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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Porro

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Enrico Porro [1885-1967]

Lotta Greco-romana




(gfc) È stato il primo italiano a conquistare una medaglia d’oro olimpica nella Lotta: capitò a Londra, luglio 1908, nella Greco-romana, categoria al limite delle 146 libbre e mezzo, come dire poco più di 66 chili. Quando a Porro riuscì di spezzare, all’ultimo turno, la resistenza del massiccio russo Nikolay Orlov, di ben sette chili più pesante. A quel tempo gli incontri di lotta non avevano la durata di oggi, ma nella Greco-romana – l’antico stile della piena tradizione italiana – gli avversari si affrontavano in due riprese da 20 minuti ciascuna. Dopo le due frazioni regolamentari, la giuria, nell’impossibilità di pronunciarsi a favore dell’uno o dell’altro, ne impose una terza di spareggio, prolungando il combattimento di altri 20 minuti.

In precedenza Porro aveva già avuto la meglio sull’ungherese Jozsef Téger, sullo svedese Gustaf Malmström (lo stesso atleta che l’anno prima aveva vinto il titolo europeo nei 75 chili) e il suo connazionale Gunnar Persson, atterrato dopo due minuti. La ripetuta cintura in “souplesse”, una sua specialità, quasi un colpo segreto, riuscì a convincere i giurati londinesi della sua superiorità anche in quella terza frazione. E così “il ragazzo che atterra gli uomini” – come scriveva con buona dose di esagerazione la “Gazzetta” – poté presentarsi davanti alla regina Alessandria per ricevere il premio per quella vittoria.

Di carattere più turbolento che esuberante, non di rado rissoso, minuto di statura (in altezza non superava il metro e mezzo), ma molto energico e con una presa d’acciaio nelle dita, il giovane Porro possedeva un fisico sciolto e scattante al servizio di una carica agonistica non comune: doti che ne facevano un lottatore dal registro completo e che gli permisero spesso di prevalere anche nei confronti di avversari più pesanti o maggiormente prestanti. Non per nulla godette di buona popolarità. A quei tempi la lotta era sport tra i più seguiti in Italia, monopolizzava le prime pagine dei giornali e attirava grandi folle nei teatri dove, di preferenza, si svolgevano gli incontri di cartello. E Porro, che era e si sentiva pienamente milanese, si cimentava spesso al “Dal Verme” e al “Fossati”, due celebri teatri della città.

Porro era nato a Milano, nelle adiacenze delle Colonne di San Lorenzo, il 16 gennaio del 1885, in una famiglia proveniente da un paesino del comasco, Cuvio. Il padre Luigi, aiutato dalla moglie Maria, aveva in gestione una trattoria nel cuore del popolare quartiere di Porta Ticinese. Un mestiere, quello dell’oste, che al figlio proprio andava stretto, tanto che – compiuti i 17 anni – la famiglia si risolse ad imbarcarlo come mozzo, con la speranza di riuscire a forgiarne il carattere e temperarne gli eccessi. Quei viaggi sulle navi mercantili, o su quelle degli emigranti, lo portarono a più riprese nelle due Americhe, da Buenos Aires a New York. Ma non ci volle molto a capire che anche quella vita non faceva per lui. Irrequieto com’era, in Argentina scappò dalla nave per rifugiarsi presso un lontano cugino che possedeva una tipografia. Ma si stancò presto anche di inchiostri e caratteri da comporre pazientemente a mano e, rinunciando anche al mare, abbandonò il nuovo mondo per tornarsene a Milano.

E qui, per sfogare quella smania che aveva dentro, prese a frequentare le palestre. Come ricordava Felice Palasciano, “si era fatto uomo; una muscolatura armoniosa lo faceva distinguere dapprima nella palestra della Forza e Coraggio, come ginnasta, e poi passava alla pratica della lotta nel Salone San Vincenzo, sede del Club Atletico Milanese”. Suo mentore, in quel periodo d’avvio, fu Elia Pampuri – grande e controverso lottatore d’inizio secolo – che gli preconizzò un grande avvenire sulle matarassine (una, tanto per ricordare quei tempi, c’era anche in una delle due stanze della spartana sede della Gazzetta).

