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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Saro' greve / Storie esemplari da Oristano e dal profeta Garau

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Lunedì 22 Maggio 2017

angioi 2

di Vanni Lòriga

Per un paio di settimane, caro Direttore, dovrò astenermi dall’essere “greve” perché debbo dedicare la mia attenzione a due fatti positivi, il primo legato alla città di Oristano ed il secondo a Milano. Dei Lombardi e della loro esemplare crociata con la "Bracco" parlerò ampiamente nel prossimo numero e intanto comincio da Oristano. Nel mio recente viaggio in Sardegna una delle tappe del pellegrinaggio (tale è il ritorno nell’Isola per chi la lasciò 87 anni fa…) è stata proprio ad Oristano. Devozionale sosta perché nel capoluogo del Giudicato di Arborea disputai nel 1944 la mia prima gara da tesserato Fidal, cartellinato con la SSS (Società Sportiva Studentesca). Una campestre in cui arrivai secondo, creando in me ed in chi mi seguiva fallaci illusioni di un radioso destino atletico.



I quaranta titoli di Francesco Garau


In tempi moderni c’è stata poi la grande epopea dell’Atletica Oristano. Un movimento nato nei primi anni ’70, per l’entusiasmo di Francesco Garau (decatleta ed ISEF di Roma) e di sua moglie Luisa Corriga (saltatrice in lungo ed apprezzatissima commercialista). Dai tempi eroici in cui i due si auto-sponsorizzavano (magari raccogliendo e vendendo giornali usati) siamo giunti, dopo quasi mezzo secolo, ad un albo d’oro che vanta una bella sfilza di atleti Azzurri o campioni d’Italia: ricordiamo Marco Pessini, Rita Angotzi (tre partecipazioni olimpiche), Valentina Uccheddu (due Olimpiadi e record italiano, Milko Campus, Giorgio Marras, Gianfranco Idda, Nicola Asuni; gli junior Gianluca Gariccia e Fabrizio De Sogus; gli allievi Sara Spiga e Serafino Meloni ed infine Antonmarco Musso quando fu introdotta la categoria Under 23.

Vengono ricordati come esemplari i primi anni Novanta (agli Assoluti successi di Uccheddu, Campus, Angotzi, Marras insieme a Cadoni che si allenò ad Oristano) preceduti dal 1988 di Rita ai Giochi, di Valentina al record del lungo e di Milko campione italiano junior. Nell’albo d’oro una ventina di titoli italiani assoluti o di categoria.

La società ora conta circa 150 tesserati. Il professo Garau si dedica soprattutto a formare e seguire le nuove leve degli insegnati, tutti già qualificati: Vincenzina Piras, Stefano Mascia, Veronica Musino, Cristina Sinis e Carlo Piras, nipote del grande Raffaele Piras.

Il delicato lavoro della Filanda

Nel Campo Scuola, già del Sacro Cuore ed ora intitolato a Laura Nurri e Roberto Sinis (due atleti oristanesi vittime di un mortale incidente) il Professore segue in particolare e direttamente il promettente velocista Patta (allievo da 10"95) e. considerata la superba tradizione nel salto in lungo, gli specialisti Musso e Anastassia Angioi (nella foto, dopo il secondo posto ai Mondiali U-18 del luglio 2011).

Forse non tutti ricordano chi sia questa giovin Signora ventiduenne. Talento puro, che da allieva saltò 6,48 e che nel 2011 fu seconda nel Mondiale Allievi di Lille. E poi una serie di infortuni, interventi chirurgici, riabilitazione, determinazione, nessuna voglia di arrendersi. Ora ha ripreso in pieno. Francesco Garau nella palestrina del Campo Sinis-Nurra ha ideato addirittura nuove macchine da allenamento per ritrovare le condizioni fisiche e perchè torni a volare. Sono indispensabili, ma non sufficienti. In realtà sappiamo, sin dai tempi di Sant’Agostino, che verità e forza risiedono in “interiore homine”. Ed allora abbiamo chiesto proprio ad Assia di raccontarci, senza remore e senza limiti, come e dove abbia trovato le risorse per superare un purgatorio che dura da quattro anni.

Pubblichiamo qui di seguito il suo dettagliato e, talora, doloroso racconto senza tagliare nulla, neanche gli esagerati elogi che mi dedica. Lei, Anastassìa Caterina Angioi (ascendenze bielorusse, come testimonia il nome, e sarde, come certifica il nobile cognome) lancia un messaggio forte di speranza. Le siamo vicini nel suo lungo lavoro di “Filanda” come definisce il suo certosino racconto recupero. A lei la parola.


