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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / La nostra impossibilita' ad essere "normali"

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Martedì 24 Aprile 2018

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Virtù dimenticate (non solo nello sport): entusiasmo, capacità organizzative, convenienza, generosità, coinvolgimento.

di Giorgio Cimbrico

Per l’Italia l’impossibilità di essere normali si specchia su molte superfici non limpide, crea una serie di assurde e distorte rifrazioni. Evitando accuratamente la politica e seguendo l’insegnamento di Thomas Hardy – via dalla pazza folla, ma nel nostro caso l’aggettivo “pazza” dovrebbe esser sostituito da un altro, più incisivo, severo o desunto da un repertorio scatologico – voglio soltanto esporre la realtà di un avvenimento che è appena alle nostre spalle: la maratona di Londra. La London Marathon, sostenuta dalla Virgin, possiede tutti gli elementi che l’hanno resa interessante, gradevole, vibrante, ambita, commovente, amata, e trasformata in una cornucopia che assorbe e butta denaro.

È una lotta tra i migliori e le migliori del mondo; è un faccia a faccia con la diretta concorrente (Berlino, anche se agli italiano raccontano del primato di New York, della Grande Mela, ecc ecc); è un coinvolgimento per i 360.000 che chiedono di partecipare confidando di spuntarla nel ballottaggio che promuove “solo” 55.000 eletti; è una raccolta di fondi di beneficenza (charity) che in questi ultimi vent’anni è stata in grado di distribuire 500 milioni di sterline a bambini in difficoltà, alla ricerca per malattie rare, a ospedali, al terzo mondo etc; è una festa per quel milione, a palmi, che segue i 42 chilometri che si snodano da Greenwich e il Mall; è una struttura colossale che dà lavoro a un mare di gente; è un appuntamento che ha visto l’intervento della Regina in rosa carico che da Windsor ha dato il via premendo un maxi-bottone rosso; è un momento che non dimentica le celebrazioni: quest’anno, è stato il turno del 100° della RAF che festeggiava un’altra delle sue ore più belle.

In sintesi è tutto quello che gli inglesi sanno fare ricorrendo agli organi base che governano l’esistenza: cuore, cervello stomaco. Traducendo: entusiasmo, capacità organizzative, convenienza, guadagno, generosità, coinvolgimento. Come loro, nessuno al mondo. E qualcuno provi a smentirmi.

Esistono prove documentali, fornite da un’interminabile serie di eventi e diventate sempre più solide in questa “golden decade” scandita dall’Olimpiade di Londra, dai Giochi del Commonweaalth di Glasgow, dai Mondiali di rugby del 2015 (due milioni abbondanti di presenze negli stadi), l’anno scorso dai Mondiali di atletica. Il 2019 porterà anche la Coppa del mondo di cricket che, come è noto, non è uno sport, ma un costume di vita, una piacevole abitudine dai tempi piacevolmente lunghi, dall’accensione di dolcissimi furori, dall’apertura di un magazzino di ricordi simile a un vecchio carillon.

Di pari passo marciano i riti consueti del rugby a Twickenham, del tennis a Wimbledon, del calcio a Wembey e in tutti gli altri stadi in cui è normale imbattersi in ogni angolo della città, da Fulham all’Isola dei cani. A Londra, in Inghilterra, nel Regno Unito (e allargherei anche all’Irlanda: i dublinesi Aviva e Croke Park sono tra i più moderni, confortevoli e frequentati d’Europa), lo sport è una passione, una magnifica abitudine, un affare fruttuoso e perfettamente organizzato.

Un paio di osservazioni finali. Alcune settimane fa, e non è la prima volta che capita, la maratona di Roma e quella di Milano si sono svolte in contemporanea. Paragonarle a quella di Londra è come se io avessi la convinzione di poter passare una piacevole serata in compagnia di Charlize Theron, ma dà l’idea di come vanno le cose.

Quando Londra decise di correre per il 2012, nessuno a Birmingham o a Manchester insorse al grido “ci candidiamo anche noi”. Seb Coe raccontava che ogni mattina, al comitato di candidatura, arrivava una montana di posta: lettere di bambini, piccole offerte a sostegno (“di più non posso dare”), il coro di un popolo. Da noi, tocca sempre a solisti, sfiatati e fuori tempo. Incapaci di scrivere la sceneggiatura di un buon film, gradito alla critica e al pubblico.

Solo farse, solo soap opera le chiamavano una volta. Qui sono sempre di moda.

 

 

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