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Pietri

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Dorando Pietri [1885-1942]

Atletica


pietri


(gfc)
Al suo nome resta legato l’episodio più celebrato dei Giochi Olimpici moderni, quello che vide il piccolo corridore emiliano vincere, e perdere nello stesso tempo, la Maratona del 1908. In una torrida giornata di luglio, la gara prese il via alle 14,30 dal prato del castello di Windsor, a 700 yarde dalla statua della regina Vittoria, e si concluse a White City dopo 26 miglia e 385 yarde (compreso il tratto in pista), pari a quei 42 chilometri e 195 metri che, da quei giorni, costituiscono la distanza standard delle corsa.

Dorando Pietri è stato il più illustre adepto di quell’attività, molto popolare all’inizio del secolo XIX, che andava sotto il nome di “Podismo”. Derivazione italica di un più appropriato “Pedestrianism” con il quale i britannici avevano indicato sin dal Settecento l’esercizio della corsa con finalità agonistiche e che, nel resto d’Europa, si era affermato tra la fine dell’Ottocento e i primi del Nocevento. In Italia si era diffuso attorno agli anni Ottanta del XX secolo: il periodo di maggior fulgore fu toccato intorno al 1910 quando le corse su strada sollecitavano grandi entusiasmi, trovando migliaia di praticanti e numerosi interpreti di buon livello internazionale, da Airoldi allo stesso Pietri. La più centrata definizione l’ha fornita il poeta Luciano Serra cristallizzando il fenomeno italiano negli anni immediatamente precedenti la Grande Guerra:

“Si era in un’età di podismo ininterrotto ed esasperato, e i premi erano il giusto incentivo a gareggiare; si era anche alla fine di quell’età in cui il podismo professionistico e semiprofessionistico era dilagato ed era divampato in Europa e in America e rappresenta, perciò, un vasto capitolo della storia dell’atletica certo più importante allora dei Giochi Olimpici e indubbiamente più colorito e febbrile. […]
Sfide grosse, scommesse accanite, rivalità pungenti, folle immense di tifosi del podismo, dispute sui record, giri e traversate di città e di paesi, maratone in velodromi e ippodromi, gare per giovinetti o panettieri o pompieri ecc., mescolanze di prove ginniche e atletiche, tutto ciò era un contesto sanguigno e corposo da studiare per una ricostruzione su piani diversi, sportivi e sociologici. […]
Nelle società polisportive di allora la base era di operai e di studenti; ed erano ovviamente i primi che si dedicavano al podismo per intascare premi. Passare da dilettante a professionista voleva dire guadagnare, cambiare mestiere: da garzone paesano a professionista sportivo che poteva andare in Francia o in Inghilterra o nelle due Americhe”. 

Secondo tradizione consolidata, il termine “podismo” sarebbe stato coniato da un anonimo professore di liceo che nel 1906 lo suggerì in una lettera alla “Gazzetta”, proposta che venne recepita e adottata al momento della costituzione della “Federazione Podistica Italiana”, progenitrice della attuale FIDAL, avvenuta nell’ottobre di quello stesso anno.

Ma torniamo alla gara di Londra. Dopo 10 miglia (circa 16 km) si trovavano in testa gli inglesi Kack Price e Fred Lord, seguiti a circa 50 metri da Pietri e dal sudafricano Charles Hefferson. Al traguardo delle 15 miglia (24 km e 140 m) Hefferson transitò al comando, due minuti prima di Lord che a sua volta precedeva di poco Pietri. Al passaggio delle 20 miglia (32 km e 187 m) il sudafricano aveva incrementato a 3’42” il vantaggio su Pietri, rimato da solo al secondo posto. A quel punto l’italiano iniziò una rimonta che lo portò a scavalcare il battistrada poco prima delle 25 miglia (40 km e 234 m). Ma quello sforzo, assieme al caldo della giornata che causò molti ritiri , gli riuscì fatale e non servì ad impedire il ritorno dalle retrovie di John Hayes, un americano nato in Irlanda, autore di una gara molto più accorta.

