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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

  Direttore: Gianfranco Colasante   

Gianfranco Colasante
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Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
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dall’ Ottocento al Fascismo
(le oltre 400 testate dimenticate)





Duribanchi / Il calcio? Piu' che un simulacro, pare una barzelletta

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Mercoledì 23 Luglio 2025

 

pallone sgonfio 


“Ha scritto Jorge Luis Borges che ‘Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio’. Oggi sarebbe smentito dai fatti: a quel bambino verrebbe comminata una multa.”

Andrea Bosco

Quella che segue non è una barzelletta. La Coppa del mundial inventato da Infantino e vinta dal Chelsea (oro 18 carati, valore 20 milioni di euro) è fasulla. Nel senso che è una copia. Il Chelsea non lo sapeva e lo ha appreso dal bulimico Donald Trump degli Avidoni che avendola vista in anteprima e avendo esternato a Infantino la sua soddisfazione per la qualità dell'oggetto, se l'è vista graziosamente regalare dal capo del calcio mondiale. Oggi fa bella mostra di sé nella Oval presidenziale.

Se The Donald non fosse lo sborone che non si “tiene” neppure quando gli regalano una caramella, oggi il Chelsea – ignaro – farebbe vedere ai suoi tifosi quella che in realtà è una patacca. Costosa, copia esatta dell'originale, ma pur sempre una patacca.

L'episodio che ben definisce in quale mani sia finito il mondo occidentale, al netto di guerre, dazi, migranti espulsi, protervie di ogni tipo nei confronti della pur minima istituzione, rappresenta anche la carta carbone della deriva presa dal calcio. In ogni sfaccettatura. E a ogni latitudine. Compresa la nostra.

L'Italia è nella tempesta, da tempo. I presidenti dei club hanno rieletto con maggioranza sovietica (oltre il 98%) alla presidenza della FIGC Gabriele Gravina, l'uomo che traffica in svariati settori, persino in quello dei libri antichi. Ergo, inutile che i presidenti del pallone nazionale si lamentino (come da copione) per la mancanza di fondi (vorrebbero provvedesse il governo …), per le risse sui diritti televisivi (prestigio, bacini di utenza, presenze allo stadio, raccomandazioni? Vai a sapere) e per il numero esorbitante delle gare. E ancora per i troppi stages della Nazionale (ogni CT la pensa in modo diametralmente opposto, peraltro), l'impoverimento dei vivai. E potrei continuare per un mese di fila e ancora ce ne sarebbero di cose. Tante ce ne sarebbero.

Il calcio che per troppo tempo ha fatto la cicala, ora si trova (in Italia, ma anche altrove) alla canna del gas. Infantino e le sue magie da baraccone non sono la soluzione. Non lo è Ceferin con il suo nuovo format della Champion's. Il calcio globalizzato fa ricchi e sempre più potenti i padroni del vapore (siano statunitensi, arabi, indonesiani o di altre nazionalità) ma questo calcio, che si gioca alle due del pomeriggio con quaranta gradi percepiti, semplicemente non è più calcio. E' un simulacro (orrendo) del calcio che fu. Gestito da predoni che hanno la logica degli imperatori romani: dare al popolo il “sangue”, remunerando profumatamente organizzatori, giocatori (gladiatori?), gente dello Stato (degli Stati). Trump che si mescola con i giocatori del Chelsea alla premiazione, vale l'imperatore assassino che Quinto Massimo Meridio smaschera nell'arena del Colosseo.

E' un calcio senza vergogna. Con le curve zeppe di mafiosi (a volte assassini) dove i traffici più infami vengono espletati con la connivenza dei club. E' un calcio che non ha mai fatto i conti con se stesso. Al punto che oggi se Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia e del gruppo che fa capo a Parenzo, commissiona (coraggiosamente) una inchiesta su Calciopoli (quello del 2006) dove non tutto fu detto, non tutto fu sancito, non tutti pagarono per quello che era diventato un sistema dove l'attività principale era fare lobbing, quella inchiesta è ancora troppo scomoda e non ci sono reti nazionali che la vogliano trasmettere. Ieri tutti colpevoli (mica nella preistoria).

Massimo Cellino, presidente di quel Brescia andato fallito, rivelò a Report (RAI-3) di aver bruciato in un bidone (quando era vicepresidente della Lega nel 2006, verificare, please, chi era allora il presidente della Lega) la contabilità di almeno una decina di società calcistiche per evitare “l'ispezione della guardia di finanza”. Ora un uomo del genere, da un ministro dello sport degno di questo nome, e da un Governo che non girasse la testa da un'altra parte, verrebbe ascoltato da qualche magistrato. Tutto prescritto. Ma certo, come le telefonate di quel presidente che invitava il designatore a “mettere l'arbitro tal dei tali”, per una certa gara. Quell'arbitro che si segnalò per aver fatto disputare una partita di pallanuoto dopo averla sospesa tra un tempo e l'altro per 80 minuti. Quell'arbitro, tifoso dichiarato di un club, che nottetempo incontrava nel parcheggio di un'osteria (di proprietà di un medio dirigente di un famoso club) il factotum di quel club. Ovviamente per parlare (all'una di notte) di salumi e formaggi.

