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Verri

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Francesco Verri [1885-1945]

Ciclismo

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(gfc)
Le cronache riferiscono di un esordio, a dir poco, disastroso. Ma, se vogliamo, da predistinato. Siamo all’alba del Nocevento. Il ragazzino era ammaliato dalle pesanti biciclette che incrociava sulle piatte strade di Mantova, sua città natale. Tanto da azzardarsi a chiederne una in affitto: “È per mio padre”, mentì senza pudore al noleggiatore perplesso. Superate in qualche modo le resistenze del negoziante, si arrampicò in sella partendo a razzo, ma concludendo presto la corsa dentro la fontana di piazza Garibaldi. Cominciava con quel battesimo indesiderato una lunga carriera che, sin dall’inizio, l’avrebbe portato – estate del 1906 – a vincere tre gare ai Giochi Olimpici Intermedi di Atene: impresa che lo ha consegnato alla storia olimpica del ciclismo.

Vittorie tanto inattese da suscitare più di un sospetto: c’era chi giurava che quel giovanotto, allampanato e baffuto, dalla scarsa muscolatura e dal sorriso pronto e un po’ beffardo, non poteva essere altri che un professionista venuto a correre sotto falso nome. Non era vero, ma si poteva anche capirla quella reazione. Né fugò il sospetto il tragitto in bicicletta fatto qualche giorno dopo accanto a Dorando Pietri che, però, almeno per quella volta, fu costretto a fermarsi per lancinanti dolori addominali.

Abbiamo parlato di un predestinato, dal momento che ad Atene Verri non doveva neppure andarci. Al ciclodromo “Umberto I” di Torino, prove di selezione per la Grecia, aveva infatti imbroccato una giornata di quelle storte e s’era fatto precedere da Federico Della Ferrera, il ciclista di casa che in seguito sarebbe diventato famoso come costruttore di moto da record. Nei due anni precedenti, Verri s’era conquistata la nomea di miglior dilettante italiano e dispiaceva lasciarlo a casa, specie ai dirigenti della federazione. E così lo avevano ripescato, si disse a furor di stampa, ma anche per le pressioni popolari di tutta la città dei Gonzaga e che, infine, finirono per piegare i selezionatori.

Ai Giochi erano così andati entrambi per le gare su pista e, con loro, il romano Giacinto Fidani (vincitore della prova corsa tra Roma e i Castelli) che avrebbe corso nella prova su strada. Un predestinato, quindi, anzi uno dei “grandi” come ha scritto Guido Giardini che, prima di dedicarsi al giornalismo, fu suo allievo e ne valutò così le caratteristiche che gli si riconoscevano: “le doti fisiche che esprimono la potenza del campione; le doti di classe che determinano intelligenza, tattica, prontezza di riflessi, intuito della corsa e perfetta conoscenza degli avversari, quindi decisione e scatto che riassumono il velocista del ciclismo”.

La vera vicenda sportiva di Francesco Verri era iniziata nel 1905 con una clamorosa vittoria nella Milano-Verona-Milano, una massacrante maratona padana nella quale aveva fatto mangiare la polvere a gente come Giovanni Cuniolo, Carlo Galetti, Eberardo Pavesi, Giovanni Rossignoli. Come a dire l’aristocrazia italiana del momento. Siamo ai tempi eroici del ciclismo, quando i corridori erano i “giganti della strada” e la bicicletta che ispirava cantori e poeti era il “cavallo d’acciaio”. Ma della strada e della polvere il giovane “Cesco” si stancò presto. Forse proprio per le vittorie riportate sul velodromo ateniene –, fondo in legno, curve quasi piatte, tre giri per un chilometro –, che lo convinsero a scegliere definitivamente la pista con i suoi ricchi ingaggi e le serate che sconfinavano nel mondano.

Si andava convincendo sempre più che la sua specialità d’elezione restava la velocità. In quelle gare dove ci si affrontava faccia a faccia, si duellava a forza di garretti e si stabiliva subito chi era il più forte. Tornato da Atene, andò a Ginevra per il campionato mondiale vincendo – primo italiano a riuscirvi – anche il titolo iridato dello sprint. Ma prima, per prendere le misure degli avversari, s’era spinto fino a Parigi dove sulla pista di Vincennes s’era imposto nel celebre “Gran Premio”, malgrado le due volate fatte, visto che nella prima s’era sbagliato nel conteggio dei giri.

