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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

  Direttore: Gianfranco Colasante   

Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
“Il più colto uomo di sport”




Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
La stampa sportiva italiana
dall’ Ottocento al Fascismo
(le oltre 400 testate dimenticate)





Duribanchi / Probabile che a pensar male si fa peccato

Venerdì 7 Novembre 2025


miniatur cars

 

Rinunciare alla libertà? Facciamo a capirci. “E’ vero che la libertà è preziosa, così preziosa che bisogna razionarla": i rivoluzionari del sabato potrebbero cadere dal seggiolone, ma questo pensiero non è firmato M bensì da tale Lenin.”

Andrea Bosco

Fa dire Aristofane ne “Le nuvole” che “i vecchi sono bambini per la seconda volta”. Posso confermarlo. Da qualche anno sto comprando automobiline. Modellini di auto oggi rifinitissime, con dettagli e particolari che una volta non usavano. Tra le cose finite in alcuni scatoloni in cantina, ho trovato qualche anno fa anche il modellino sgraziato di una Aston Martin verde con i sedili dipinti di rosso.

Ho avuto un colpo al cuore, perché quella piccola auto me l’aveva regalata la mia nonna materna: avevo 9, forse 10 anni. L’ho raccolta come una reliquia. E visto che era malandata l’ho fatta restaurare da un artigiano che ha chiuso (purtroppo) il suo laboratorio in zona Corvetto qualche mese fa: nessuno fa più riparare le cose e per lui i costi di gestione erano diventati insostenibili.

E’ cominciata così, con quella Aston Martin in miniatura, la mia rinnovata passione per cose che ai bambini di oggi poco interessano. Mi vennero un paio di flash: un’auto che si caricava con una chiavetta e grazie ad un rotore “viaggiava” su un tavolo, sterzando una volta arrivata al bordo, impossibilitata dal meccanismo a precipitare sul pavimento. Non ricordo che fine abbia fatto.

Al pari dei miei soldatini di piombo: indiani, cow boys, cavalleggeri, pistoleri. Mio padre un Natale mi fece costruire da un suo amico che aveva una azienda di falegnameria un “forte” che era il quadruplo di quelli commerciali che si potevano trovare nei negozi di giocattoli. Rammento che aveva le torrette di guardia, una polveriera, un comando, un saloon con un bancone, una stalla per i cavalli. Invitavo i miei compagni delle elementari al pomeriggio a casa mia a Venezia e giocare con me. Il casino era che io ero uno dei pochi a stare dalla parte degli “indiani”. E spesso quei pomeriggi finivano in litigio. Avessi, oggi, quel fortino e quei soldatini di piombo, varrebbero una fortuna.

Quando anni fa conobbi a Lucca alla rassegna dei Comics, Hugo Pratt (inizio di una bella amicizia) tirammo tardi nel cortile del palazzo che ospitava la rassegna a parlare di Venezia, di “fumetti”, di storia, di letteratura. Ascoltare Hugo era come entrare nella trama di una fiaba: arte e poesia. A Lucca mi ci aveva mandato Il Giornale. Hugo si batteva per far riconoscere alle “nuvole parlanti” il ruolo di “letteratura disegnata”. E nessuno più di lui poteva rivendicarlo assieme ad Oreste Del Buono che lo sosteneva. Ad un certo momento mi disse: “Semo dei veci putei”.

Tornato a Milano, assieme al servizio sulla rassegna, proposi a Montanelli una intervista per la terza pagina, protagonista Hugo. Ma dissi – durante la riunione di redazione – “mi devi permettere di farla il più possibile in veneziano”. Rammento che Biazzi Vergani che al Giornale era il numero due, vecchia scuola ex Corriere delle Sera, alzò il sopracciglio, cosa che non prometteva bene. Ma Montanelli era culturalmente un anarchico e le cose “irregolari” gli piacevano da matti. Mi diede il via libera. E l’intervista fu pubblicata con un veneziano che faceva le domande in italiano e un secondo veneziano che rispondeva in dialetto.