____________


L’ arte del taglio e del cucito
di Anastassia Angioi

Ogni mestiere ha i suoi segreti, le sue storie, i suoi più intimi risvolti. Ogni mestiere porta con sé i sorrisi sul viso di chi lo crea, l’orgoglio, la speranza di chi lo desidera, la passione e il dolore sugli occhi di chi lo vive. La gioia delicata di chi lo accudisce inverno dopo inverno e la pazienza di chi, ogni primavera, aspetta che sboccino timidi i suoi fiori, lei che abbraccia l’estate e aspetta materna i suoi frutti.

Ogni mestiere è una forma d’arte, nessuna è, né più e né meno, rispetto a un’altra. Non sarà la mia, a valere più della tua, o la tua supererà in valore la mia, se fatta col cuore, se animata dall’emozione e dal trasporto di un sogno. Dedizione del corpo e dell’anima. E quindi arte, per questo unica. Unica perché capace di calzare, di quel calzare addosso.

Ed ogni mestiere è un po’ l’addosso di qualcuno.
O forse è così che mi piace pensarlo.
E io è del mio che, in parte, vi vorrei raccontare.

È stata una mattina dal cuore un po' uggioso ad accogliere l’arrivo del Maestro e dell’inaspettata possibilità di raccontare, di camminare di nuovo tra le parole e sceglierle con cura, di raccontare un rapporto, cullarmi dai fili che lo tengono insieme e ricordare dei suoi equilibri. Ma non equilibri qualsiasi, quelli filtrati dagli occhi curiosi e sparuti di un garzone, di un’esile apprendista nella bottega del suo Artista. Equilibri personali.

Vorrei tornare a perdermi nelle parole

È da diversi inverni che avrei voluto farne qualcosa. È da parecchie speranze, delusioni, ripensamenti e nuovi inizi che avrei voluto perdermi di nuovo tra le parole. Una penna da ritrovare, del nuovo inchiostro su cui poggiarsi e trovare nuove vie che potessero essere in grado di avvicinarsi nuovamente ai pensieri e dar loro voce, non solo col suono dei sorrisi e delle lacrime sul viso, non solo con tutto ciò che non è stata più, per tanto tempo, parola scritta.

E così provare a dare cardatura a dei gomitoli aggrovigliati, per anni appesi, arruffati, pensati e poggiati chissà dove.

Le mani e i fili. Il ricamo e la sua stoffa, le asole e i bottoni, l’ago e la sua cruna, e quei perni e quelle leve, le trame, le forbici, hai visto le forbici? La colla e il moschettone? Eterno taglia e cuci. Sfila e ricuci. I merletti, le saldature.

Non ho mai pensato di occuparmi propriamente di sport, movimento, salute, obiettivi e competizione, successo, passione e tempo libero, record, non credo almeno di averlo fatto fin ora, sin da quando riesco ad averne memoria. Credo piuttosto di aver incontrato anni e anni fa un addosso molto particolare, evolutosi nel tempo, cambiato e trasformato, distrutto e rinato tante, forse troppe volte. Un addosso però costante in una cosa: ha sempre seguito le orme di un sentiero tanto impervio quanto difficilmente abbandonabile, un addosso tanto personale e tanto insostituibile, perciò anche faticoso da argomentare.

Le continue attenzioni di sartoria speciale

Un addosso che sa di pittura, acqua e sale, semplicità. Addosso che sa ancor meglio di cucito e ricamo, di una qualche alta, raffinata forma di arte sartoriale.

Una sartoria speciale, bisognosa di continue attenzioni da chiunque provi a metter mano alla sua bottega, dal suo Sarto e i suoi allievi, da chi dice di voler imparare da lei.

Arte capricciosa, pretenziosa e insofferente, intima, commovente tanto riesca ad essere grande e profonda.

Lei, che presenta al mondo esterno una facciata, del bene tanto quanto del male, così misera e riduttiva dall’universo che nasconde dentro con preziosa gelosia, che pare impossibile, difficile, forse anche erroneo poterla e doverla in ogni modo giudicare. Magica, viscerale, capace di inaspettato stupore quanto di pungente e fredda delusione.