Pietri riuscì comunque ad entrare per primo nello stadio, ma ormai quasi incosciente girò a destra invece che a sinistra prima di crollare a terra. Davanti al silenzio angosciato dei 70.000 spettatori si consumò il suo dramma. Aiutato a rialzarsi dagli ufficiali di gara e rimesso nella giusta direzione, cadde altre quattro volte – la quinta a pochi metri dal traguardo finale – prima che, sorretto e sospinto da molti, riuscisse a tagliare quasi esanime il traguardo appena 32” prima di Heyes. Nell’eccitazione del momento nessuno aveva valutato che gli aiuti l’avrebbero condannato alla inevitabile squalifica. Una sorte amara che tuttavia gli procurò una fama imperitura, superiore a quella legata a una semplice vittoria.

Il suo tempo finale fu di 2 ore 54’46”2/5, il migliore al mondo ottenuto fino a quel momento, malgrado il ritardo conclusivo. Pietri, che in gara venne assistito da Emilio Lunghi che lo affiancò in bicicletta fino all’ingresso nello stadio, coprì le cinque frazioni di 5 miglia rispettivamente in 27’07” (in sesta posizione), 30’06” (in quarta), 33’15” (in terza) e 35’50” (in seconda). Per il tratto finale di 6 miglia e 385 yarde impiegò 48’28”2/5, dei quali quasi 10 minuti se ne andarono per coprire il giro di pista dentro lo stadio. Squalificato Pietri, la vittoria andò ad Hayes, secondo fu Hefferson (che a sua volta visse un proprio personale calvario, con le ultime due miglia e 385 yarde faticosamente percorse in 22’38”).

C’è stato anche chi ha voluto cercare un risvolto romantico e letteraro nella vicenda, individuando tra le foto del calvario di Pietri la corpulenta sagoma del celebre romanziere Arthur Conan Doyle [1859-1930], padre dell’investigatore Sherringford Holmes, più noto al grande pubblico come Sherlock Holmes. Personaggio pieno di curiose sfaccettature il baronetto dell’Impero britannico, e dagli interessi più diversi, intimidito dalla grande letteratura e tentato dalle angosce dello spiritismo. “Perfetto prodotto della civiltà vittoriana”, ma roso dalla febbre di un protagonismo ad ogni coso. Anche nello sport, in tutti gli sport, a cominciare dal pugilato per arrivare all’alpinismo.

Resta una favola, probabilmente, la sua presenza in pista accanto a Pietri, alimentata da rivelazioni dall’interno della sua famiglia: in ogni caso una perdita per tutti, perché lo sport ha sempre bisogno di favole, senza le quali immalinonisce ripiegando le ali dell’entusiamo. Ecco, dunque, come Conan Doyle descrisse il dramma di “colui che ha vinto ed ha perso la vittoria” nelle sue memorie, pubblicate nel 1924:

