I sentieri di Cimbricus / Breve come la vita di una farfalla

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Mercoledì 9 Giugno 2021

 

gidey 


Parliamo del record dei 10.000 metri donne. Tra onde luminose e solette al carbonio, siamo giunti sulla mostruosa soglia dei 29 minuti. Ma è ancora atletica o stiamo riaprendo il vecchio gabinetto del Dottor Caligari?

Giorgio Cimbrico

Ci sono record che durano 35 anni (quello di Jürgen Schult nel disco ha appena toccato quella barriera temporale), ci sono record che, simili a farfalle, hanno una vida breve come quella messa in musica da Manuel de Falla. Meno di sessanta ore per il record di Sifah Hassan che aveva radicalmente migliorato, di dieci secondi abbondanti, quanto Almaz Ayana aveva raccolto sulla pista olimpica di Rio concludendo un lungo recital: il passaggio da 29’17”45 a 29’06”82 offerto dalla proteiforme olandese d’Etiopia aveva il contenuto di una tappa storica.

Sulla stessa pista, Hengelo, sede dei Trials etiopi di mezzofondo (meglio lì che ai 2400 metri di Addis Abeba, Letesenbet Gidey, 23 anni, nata nella regione del Tigray, già primatista del mondo dei 5000 in 14’06”62, ha continuato la marcia verso il superamento dei 29 minuti – 29’01”03 – ed è tornata a riunire i primati di 5000 e 10.000: non capitava dalla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta quando le giovani lunghe distanze aperte finalmente alle donne avevano il punto di riferimento nella norvegese Ingrid Kristiansen con prestazioni superiori di 31 secondi e di un minuto e 12 secondi su quanto è oggi scritto nelle cronologie.

Al passaggio ai 5000 Gidey era in ritardo di quattro secondi su Sifan Hassan: ha rimediato con una seconda parte in 14’19”, eccellente tempo sulla distanza, nove secondi sotto il parziale, già impressionante, dell’olandese, 14’28”. “Penso di potermi esprimere in un ritmo che mi porterà a 28’56”, ha detto la vicecampionessa mondiale di Doha. I prossimi obiettivi sono il superamento dei 14 e dei 29 minuti e il traguardo non è lontano.

“I progressi tecnologici fanno parte del gioco”, è intervenuta l’appena detronizzata Sifan Hassan. Non c’è dubbio che la Wavelight, l’onda di luce che dal cordolo comunica all’atleta l’efficacia del ritmo, fornisca un aiuto infinitamente superiore a quello che può prestare una “lepre” umana, sempre più difficile da scovare quando l’andatura di chi insegue nuove dimensioni diventa problematica o semplicemente impossibile.

Progressi, non così violenti (anche perché si partiva da più dure frontiere esplorate già una quindicina d’anni fa) sono stati assestati da Joshua Cheptegei, l’ugandese che l’anno scorso, prima a Montecarlo, poi a Valencia, ha privato Kenenisa Bekele dei due primati.

Tutti questi acuti, queste riscritture, hanno, oltre l’onda delle luci, un altro comune denominatore, le scarpe high-tech con solette in carbonio (non più alte di 30 millimetri, secondo il regolamento varato dalla federazione internazionale) che hanno visto la Nike all’avanguardia nella ricerca e nella realizzazione di modelli che, dopo la sperimentazione, vengono messe sul mercato a prezzi attorno ai 300 dollari.

Studiosi di biomeccanica hanno calcolato che le calzature, come gli stivali delle sette leghe, possano offrire un vantaggio che se nella maratona è stato calcolato tra il 2 e il 3% sulla prestazione finale, in pista può assicurare un aiuto quantificabile tra il mezzo secondo e il secondo a giro.  

La serata di Hengelo, sotto la regia di Jos Hermens, creatore di “Global Sports”, ha offerto una forza d’urto del mezzofondo etiope oggi senza confini. Gli appassionati di tempi e di collocazioni degli stessi nelle liste All time non devono che consultare il sito di World Athletics o altri siti all’atletica votati e, subito dopo, prendere la strada di personali analisi e di relative, possibili conclusioni.