I sentieri di Cimbricus / Parigi ovvero il fascino dell'invenzione
Mercoledì 30 Luglio 2025
“Un anno fa Parigi ha offerto una cerimonia d’apertura dei Giochi bagnata, criticata, attaccata dai conservatori, da chi ha una visione intransigente: quella mensa non era un’ultima cena ma richiamava più il Satyricon. O no?”
Giorgio Cimbrico
Il clarinetto di Sidney Bechet, gli ippocastani, la gonnellina di Josephine Baker, i cancelli del Parc de Monceaux, le ballerine nude del Lido, il popolo della Rer e della banlieue, le Ninfee in uno sterminato cinemascope silenzioso, i tavolini della Coupole, del Select, della Closerie des Lilas, i bronzi di Rodin dietro la cupola d’oro de Les Invalides.
Parigi non ha nessun bisogno di celebrarsi. La conoscono tutti, anche quelli che non ci sono mai stati. Capitò a tanti uomini della Francia Libera che entrarono a Parigi nell’agosto della cacciata dei tedeschi, quando Parigi non bruciò e Robert Capa fece foto bellissime (un cappello di feltro tra le lamiere di un carro armato è un inno alla pace ritrovata) e molti dicevano a quei soldati “siete tornati” e molti rispondevano che per loro, francesi d’Africa, delle Antille, d’Indocina, era la prima volta, e sì, avevano il cuore in gola, perché per loro Parigi era stata un racconto, un pacchetto di cartoline legate con l’elastico.
Un anno fa Parigi ha offerto una cerimonia d’apertura dei Giochi bagnata, acquea, criticata, attaccata dai conservatori, dai codini, da chi della fede ha una visione intransigente: quella mensa non era un’ultima cena ma richiamava più il Satyricon e il ricevimento di Trimalcione. E Marie Antoinette senza testa, annidata come uno dei fantasmi garantiti da certi vecchi manieri, potevano risparmiarsela, disse qualcuno.
C’era un sacco di intuizioni, di suoni, di luci e di voci (quella di Celine Dion, certo), di idee. Una è stata così brillante che l’hanno messa in un cassetto e riutilizzata per l’ultimo atto del Tour: le tre ascese su per Montmartre, nelle stradine, tra i bar tabacchi e i locali notturni, più o meno equivoci, delle inchieste di Maigret, sulla Butte in pavé che punta all’insù, sino al Sacre Coeur: per tre volte un cocktail di Roubaix e di Freccia Vallone prima di planare verso i boulevard e gli Champs Elysées.
Era il cinquantesimo anniversario di quella che chiamano apoteosi sul più famoso viale del mondo ma i “disegnatori” del Tour (il primo demiurgo si chiama Thierry Gouvenou, normanno di Vire, ex-corridore) hanno abbracciato il fascino di quell’invenzione, hanno respinto lo stereotipo dei brindisi in corsa, del circuito animato da sterili assalti, del volatone. E hanno offerto a Tadej Pogacar il terreno per il suo estro, la sua scherma guadagnando il più umano dei risultati: anche il suo serbatoio può arrivare vuoto alla meta.
Henri Desgrange diceva che un Tour senza il Galibier è come un assalto senza il pinard, il vinaccio che veniva distribuito in trincea. Ora un Tour non sarà più un Tour senza quei tuffi all’insù, sino al punto più alto, Eiffel esclusa, da cui si vede Parigi.
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