Un’arte antica che non accetta compromessi, solo pazienza e lavoro minuzioso di mani operose, lavoro interminabile, lavoro costante nella sua così eterna e scomoda incostanza. Chi cuce sa di avere tra le dita un mestiere di grande responsabilità, crea, dà la vita a qualcosa di unico e mai visto prima. Chi si adopera per la bellezza fa nascere qualcosa col niente, sceglie la sua stoffa tra tante, quella che cattura di più il suo sguardo, plasma quella che già sembra bastare a se stessa, capolavoro in potenza, opera da scoprire, finissaggio per emozionare.

Le mani si pungono di dedizione, sfidano le leggi della matematica creando e disfando. Disfando e ricreando. Dal niente, dal tutto, da quello che capita. Aspettano i tempi più adatti, stringono lacci, tirano e tagliano nastri, annodano, asciugano, sanno lasciar riposare. Ridefiniscono incessantemente i bozzetti, uniscono e incollano, e con gli occhi lucidi e grande delicatezza, quando sembra che il progetto stia finalmente per prendere vita ecco che arriva l’imprevisto che lega le mani. Tutto si ferma, la stoffa si impiglia e si strappa: è lì che con più pazienza e speranza di prima si ricomincia da dove la stoffa ha avuto bisogno di fermarsi, chiesto cure e ricevuto tempo, sofferto per i punti di sutura.

Il Sarto con il dono della pazienza

Delusione, sagoma, carne, volto, manichino.
Nuova speranza. Un pugnetto di stupore su misura.

Cucire, rassettare, riassettare: le mani, il cuore, l’orlo, il Sarto. Un mondo che ha bisogno di seguire lentamente le sue leggi, i suoi tempi e i suoi ritmi, il dono della pazienza. Un universo cadenzato dallo sferragliare melodico di macchine perfettamente calibrate per ogni drappeggio da creare e ricamare, per ogni allievo da istruire, per ogni perla grezza da raffinare, macchine di grande precisione, proprio come lo sono le macchine da cucire, come lo sono gli aghi e i pedali delle macchine più preziose, quelle che accompagnate dalle giuste mani sanno confezionare gli abiti più preziosi.

Opere prime per grandi debutti, ognuna con la sua caratteristica, ognuna con la sua specialità e il suo incessante lavoro di manutenzione. Come sono incessanti le continue modifiche e rivisitazioni atte a realizzare le più belle opere sartoriali, quelle per le grandi sfilate, per quei pochi secondi di scena, tra tutti gli sguardi attenti della gente, sguardi giudicanti, attenti, distratti, preoccupati, amorevoli e orgogliosi, catturati dal movimento delle onde sinuose di quei lunghi vestiti da sera che sembrano non avere gravità, che sanno di pulviscolo e scintille.

Delicata esplosione

E per ogni stoffa che si misura addosso, così le macchine si progettano per far splendere quel particolare addosso di ciascuno. Prodotto di leve continuamente calibrate, rinnovate, mantenute efficienti nel tempo per ogni variazione di temperatura e per ogni ingranaggio che sembra sempre incepparsi.

Ho imparato a credere nella speranza.

Ma i capi sono tanti, il tempo non è mai abbastanza, e la bellezza non smette di pretendere mai, lei vuole, vuole sempre di più; così niente si lascia al caso. L’attenzione per ogni maglia che si evolve deve essere la più alta e precisa. Il su misura richiede tanto amore, l’armonia la fa da padrona.


Ogni passanastro deve passare attraverso l'occhiello giusto, grande quanto basta, molto piccolo se necessario, la cura dei dettagli riduce l’errore al minimo, ogni perno conosce bene il lavoro che deve eseguire, tra linee e forme, matematica e fatica, fisica e geometria: tutto progredisce insieme e si incastra a dovere, secondo il momento dell’anno, del mese, del giorno. Secondo le continue suture da operare, lo spazio da coprire e i preziosissimi ricami da realizzare.

Ed è grazie ad anni e anni di lavoro certosino che quest’arte ha deciso di farsi cucire addosso alla mia pelle, o forse più in profondità, tra la carne e i sogni, tra le ossa e il cuore, quello che più spesso le mani sapienti hanno necessità di suturare. E in qualche modo, nonostante i tanti strappi, il modo per ricucirne insieme i lembi lo si trova sempre, a volte subito, a volte dopo mesi, per i casi più difficili dopo anni. Ma la degenza dei tessuti e una buona riabilitazione portano anche la stoffa più rovinata a ritornare leggera e morbida come mai era stata prima.