A Montanelli piacquero tre cose, soprattutto dell’inventore di Corto Maltese: il fatto che attribuisse ai veneziani la colpa della decadenza di Venezia (vecchio cavallo di battaglia di Montanelli), il fatto che Hugo rivelasse di essersi trasferito in Svizzera per sottrarsi alle esose tasse italiane (anche allora). E infine di come in Argentina, la gente (Hugo a lungo ci aveva lavorato e vissuto) si meravigliasse che lui abitasse al Lido a Malamocco (anche se poi la posta se la faceva spedire al Danieli, in riva degli Schiavoni), in un posto tanto “fetente” visto che in ispanico “malos mochos” significa appunto “spurgo del naso”. L’intervista apparve con il titolo “Venezia tradita” (Hugo dava dei “traditori” a me, trasferito dal 1971 a Milano per lavorare e a lui medesimo, andato a vivere in una stupenda villa ai bordi di un lago elvetico), ma a Montanelli almeno nel catenaccio un riferimento all’equivoco che generava il nome Malamocco non sarebbe spiaciuto.

“Un vecchio – spiegava François Mauriac – è sempre Robinson”. Un uomo quasi sempre costretto, dalla natura, alla solitudine. Spesso senza neppure la compagnia di un Venerdì. La vecchiaia ti isola. Gli amici che uno alla volta ti lasciano da solo, piegati dalle malattie, dal caso, dall’età. Il mondo che diventa incomprensibile: l’ostilità degli uomini che si sposa a quella degli oggetti e delle idee. Pensieri perversi che spaziano dalla crudeltà (quotidiana ormai) nei confronti dei propri simili, all’impoverimento delle eccellenze. Il lusso sfrenato, pomposo e volgare, l’oro (dai malavitosi di Roma a Donald Trump) esibito senza ritegno, vera cifra dei tempi.

Tutto nel segno del gigantismo: più grandi le automobili, più grandi gli appartamenti, più grandi gli orologi da esibire al polso, più grandi gli yacht, esagerate le spese per un notte in hotel, per una cena, per una bottiglia di vino. Vivere alla grande, alle spalle dei servi della gleba. L’aspirazione di diventare caballeros: neppure vassalli o duchi, solo principi. La vita nell’ovatta di un attico di un palazzo alto più di cento metri. Dal terrazzo del quale gli uomini a terra sembrano formiche. Come già aveva suggerito Orson Welles in una scena del fantastico “Il terzo uomo”. Un paperone arabo ha addirittura commissionato uno stadio sopra un grattacielo. “L’importante è esagerare” cantava il menestrello.

Del resto anche in Italia il ponte sullo stretto di Messina sembra più un’opera per appagare l’ego di qualche politico più che rispondere ai bisogni dei cittadini. Specialmente per due regioni, Calabria e Sicilia, nelle quali le ferrovie intermedie (per non parlare della strade provinciali) versano in condizioni disastrose. Spot elettorale, il ponte, con il solito mantra: “Il Sud del paese va riqualificato”. Memento: per riqualificarlo, prima servirebbe bonificare la società dalle mafie, dalla camorre, dalle n’dranghete, dalle sacre corone unite.

Insomma dalla feccia che ormai come una metastasi dal Sud si è sviluppata al Centro e al Nord del paese. E che costa miliardi ai cittadini. Più degli evasori. Più dei furbi. Più dei truffatori. Anche perché, non infrequentemente, le mafie uccidono. Quei mafiosi che, a volte, escono di galera, per decorrenza dei termini di carcerazione o per (è accaduto) per avvenuta prescrizione. Perché le mafie controllano “voti”. E i “voti” servono alla politica per sopravvivere.

Grande bagarre, in attesa del referendum confermativo, sulla riforma della giustizia approvata in Parlamento. Partiti e magistrati urlano al fascismo, neppure prossimo venturo: statim. Che in latino significa immediatamente, vale a dire “ora”. Ora la questione è complicata con intrecci di lana caprina. Resta il discredito che la magistratura in Italia ha confezionato su se stessa con le proprie mani. Dal caso Tortora in poi, i casi di mala giustizia si sprecano. Dove il garantismo (tre gradi di giudizio, eventuale consiglio di Stato) ha prodotto una insopportabile giustizia tartarughesca, nell’ambito della quale i magistrati non pagano mai per i propri errori.