Orrori dimenticati. Come passaportopoli. Come quel giocatore sudamericano che circolava addirittura con passaporto e patente falsi, roba proveniente dall'ufficio motorizzazione di Latina, dove i documenti in bianco erano stati rubati. Un calcio che non ha mai fatto i conti con le proprie porcherie. Società con debiti mostruosi egualmente iscritte ai campionati. Società che impunemente si potevano iscrivere anche una ventina di giorni dopo la data limite al campionato. Società che volevano far fare il militare a brasiliani che neppure scolorendoli potevano far credere di avere antenati italiani. Società che usufruivano di decreti irreali potendo rateizzare in 23 anni, facendo di fatto doping finanziario.

Abbiamo un campionato a venti squadre. Lo dobbiamo al “saggio” Franco Carraro. Lo avevamo a 16 squadre. Lo avevamo. Ma a causa del ricorso di un presidente poi fuggito in latitanza a Santo Domingo, vinto al TAR, con un colpo di spugna diventarono 20. Una follia ancora in attesa di essere revisionata. Avviso ai naviganti: presidente il Gattopardo Gravina, una riduzione del numero delle partecipanti ai campionati non ci sarà mai. Ci aveva provato il compianto Tavecchio, il gaffeur che tuttavia aveva davvero provato a fare le riforme. Non Gravina: scordarsi possa farle. Gravina vive sulle rovine del calcio: i Gattopardi fingono di cambiare tutto affinché tutto resti come prima.

Quando mai Gravina si adopererà per cambiare il meccanismo di elezione elettorale (il suo) dove grazie alla ministra del PD Melandri (pupilla di Veltroni, lo stesso che in serie A voleva i play-off) i dilettanti pesano tre volte (e oltre) rispetto ai professionisti nei voti? Un meccanismo che vede tra i votanti i calciatori, gli allenatori e persino gli arbitri? Gravina (pappa e cicca con Ceferin e Infantino) le riforme non le farà mai. Gattopardo sì. Idiota no. E Gravina è tutto (e di più) ma non un idiota. Una delle riforme che Gravina dovrebbe affrontare è quella della giustizia sportiva (c’è al riguardo un illuminante libro di Sergio Rizzo). Ma Gravina ha appena confermato Chinè, il procuratore federale solerte e spietato nel comminare 10 punti di penalizzazione alla Juventus per la vicenda plusvalenze a campionato in corso. Ma sordo e dimentico, quasi fosse andato nell'isola dell'oblio alla quale approdò Ulisse nell'Odissea, con le plusvalenze degli altri: Napoli e Roma in primis.

E nessuno chieda conto a Chiné di Lionrock, la misteriosa società legata all'Inter, con sede alle Cyaman (un tempo, ora cancellata anche dal paradiso fiscale caraibico) e della quale sono ignoti gli investitori, che ha rimesso 150 milioni di euro, mai reclamati dagli ignoti di cui sopra. Del resto neppure il tribunale di Milano, presieduto dall'interista dichiarato Marcello Viola, si è agitato sulla vicenda. Forse perché (cosa nota) al tribunale di Milano sono tutti interisti: dai PM alle donne delle pulizie. Avvocati compresi. Riformare la giustizia sportiva che ha agito a proposito e a sproposito in passato e anche recentemente, ma che sovente proprio si è rifiutata di agire (o meglio ha agito a senso unico) sarebbe essenziale. Ma Gravina non lo farà.

Prima di Chinè c'era Pecoraro. Tifoso dichiarato del Napoli. Che si inventò una intercettazione farlocca pur di incastrare Andrea Agnelli nella vicenda dell'ndrangheta in curva. Beccato col sorcio in bocca si scusò farfugliando banalità. A Napoli, il PM Narducci dichiarò nel processo contro Moggi e la Juventus che “piaccia o non piaccia non ci sono intercettazioni che riguardino altre società”. Menzogna: ce n'erano un centinaio. Mai ascoltate da Narducci. Dovette trovarle la difesa di Moggi. Ma intanto il tempo era trascorso e le accuse contro altre società finirono in prescrizione nonostante il Procuratore Federale (di allora) Palazzi avesse redatto in articulo mortis un provvedimento che avrebbe potuto mandare l’Inter in serie C. Società che ha molti sostenitori importanti. Il più importante dei quali è l'attuale presidente del Senato, Ignazio La Russa. E che recentemente ha dichiarato che il suo sogno sarebbe quello di fare il ministro dello sport “per mandare in serie B la Juventus”. Uno sgherzo, ovviamente.

