegna per il futuro. Un po’ di pazienza, fino a giovedì, per assistere alla nascita del CONI prossimo venturo tornato calcio-centrico con Gabriele Gravina sul ponte di comando. Ad arbitrare sarà ancora Carraro, proprio quello della botta e delle dimissioni, un nome e una garanzia. Chissà perché mi torna in mente il monologo di Nanni Moretti, …

 

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