Mantovani: chi era costui? Era il vicepresidente della Regione Lombardia. Accusato di vari gravissimi reati dal tribunale di Milano, spedito in carcere per 40 giorni, dopo sette anni di odissea giudiziaria è stato dichiarato innocente e prosciolto da tutte le accuse. Però non gli è stato riconosciuto alcun risarcimento. Come fosse normale che un cittadino (innocente) per un “tiramento di ...” (e non scrivo il resto per non essere volgare) di un giudice e di un pm possa essere messo al gabbio e dopo sette anni (pur innocente) nessuno lo risarcisca, nessuno riconosca l’errore, nessuno paghi per quell’errore.

Purtroppo sono vecchio e non riuscirò a vedere una giustizia “giusta”. Nel frattempo continuo a vedere gente che okkupa (università e licei), che si macchia di azioni fasciste, come all’università veneziana di Ca’ Foscari dove al deputato Pd (ebreo) Fiano, è stato impedito di parlare ad un convegno, al quale era stato invitato, da scalmanati pro Pal in quanto “sionista”. Nei miei anni giovanili ho “okkupato”. Ma non mi sono mai sognato di impedire a chi non la pensava come me di parlare. Mi è stato (anche allora) impedito: nell’aula N del Liviano. Da “compagni” che non gradivano i “progressisti” e tifavano per le Br. Come oggi gli antisemiti di tutto il mondo celebrano Hamas e i suoi tagliagole che giustiziano gli oppositori a Gaza in strada, simili alla feccia nazista con le insegne della Gestapo. Non c’è differenza tra quei nazisti e i terroristi di Hamas. Il sionismo è una comoda invenzione per coprire l’antisemitismo (islamico, cristiano, liberal) del mondo. Da secoli va avanti così. E chi lo nega, semplicemente mente. Per ideologia, ignoranza, stupidità. O peggio: tornaconto.

Un amico mi ha fatto dono di un (ormai introvabile) saggio di Mario Vargas Llosa: “La civiltà dello spettacolo”. Nel quale l’autore denuncia la scomparsa della cultura, sacrificata in nome della ricerca del piacere e dell’intrattenimento. Un testo basilare assieme quelli di Debord e di Morin dedicati alla “società dello spettacolo”. Un capitolo che parla della sopraffazione in atto nelle scuole pubbliche di Francia, è istruttivo. Scrive Llosa che il Sessantotto (chi l’ha vissuto ci ha messo del tempo a capirlo: mea culpa) pur non eliminando l’autorità, l’ha tuttavia indebolita, sia dal punto di vista politico, che da quello culturale, in primis nell’istruzione. “La rivoluzione dei ragazzi bene, la creme de la creme delle classi borghesi e privilegiate in Francia che sono stati protagonisti di quel divertente carnevale che tra i morti del movimento proclamava – Proibito proibire – ha redatto l’atto di morte del concetto di autorità”.

Quindi: rinunciare alla libertà? Facciamo a capirci: “E’ vero che la libertà è preziosa – così preziosa che bisogna razionarla”. I “rivoluzionari del sabato” potrebbero cadere dal seggiolone, ma questo pensiero non è firmato M bensì da tale Lenin. Anche se per onestà intellettuale va detto che la frase viene a lui solo attribuita. Quindi meglio il liberale (parolaccia ormai) Giovanni Giolitti secondo il quale, pur indispensabile al progresso di un popolo civile (altra parolaccia), “la libertà non può essere fine a se stessa”.

Sono vecchio e non siamo più nell’antica Roma nella quale i patres in Senato rappresentavano l’autorità. Oggi le parole di uno come me contano zero. E se qualcuno di quei ragazzi di ultima o ultimissima generazione, di qualche centro sociale, o dei movimento pro Pal, le leggesse, facilmente le deriderebbe. “Vecchio” come recita la canzone di Renato Zero. Un paio di mesi fa ho avuto una discussione in un vagone della metro con un ragazzotto tatuato con ferraglia sul labbro, sul lobo e sul naso: dopo averlo invitato a cedere il posto ad un donna incinta – con evidenza – di molti mesi. Risposta: “Vecchio, caz ... vuoi? Cosa ti sei fumato?”. Mentre per fortuna si alzava – a cedere il posto – un orientale di mezza età, il bullo magrebino si è immerso nel suo smartphone, sghignazzando davanti a non so quale immagine sullo schermo.