Questi ed altri dettagli della sua vita li avrebbe raccontati molto più tardi lui stesso, dal momento che attorno al suo nome perdurò a lungo una strana aria dubbiosa, quasi di sospetto, specie all’estero, neppure quei successi li avesse usurpati. Sospetti che non meritava e che lo addoloravano. Così, per qualche anno, finì per rintanarsi in Italia, passando dal velodromo milanese alla mantovana pista del Te. Già nel 1905, ventenne (era nato il 10 agosto 1885), aveva vinto il titolo italiano dilettanti. Passato professionista, si impose definitivamente come il principe della velocità: nessuno pareva in grado di batterlo. Tra il 1906 e il 1911 vinse sei volte di fila il campionato italiano, serie interrota solo nel 1912 quando a precederlo fu il fiorentino Antonio Polledri, ma proprio sulla pista mantovana, cosa che lo indispettì non poco.

La sua stagione più bella l’avrebbe però vissuta ancora all’estero, nei tre anni trascorsi sui velodromi d’oltre oceano. “Erano autentiche battaglie”, ricorderà anni dopo. Verri non aveva paura di nessuno e cercava sempre nuovi stimoli. Al Madison Squadre Garden affrontò l’americano Frank Kramer, fresco del titolo mondiale di velocità, bruciandolo sul filo con 11”1/5 negli ultimi 200 metri. Non disdegnò neppure le pesanti “Sei Giorni”, gare che richiamavano folle enormi ed elargivano soldi e popolarità. Come capiterà con la vittoria a Chicago, anno 1915, in coppia con lo svizzero Oscar Hegg, con un record di 4511 chilometri destinato a durare per oltre un decennio. O con quella, meno fortunata, che nel 1917 lo vide quinto in coppia con il razzente australiano Bob Spears, altra stella della velocità di quei tempi.

Poi la guerra lo richiamò in Patria. Ma trovò ancora la forza di tornare in pista per vincere altri due titoli italiani quando aveva scollinato da tempo i trent’anni. L’ultimo sprint lo lanciò nel 1925, al velodromo Sempione, ormai possimo ai quaranta. “Quel giorno avvertii che qualcosa non andava, così chiusi bottega e non se parlò più”.

Ma non era del tutto vero. Perché non si allontanò mai del tutto dalla pista e dal ciclismo. Disponibile anche per chi, dall’estero, richiedeva i lumi della sua esperienza. La gran parte del tempo la dedicava però ai giovani di casa, tanto che uno dei suoi allievi – il bresciano Benedetto Pola – nel 1934 fu capace di vincere a Lipsia il titolo mondiale dilettanti e, per un’inezia, fu quarto ai Giochi berlinesi. Trovava modo di occuparsi anche della strada, tanto che nel 1935 gli affidarono la squadra italiana per il Tour. Il carattere esuberante, e un po’ guascone, lo sfogava anche su altri piani, come in quel film di cappa e spada “Il corsaro nero” interpretato dal suo amico Ciro Verratti, il fiorettista che aveva vinto a Berlino e che sarebbe diventato il capo dello sport al Corriere della Sera prima di morire per un banale incidente sulle strade del Giro.

Verri si spense ancora giovane. La sua fine ebbe risvolti tragici: come a chiudere d’impeto quella corsa continua ch’era stata la sua vita. Giugno 1945, la guerra finita da poche settimane, le luci finalmente riaccese su una serata mantovana tra amici per ricordare i vecchi giorni. Assieme a lui, a tavola sedevano Tazio Nuvolari, Learco Guerra, Fabio Battesini e altri ancora della bassa mantovana. Si parlava in dialetto, si beveva lambrusco e si rideva molto, felici innanzi tutto di essere ancora vivi. Dopo qualche ora la decisione di ripartire per Roma, dove lo aspettavano moglie e figlia. La “Balilla” la guidava l’ex-corridore Alfredo Sartini. Un viaggio notturno a scavalcare la Cisa, poi una breve sosta per controllare il motore, infine l’Aurelia che si stendeva diritta e piatta e monotona verso Roma. Dove Verri non arrivò mai: dopo Piombino l’uscita di strada si concludeva contro un albero. Sartini restava ferito, Verri moriva sul colpo. Non aveva ancora toccato i sessant’anni.

(revisione: 19 maggio 2014)

 

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