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Giochi Olimpici Estivi - 1948

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1948 Londra

Giochi della XIV Olimpiade

 

1948


(gfc) I Giochi di Londra ’48 furono dignitosamente poveri, ma non era lo sfarzo che si richiedeva loro i quei difficili mesi che seguivano la fine della guerra. Una povertà dignitosa, considerata un dettaglio che non disturbò più di tanto. Il merito di Londra fu però grande nel ridare slancio al movimento olimpico che in quegli anni aveva dovuto rinunciare a ben quattro Olimpiadi. L’ambiente risentiva ancora del conflitto, c’era poco da mangiare e non furono poche le delegazioni costrette a portarsi da casa il cibo necessario. Gli organizzatori – con a capo Lord Burghley, il grande ostacolista campione olimpico ad Amsterdam – s’erano mossi con accortezza e parsimonia, rispettando il divieto assoluto a costruire nuovi impianti.

L’impianto principale restava il vecchio stadio di Wembley, costruito nel 1923, e che solo in anni recenti (in vista dei nuovi Giochi londinesi del 2012) è stato demolito. Gli atleti furono ospitati dove capitava e com’era possibile, distribuiti su una trentina di località diverse: i principali centri si trovavano a Richmond Park e a Uxbridge, “in piena campagna inglese col suo carattere malinconico, i prati rasi e le case grigiastre, dai tetti rossi”, come fu scritto. Una atmosfera alla Dickens.

Dopo l’esperienza degli Invernali, per Londra il nuovo CONI repubblicano fece le cose con maggior cura. La squadra era stata concentrata a Milano da dove (tra il 9 e il 16 luglio) s’era mossa in treno, in diversi scaglioni, diretta ad una Londra che mostrava ancora le macerie lasciate dalle V2. Anche in Italia erano ore di grande tensione. Va qui ricordato che proprio in quei giorni il Paese era squassato da gravissimi disordini. Era accaduto che nella tarda mattinata del 14 luglio – dopo aver pronunciato un acceso discorso contro l’adesione dell’Italia al Piano Mrahall – Palmiro Togliatti, capo dell’opposizione comunista al governo democristiano di Alcide De Gasperi, uscito trionfatore dalle elezioni del 18 aprile di quell’anno, fu colpito da tre colpi di pistola sparatigli da Antonio Pallante, uno studente fuoricorso.

Alla notizia dell’attentato ci furono immediati disordini e scioperi in tutt’Italia. Per giorni si confrontarono sulle piazze forze dell’ordine e rivoltosi comunisti in scontri violenti che riaccesero il clima della guerra civile appena conclusa. Si disse che ad attenuare quelle tensioni, prossime a una vera rivoluzione, molto contribuirono le vittorie di Gino Bartali al Tour. Se non fu proprio così, l’affermazione di “Ginettaccio” in Francia aiutò molto a calmare gli animi, tanto più che Togliatti, sopravvissuto seppure ferito gravemente, ebbe la foza di lanciare alla radio un appello alla pacificazione. Il bilancio finale di quegli scontri risultò comunque molto pesante: tra le fazioni contrapposte si contarono 15 morti e oltre duecento feriti.

In quelle circostanze di grande incertezza, il CONI era riuscito a selezionare complessivamente 208 atleti affidati a 69 dirigenti, a capo dei quali c'era Bruno Zauli. Assieme a loro viaggiava una buona dose di viveri supplementari: 900 chili di pasta, 3000 uova e 200 vasetti di latte condensato. Tutta la squadra, atleti e dirigenti, era stata fornita di una divisa da cerimonia di buon taglio: giacca doppiopetto in castorino azzurro-cielo a quattro bottoni dorati, pantaloni (o gonna) in flanella grigio-ferro, mocassini bianco-neri, cravatta a righe bianche e azzurre, camicie bianche e la civetteria di calzini dello stesso candore. Niente cappello. A Londra, come giĂ  a St.Moritz, la squadra italiana sfilò dietro una bandiera che non recava lo scudo sabaudo. Due anni prima, il 2 giugno del 1946, si era tenuto il referendum nel quale il 54,3% degli italiani aveva optato per la Repubblica, sia pure tra polemiche e accuse di brogli (che pure ci furono).

Considerate le condizioni estreme di quella trasferta, i risultati finali (29 medaglie in totale) potevano ritenersi più che buoni. Nel famigerato medagliere, croce e delizia di ogni edizione, rispetto all’anteguerra gli azzurri scendevano al quinto posto perdendo due posizioni. Un bilancio soddisfacente, ma con una squadra molto più anziana delle precedenti. E con la non piccola soddisfazione di precedere i padroni di casa, fermi a 23 medaglie. Al primo posto erano gli americani (84) davanti agli svedesi (44) che avevano messo a profitto la loro neutralità.

I maggiori allori gli azzurri li raccolsero nella scherma, nell’atletica e nel pugilato. Il successo più eclatante fa la “doppietta” che, sotto una pioggia battente, Adolfo Consolini e Beppe Tosi ottennero nel lancio del disco. La vittoria più inattesa arrivò dal torneo di pallanuoto dove una squadra di senatori, passati attraverso le nequizie di una guerra perduta e le privazioni di quel primo dopoguerra, riuscì a domare ogni opposizione, vincendo a mani basse. Con Londra si apriva una nuova epoca per lo sport nazionale.


La scheda di Londra 1948


Date: 29 Luglio / 14 Agosto 1948.
Nazioni presenti: 59 (vincitrici di medaglie: 37).
Atleti partecipanti: 4099 (3714 uomini, 385 donne).
Apertura dei Giochi: re Giorgio VI.
Accensione del tripode: John Mark.
Giuramento degli atleti: Don Finlay (Atletica).
Programma tecnico: 19 sport, 138 gare.
Medaglie assegnate: 413 (138 Oro, 136 Argento, 139 Bronzo).

Membri italiani del CIO: conte Alberto Bonacossa (dal 1925), conte Paolo Thaon di Revel (dal 1932), Giorgio Vaccaro (dal 1939).
Presidente del CONI: Giulio Onesti.
Capo delegazione: Bruno Zauli.
Sede della delegazione: Villaggio Olimpico (Richmond Park; donne a Wimbledon).
Alfiere della squadra: Giovanni Rocca (Atletica).
Attaché: Renzo Chiovenda.

Atleti italiani in gara: 181 (161 uomini, 19 donne).
Riserve o non entrati: 28 (26 uomini, 2 donne).
Medaglie vinte: 29 (8 Oro, 12 Argento, 9 Bronzo).
Atleti italiani vincitori di medaglie: 60 (58 uomini e 2 donne).

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