Sono vecchio e non so quanto mi resta. Alla mia età non necessariamente ci si congeda per qualche malattia. La carta di identità non mente e la mia è notevolmente sciupata. Quindi non so (ma temo sia impossibile) se riuscirò a vedere ancora uno scudetto della Juventus (la Champion’s per l’attuale Juventus rappresenta una impresa titanica tipo scalare il K2 senza bombole di ossigeno) o uno della Reyer maschile. Magari potrei vederlo della Reyer femminile (ma anche per le ragazze veneziane l’Eurolega rappresenta un salto alla Duplantis) anche perché a gennaio il rientro di Matilde Villa dopo l’infortunio porterà il contributo di una fuoriclasse.

Diventare vecchi presenta anche vantaggi: per esempio guardare con occhi diversi alle tifoserie avversarie. Con juicio (a tutto c’è un limite e certuni proprio – a qualsiasi età – non si sopportano) ma va così. Quindi, per dire, io che fino a ieri avrei strangolato certi supporters della Fiorentina che in modo becero insultavano al Franchi i morti dell’Heyesel, oggi ho comprensione per la situazione della Fiorentina. E mai vorrei vederla in serie B come il Venezia. Squadra che vide transitare Loik e Mazzola prima di finire nel grande Torino, ma che oggettivamente non ha il pedigree della Viola.

Sono vecchio e quindi io oltre a Batistuta e a quel Rossi (che non era Pablito ma che un pomeriggio ne rifilò tre da solo a Madama) rammento la squadra dei De Sisti e dei Merlo che vinse lo scudetto. E prima ancora quella bellissima con Hamrin, Lojacono, Montuori. Non potrei dimenticarla: fu in un Juventus-Fiorentina finita 3-2 che vidi sedicenne per la prima volta all’opera dal vivo Enrique Omar Sivori. Che ne fece tre per farmi felice. L’ultimo un capolavoro spedito alla spalle di Albertosi esordiente nell’ occasione. Non ho mai visto giocare Renato Cesarini che Giglio Panza storico direttore di Tuttosport mi spiegò essere stato assai più forte del Cabezon. Ma ho visto Sivori molte volte dopo quel Juve-Fiorentina. E gli ho visto fare cose “che noi umani” eccetera. Spero davvero che la Fiorentina si riprenda. Anche perché, altrimenti, potrebbe essere troppo facile perculare lo spocchiosissimo Matteo Renzi.

Mentre il calcio piange Galeone, allenatore innovativo e visionario, amico di Allegri, mentre il volley (maschile e femminile) continua ad andare benissimo, mentre un CONI privo di pudore assegna il Collare d’Oro a Gabriele Gravina per il suo lavoro in Federcalcio (per la serie, senza alcuna vergogna), mentre Sinner torna (dopo il trionfo di Parigi), numero uno al mondo (ma vigliacca la miseria se si capisce una mazza di questo regolamento soffocato dagli algoritmi) salvo poter tornare secondo (un poker le combinazioni) alle Finals di Torino dove ci sarà anche Alcaraz, mentre il mondo si interroga sulla “dieta” di Haaland (ma quello è 1.96 e in campo sembra un Tir), il grande quesito che assilla il web è sempre, dopo ogni settimana, uno solo: perché l’Inter con gli arbitri non paga mai dazio? Forse perché Marotta (president) ha protestato vivacemente per un (presunto) torto subito a Napoli visto solo da lui?

E’ noto come valutasse Giulio Andreotti il “pensar male”. Ecco: probabilmente a pensar male di certe decisioni arbitrali a favore di qualcuno si fa “peccato”. Ma come spiegava quel diavolo con gobba ed occhiali: “quasi sempre ci si azzecca“.  

 

 

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