“Di solito non lavoro per i giornali: perché invadere il campo altrui? Tuttavia, in occasione dei giochi olimpici del 1908 l’offerta di un eccellente posto a sedere mi indusse a stendere il resoconto della famosa maratona. Fu una giornata memorabile: la gara passerà negli annali dello sport come la corsa di Dorando Pietri. Forse alcuni paragrafi dell’articolo che scrissi allora potranno dar meglio un’idea dell’emozionante spettacolo. L’enorme folla, circa 50.000 persone, attendevano nel vasto anfiteatro; tutti gli occhi eran rivolti verso l’ingresso, dove doveva comparire il primo dei corridori.
"Finalmente egli apparve. Ma quanto diverso dall’esultante vincitore che ci eravamo figurati! Dalla oscura arcata dell’ingresso sbuca barcollando un uomo di bassa statura, in calzoncini rossi, quasi un ragazzo, e vacilla. Nel vasto anfiteatro si scatenano gli applausi. Allora l’uomo piega lievemente a sinistra e riprende faticosamente a trottare lungo la pista, attorniato da un gruppo di amici e di incoraggiatori. A un tratto il gruppo di ferma. Vediamo gesti concitati. Alcuni si chinano al suolo. Si rialzano. Che è successo? Dorando è svenuto! Ma è possibile che all’ultimo istante la vittoria debba sfuggirgli così? Tutti gli sguardi convergono verso l’arcata dell’ingresso; ed è un generale respiro di sollievo nel vedere che nessun altro concorrente è ancora apparso. Credo che in tutta l’enorme folla non vi sia nessuno il quale non desideri che la vittoria resti al piccolo valoroso corridore italiano. La vittoria è sua. Se l’è guadagnata.
"Grazie a Dio, ora è nuovamente in piedi. Le piccole gambe strette nei rossi calzoncini si muovono senza ritmo, una suprema volontà le tende nell’ultimo sforzo. Dalla vasta folla si sprigiona a un tratto come un gemito: Dorando è ricaduto! Ma ecco che si rialza. Un grande evvisa saluta la sua ripresa. È orribile oppure affascinante assistere a questa lotta fra una volontà di ferro e un fisico esausto! Eccolo percorrere ancora trenta metri; ed eccolo svenire di nuovo, questa volta sorretto da mani amiche che gli impediscono di cadere. Ora è a pochi metri dal mio posto. Fra l’agitarsi di mani e il gesticolare di coloro che l’attorniano, ne scorgo per un momento il viso smarrito, cereo, dagli occhi vitrei e senza espressione, con un ciuffo dei neri capelli che gli piove sulla fronte. Certo è finita per lui: non è possibile che si riabbia.
Ed ecco sbucare dall’ingresso il secondo arrivato, Hayes, l’americano, ancora fresco di forze; elastico, marziale, egli avanza colla bandiera stellata sul petto; e l’italiano e a setto-otto metri dal traguardo! Avviene allora una cosa meravigliosa. Col viso d’un morto, Dorando si rialza, barcolla, le gambe riprendono lo strano incedere automatico: ricadrà? No. Oscilla, tentenna un istante, ed eccolo tagliare il traguardo, raccolto da venti braccia amiche! È arrivato all’estremo limite delle forze umane. Mai alcun romano dei primi giorni gloriosi si comportò meglio di Dorando alle olimpiadi del 1908. La grande razza non è ancora estinta.
"La vittoria venne assegnata all’americano, poiché Dorando era stato sorretto, ma le simpatie della folla e, sono certo, di ogni americano presente, erano per il piccolo italiano. Per parte mia, non solo posi in evidenza la sua splendida vittoria morale, ma iniziai per lui una sottoscrizione nel ‘Daily Mail’ , che fruttò 300 sterline, una fortuna che gli permise di aprire una bottega di panettiere nel suo paese natale, cosa che con la sola medaglia olimpica non avrebbe potuto fare. Mia moglie gli offrì la somma rivolgendogli la parola in inglese, che non comprendeva, lui rispose in italiano, che noi a nostra volta non capivamo; credo tuttavia che ci intendemmo coi cuori.”

Quasi in contemporanea con la conclusione della gara, iniziarono a girare voci su eccitanti assunti imprudentemente dall’italiano: a mezza bocca si sussurrava di alcaloidi derivati dalla stricnina. Anche il doping era ai primordi e muoveva i primi passi, dopo essere nato, almeno nello sport, ai margini degli ippodromi. Pietri restò fuori conoscenza per l’intera nottata, ma il giorno seguente era di nuovo in piedi a confrontarsi con l’inattesa popolarità. Tra le tante strane offerte che lo raggiunsero, le 100 sterline del rinomato ristorante “Tivoli” per fare, a pagamento, da richiamo per i clienti. La trepidante regina Alexandra gli regalò una coppa d’oro, frutto di una sottoscrizione popolare lanciata proprio da Conan Doyle. La coppa, tornata in Italia e custodita presso la società “La Patria”, è uscita da Carpi per la prima volta per essere esposta nella sede del CONI in occasione della maratona del Giubileo, disputata a Capodanno del 2000. Poi è stata ancora al centro delle celebrazioni per il centenario della corsa londinese.

