I sentieri di Cimbricus / La forza dirompente dello sportswashing

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Giovedì 6 Gennaio 2022

boycott
Via all’anno che offre, all’inizio e alla fine, i due più alti esempi di una specialità molto gradita a chi, grazie al denaro e alle alleanze giuste – e agevoli da trovare –, è in grado di darsi un’apparente ripulita: lo sportswashing.

Giorgio Cimbrico

Ospitando eventi di assoluta importanza e di fortissimo impatto e investendo cifre formidabili – precluse ormai al “vecchio mondo” – paesi dove i diritti umani sono calpestati o ignorati possono dare una bella lavata (washing, appunto) alla propria immagine per apparire quello che non sono. Il CIO, le federazioni internazionali, i grandi sponsor, le corporazioni televisive, i network delle comunicazioni sono i primi e più convinti alleati in queste operazioni.

Si comincia tra meno di un mese con l’Olimpiade invernale di Pechino (la prima e unica città ad avere avuto i Giochi nei due formati “stagionali”), si chiude, da novembre in poi, con la Coppa del Mondo di calcio in Qatar. La non Santa Alleanza tra regimi e potere finanziario procede e lo sport è pronto e disposto a fornire la materia prima: le competizioni e gli atleti.

Quelli che una volta chiamavano Giochi bianchi vanno incontro a un boicottaggio che più di facciata non potrebbe essere: a Pechino nessuna presenza diplomatica o politica di Stati Uniti, Canada, Australia. Se ne accorgerà qualcuno? Vladimir Putin ha sbrigato con un paio di parole: “Un errore”. Più che altro, un elemento impalpabile.

La Cina prosegue nella sistematica privazione dei diritti più elementari e nella persecuzione della popolazione musulmana degli Uijguri nella regione occidentale dello Xinijan, il vecchio Turkestan, una situazione che fu al centro di aspre polemiche – e di minacce di boicottaggio, rientrate – già prima dei Giochi estivi del 2008; ha mostrato il suo volto nella repressione nei confronti di chi tenta ancora di difendere la residua autonomia di Hong Kong; negli ultimi tempi le mire espansionistiche su Taiwan, anche sotto il profilo militare, si sono fatte sempre più incalzanti. Dell’occupazione del Tibet, e della distruzione della cultura tradizionale, non parla ormai quasi più nessuno. Sono tutti aspetti che qualche storico, amante dei corsi e ricorsi, riporta allo scenario pre-Giochi di Berlino 1936.  

Altra zona geografica e altra tipologia di regime: agenzie umanitarie hanno segnalato che dal 2010 in Qatar hanno perso la vita 6500 lavoratori provenienti da India, Bangla Desh, Pakistan e Nepal. Non è noto quante siano le vittime di altri paesi – Filippine, Sudan – che all’emirato del Golfo Persico forniscono massicce quote di forza lavoro né quanti abbiano avuto incidenti mortali nella costruzione del sistema di stadi che ospiterà una Coppa del Mondo, per ragioni climatiche, in una stagione mai sperimentata, con conseguente rivoluzione dei calendari dei campionati tradizionali. Tutto accettato da chi governa il calcio e programma un’ulteriore anabolizzazione della rassegna.

Chi ha molto denaro ed è disposto ad investirlo trova nello sport terreno fertile e un ambiente superbamente tollerante. L’Arabia Saudita, che da lunghi anni bombarda e affama la popolazione dello Yemen, è entrata nel circo della F1, ha programmi che investono molti altri orizzonti e di recente ha piantato un’altra bandierina sulla Premiership mettendo le mani sul Newcastle United.

Il lavaggio va avanti, con la forza della centrifuga. Sino all’asciugatura finale.