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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

  Direttore: Gianfranco Colasante   

Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
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Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
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I sentieri di Cimbricus / L'opinabile piu' grande impresa di sempre

Lunedì 28 Luglio 2025

 

bandiere-italiane

“A costo di sconfinare nella pedanteria, un’impresa andrebbe esaminata sotto diverse angolazioni e di canoni: quando e dove è avvenuta, con quali modalità, contro quale o quali avversari, in quale occasione.”

Giorgio Cimbrico

Se ne sono sentite in queste settimane: a Wimbledon la più grande impresa di sempre – storica e iconica, certo – e, di conseguenza, l’ingresso dell’autore nel circolo dei più grandi che, secondo un campione olimpico che di sport ne dovrebbe capire, ora comprende Valentino Rossi, Alberto Tomba, Marco Pantani e ovviamente Jannik Sinner. Difficoltà a scegliere l’aggettivo: un’opinione superficiale o grossolana?

A costo di sconfinare nella pedanteria, un’impresa andrebbe esaminata sotto diverse angolazioni o usando una serie di canoni: quando e dove è avvenuta, con quali modalità, contro quale o quali avversari, in quale occasione. Un concorso per titoli, si sarebbe detto una volta. Senza dimenticare la dose di emotività suscitata e che il trascorrere del tempo non ha sopito.

In questo senso, l’impresa più grande rimane quella di Livio Berruti: 3 settembre 1960, a Roma olimpica, due record mondiali in due ore e tre quarti battendo in semifinale i tre primatisti del mondo (Peter Radford, Stone Johnson e Ray Norton) e in finale i due rimasti (Johnson e Norton). Berruti ottenne i primi due tempi automatici – 20”65 e 20”62 – affibbiando un duro distacco all’unica prestazione “non manuale” sino allora registrata, il 20”75 di Johnson.

Sara Simeoni ha prolungato la sua impresa nel tempo – tre volte sul podio olimpico – e ha avuto il suo momento dei momenti sulla collina praghese di Strahov in una serata fredda: record mondiale bis a 2.01, dopo quello bresciano di 27 giorni prima, vincendo il duello con la prima donna, Rosemarie Witschas-Ackermann, che aveva valicato un’asticella posta a 2.00. All’errore decisivo, la ragazza della DDR congiunse le mani sul volto.

Un’impresa a puntate, quella della Nazionale di Enzo Bearzot, nell’estate di Spagna ’82: il mediocre inizio, le polemiche calde e poi roventi, la vittoria sull’Argentina di Diego Armando e su un Brasile che qualcuno aveva etichettato invincibile, la finale con la Germania, l’urlo di Tardelli che rimbomba ancora per chi ha udito fino.

Senza scendere in minuti particolari e fornendo uno di quegli elenchi così amati dal professor Umberto Eco: il 1948 di Adolfo Consolini, il 1949 di Fausto Coppi, Nino Benvenuti e le due sfide al Madison Square Garden con Emile Griffith, la 4x10 km di Lillehammer che batte la Norvegia in Norvegia, Stefano Baldini che vince la maratona che parte da Maratona, Marcell Jacobs e un’altra prima volta. Sullo stesso piano di Sinner, Francesco Molinari che vince l’Open in uno dei sacrari, Carnoustie. Sono passati sono sette anni e magari qualcuno lo ha dimenticato.

 

 

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