In seguito Pietri mise a buon frutto l’esperienza di Londra. Proseguì a correre come professionista esibendosi per lo più nell’America del Nord. Secondo le ricerche del suo principale biografo, Emanuele Carli, tra il 9 agosto 1904 e il 15 ottobre 1911 il carpigiano aveva disputato 128 gare riportando 88 vittorie. Con le sue corse accumulò una discreta fortuna che, assieme al fratello maggiore Ulpiano [1881-1948], investì senza successo in iniziative commerciali in Riviera, da un albergo/ristorante ad una autorimessa. Finì i suoi giorni come noleggiatore di taxi fino a che, a 57 anni, venne stroncato da un colpo apoplettico. Pietri fu colto da malore proprio all’interno della sua “Autorimessa Moderna” di San Remo, in via Roma 24, nel pomeriggio di sabato 7 febbraio 1942. Trasportato all’Ospedale Civile, vi decedette quattro ore più tardi “per un attacco di embolia”. Coniugato nel 1909 con Teresa Dondi, una giovane del suo paese, non ha lasciato figli.


● Le 17 maratone di Dorando Pietri

Roma, 2-4-1906 (km 42,000) – (1.) 2h42’00”3/5; 2. E.Ferri 2h47’00”
Atene, 1-5-1906 (km 41,860) – rit. 24° km ; 1. W,Sherring (CAN) 2h51’23“3/5
Arona, 26-8-1906 (km 41,090) – rit. 21° km ; 1. A.De Micheli 3h05’19”
Roma, 3-6-1908 (km 40,000) – rit. 33° km ; 1. U.Blasi 3h01’04”
Londra, 25-7-1908 (km 42,195) – 2h54’46”2/5, squal. ; 1. J.Hajes (USA) 2h55’18”2/5
New York,* 25-11-1908 (km 42,195) – (1.) 2h44’20”2/5           ;      2. J.Hajes (USA) 2h45’05”1/5
New York,* 15-12-1908 (km 42,192) – rit. 41° km; 1. T.Longboat (CAN) 2h45’05”2/5
Buffalo, 2-1-1909 (km 40,232) – rit. 31° km ; 1. T.Longboat (CAN) 3h03’00”
Saint Louis, 11-1-1909 (km 42,195) – (1.) 2h44’32”1/5
Chicago, 22-1-1909 (km 42,195) – (1.) 2h56’00”2/5 ; 2. A.Corey (USA) s.t.
(località sconosciuta, in Florida), 12-2-1909 (km 42,300) – (1.) 2h59’30”
New York,* 15-3-1909 (km 42,195) – (1.) 2h48’08”; 2. J.Hajes (USA) a ½ miglio
New York, 3-4-1909 (km 42,195) – (2.) 2h45’37”; 1. H.Saint-Yves (FRA) 2h40’50”3/5
New York, 9-5-1909 (km 42,195) – (6.) 2h58’19” ; 1. H.Saint-Yves (FRA) 2h44’05”
Londra, 18-12-1909 (km 42,195) – rit. 37° km ; 1. C.Gardiner (GBR) 2h37’01”2/5
San Francisco, 30-1-1910 (km 42,195) – (1.) 2h41’35”; 2. J.Hayes (USA) 2h41’49”
Buenos Aires, 24-5-1910 (km 42,400) – (1.) 2h38’48”1/5 ; 2. A.Creuz (CHI) 2h45’04”

* Al chiuso del Madison Square Garden, su pista da 160 yarde di sviluppo.

(revisione: 1° aprile 2014)

 

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