Ho imparato a convivere con il nonostante e a credere nella speranza.
Ho imparato che anche quando non lo si vuole e non lo si aspetta, il tessuto è sempre pronto a sgualcirsi, perché anche se l’attenzione non può calare mai e il ferro da stiro per far sparire le pieghe non lo si può usare, l'errore è umano e in qualche modo va sempre pagato, allora aspettare e lasciarsi stupire resta l’unica cosa da fare. E nonostante sembri tutto perduto e rovinato, si trova sempre una perla da aggiungere che nessuno aveva mai notato prima, e così, ho imparato anche che tante volte le domande non servono, basta solo un po’ di fiducia, e così insieme, solo insieme ci si può adoperare a ricamare ogni pizzo e ogni perla sulla manica dell’abito che si pensa perduto.

Perché ho imparato che le cose se si perdono si possono anche ritrovare e prendersene cura in altro modo, magari migliore, magari solo diverso, come gli ingranaggi da oleare, il carico di fili da dipanare, le forbicine diverse da utilizzare.

Ho imparato che la stoffa migliore è sempre la più difficile da maneggiare, è la più fragile e dà sempre più problemi, ma la sua bellezza è così rara e cristallina che riesce a esprimere la sua forza splendendo di luce propria con niente: non ha bisogno di grandi rifiniture, lei in qualche modo è bella anche così. E quando per sbaglio la si dimentica per troppo tempo al sole o in ammollo nell’acqua e sembra che l’unica soluzione sia quella di farci un sottopentola ecco che poi, stupendo tutti, riesce a farcela sempre. Ho imparato che i macchinari costruiti con così tanta pazienza e studio, maestria e fantasia, senza la sinergia del cuore e una squadra di menti creative non potrebbero mai prendere vita e che ogni bottone non esisterebbe se non esistessimo ora noi, e se non fossero esistite decine e decine di garzoni desiderosi di imparare ogni giorno nel passato, con grande sacrificio e volontà d’animo.

Anche le macchine hanno bisogno di un cuore

Ho imparato il sapore del confronto, rendendomi conto che anche le macchine falliscono, proprio loro, quelle dalle leve impeccabili, coloro che hanno intessuto le trame più nobili nel tempo, ma che hanno sempre e sempre avranno un margine di miglioramento, portando con sè l’anima di tutti quelli che le hanno adoperate per una camicia un giorno, per un abito da sera un altro, come dentro l'unico cuore di una speciale scuola d'arte.

Le cose si animano perché è forte l’anima di chi le vuole. Nessuno lavora per se stesso o fine a se stesso. Ognuno lavora per la bellezza comune affine alla propria particolarità. Per ricamare su un colletto una storia che sa di un’ esperienza salda ancora tutta da intessere.

Nel tempo presente, con i bottoni di un importante passato.

E così l’ago non è solo ago ma prende vita, come prendono vita le forbici, i ritagli, le crune e ogni singolo ingranaggio.

È così che amo pensare il mio addosso. Alla filanda.

Un addosso che mi viene cucito con pazienza ogni giorno, e che anche io nel mio piccolo, contribuisco a cucire insieme.

L’abito non sarà perfetto al primo giro di lana, non lo sarà al secondo, né al terzo, nemmeno forse al quindicesimo, forse anche mai lo sarà, ma è il mio e non ne esisterà mai un altro uguale, lì dove abita la casa dell’errore, è lì che mi piace ancora sperare.

C’è chi salta, c’è chi corre, c’è chi lancia.

C’è chi lotta per il successo e per sentirsi appagato. Ognuno trova il suo modo, il suo mondo e il suo perché, il suo limite, la sua filanda e a nessuno, da fuori, spetta giudicare.

Alcuni aspettano una medaglia, altri il centesimo della vita, altri ancora il centimetro che non arriva mai. Alcuni, colossi e forti, prestanti e di titanio paiono imbattibili: temibili, com’è giusto che sia.

Alcuni invece sono solo leggeri, hanno quello e devono essere capaci di farne un dono, amano rassettare l’aria, dipingere le nuvole e ricamare sogni. Colorano la stoffa più raffinata a cui basta solo un soffio di vento per osare dove solo le aquile sanno fare.

Ogni corpo ha il suo vestito, mentre rassetta la sua aria.
 



 

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