In breve, la fama del piccolo lottatore varcò le soglie dell’angusto e disadorno locale. Porro combatteva con una tecnica fatta di istinto e di scaltrezza, pronto a schivare per passare subito al contrattacco, sfruttando il controtempo degli avversari. Una tecnica fatta di prese semplici, ma sufficienti ad esportare la fama del piccolo lottatore ben al di fuori dai confini del quartiere. Fino a quando, siamo nel settembre 1905, dopo essersi inchinato per due anni di fila davanti all’esperienza di Pampuri, gli riuscì di conquistare a Como il primo titolo italiano, categoria “minimi” al limite dei 70 chili (cioè quella al limite dei 70 chili, categoria nella quale per il biennio 1903-04 era stato inesorabilmente chiuso proprio da Pampuri, prima che quest’ultimo passasse al professionismo). In seguito avrebbe vinto ancora due volte quel campionato nel biennio 1908-09.

Chiamato alle armi nel 1906 e arruolato, come ovvio, in Marina, imbarcato come elettrotecnico sulla nave-scuola “Castelfidardo”, lo ritroviamo di stanza a La Spezia per gli anni della ferma. E così ai Giochi Olimpici di Londra – socio della spezzina “Pro Italia” che lo aveva accolto e affinato nella tecnica – si recò in divisa: due giorni di viaggio in terza classe. Il cammino che lo portò all’oro olimpico non fu privo di difficoltà, ma quel milanese dagli occhi azzurri e lo sguardo fiero possedeva mordente, carattere, voglia di vincere. Per la prima volta all’estero, privo com’era di esperienza, dovette fronteggiare tanto gli avversari quanto i giudici, temendoli entrambi.

Solo il pubblico, conquistato, teneva per lui: faceva simpatia col suo fisico minuto, trascinava ed entusiasmava quel suo modo disperato di combattere, come se si trattasse di difendere la propria vita. Come ha raccontato Luigi Gianoli in una celebre intervista apparsa nel 1960 sullo “Sport Illustrato”, dopo il trionfo, di ritorno a La Spezia anche il re volle incontrarlo. Rintracciato affannosamente in una balera e ripulito alla bell’e meglio, venne condotto su una nave alla fonda dove lo attendeva il sovrano. Vittorio Emanuele III gli appuntò sul bavero una grossa medaglia, sorridendo compiaciuto di trovarsi di fronte a un campione di Olimpia che aveva la sua stessa statura. Forse proprio per questo, il re gli fece dono di un’altra medaglia con la propria effige, egualmente d’oro, ma più grande di quella riportata da Londra. 

Quattro anni più tardi, Porro fu costretto a rinunciare ai Giochi di Stoccolma per un serio infortunio capitatogli nell’immediata vigilia della partenza, che lo lasciò con una mano bruciacchiata a causa di un corto circuito. Poi la Grande Guerra, gli anni del difficile rientro alla normalità e il passaggio alla canottiera azzurra con i tre cerchi incrociati dello “Sport Club Italia” di Milano. Di fortuna alle Olimpiadi non ne avrebbe più avuta: ad Anversa, ormai trentacinquenne, venne eliminato ai Quarti; quattro anni più tardi, a Parigi, gli riuscì di arrivare solo al secondo turno. Per la lotta non c’erano altre possibilità oltre quelle offerte dalle Olimpiadi: non avrebbe mai combattuto agli Europei, la cui edizione inaugurale si tenne solo nel 1925 (mentre per i Mondiali si dovette attendere un altro quarto di secolo). 

Era ormai prossimo ai quarant’anni ed era già passato da tempo il momento di piantarla con la lotta, anche se per anni continuò ad insegnarla ai giovani del suo quartiere. Lo faceva alla sua maniera, con semplicità, ma senza rimpianti e gonfio di ricordi che teneva per sè. Volle ancora recarsi ad Amsterdam, nel 1928, come giurato, ma da allora non si mosse più da Porta Ticinese (“Se cambio da quì non mi sembra di essere al mondo”, confessò a Gianoli), dove la morte lo colse il 4 marzo del 1967. Una acuta forma di distrofia muscolare gli aveva reso penosi gli ultimi anni.

(revisione: 17 febbraio 2015)

 

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