Non servì La Russa nel 2006. Nonostante uno dei giudici di quel processo (svoltosi in poco più di una settimana, 50.000 pagine degli atti da leggere, senza possibilità da parte degli accusati di difendersi) confessasse anni dopo “abbiamo sentenziato sull'onda del sentire popolare”. E il “sentire dell'epoca” era quello dei corifei rosa, bianchi, rossi e neri: “La Juventus ruba”. Ora io sono convinto che Luciano Moggi non fosse una Dama di San Vincenzo. Interrogato al proposito, l'Avvocato Agnelli spiegò che “lo stalliere del re deve conoscere tutti i ladri di cavalli”. Il problema si pone (e in Italia si è posto) quando al posto dello stalliere arriva un professore: uno che graziosamente sfilò uno degli scudetti vinti sul campo alla Juventus omaggiandone l'Inter, squadra della quale (con sciarpa il giorno del suo insediamento, Prodi, altro professore lo volle) era tifoso.

Guido Rossi non voleva mandare Lippi e la Nazionale che vinse a Berlino il titolo, ai Mondiali. Erano quasi tutti juventini. Poi salì sul carro a vittoria ottenuta. Gigi Riva che non aveva dimenticato rifiutò il bus del trionfo e fece la strada a piedi. Guido Rossi, meno di un mese dopo aver lasciato l'incarico (di Commissario Straordinario) in FIGC, approdò con ruolo apicale nella società di Tronchetti Provera, vicepresidente dell'Inter. Il suo servizio di sicurezza spiava tutti, anche i calciatori e anche gli arbitri. Morale: per condannare la Juventus s’inventarono una norma che non c'era. Reiterata slealtà sportiva: tutto e niente. Il PC di Tavaroli (dipendente di Tronchetti Provera) restò chiuso per un anno senza che il procuratore federale si degnasse aprirlo per verificarne il contenuto. Mentre il “senato” dei media, come nel sonetto di Jacopone, urlava giorno e notte di “crucifigere l'omo che si era fatto rege”. Ci sono gli archivi. E grondano infamie.  

Ma le infamie non potrebbero esistere se la libera informazione non aiutasse. C'era una volta il calciomercato e c'è ancora. L'Italia era ricca e ambita. Arrivavano senza squilli i Platini, gli Zico (a Udine addirittura), i Maradona, i Falcao, gli Zidane, i Ronaldo il fenomeno, i Figo, i Trezeguet, i Careca, i Rummenigge, i Van Basten, i Gullit. Per carità, cazzate ne sparavano anche allora a 9 colonne: Pelè alla tal squadra. Garrincha alla rivale. Di Stefano a un passo. Roba estiva: calciomercato. Ma oggi siamo alla follia. Nomi che neppure si riescono a leggere di sconosciuti che militano in campionati minori.

Con la tecnica social ormai imperante. La Juventus ha deciso: arriva il tale. E devi leggere l'intera sequela di fesserie per scoprire che quello che dovrebbe arrivare in realtà non arriverà mai. L' Inter sposa il tal’altro. Chi? Uno sfigato che neppure in serie C giocherebbe. In compenso non c'è un giocatore che non costi meno di 30 milioni. Cifra standard ormai. Il narcisismo più sfrenato induce carneadi senza arte né parte ad improvvisarsi “esperti” di mercato. Si salvava la trasmissione di SKY condotta da Alessandro Bonan. Nel segno del rinnovamento (e dei costi, quasi certamente) più che di calcio ormai è una trasmissione che parla di turismo, di storia, di cultura. Con una collaudata compagnia di giro, in piazza. Una sorta di Carro di Tespi calcistico che intrattiene le folle. E' il meglio che passa il convento: Bonan è garbato, non strepita, intrattiene, modera. Di Marzio, l'esperto, regala notizie e non bufale. Fajna, il Gianburrasca del trio, scova cose assurde sul web e le offre con ironia. La passione calcistica rivisitata. Aggiornata ma privata delle emozioni che il calcio, anche quello d'estate, ha sempre prodotto.

Oggi è tutto un business. I giocatori della Juventus hanno rifiutato di togliersi qualche giorno di vacanza per anticipare il raduno. Così va il mondo. Esiste (Osimeh, Vlahovic) solo il denaro: The Donald docet. Quindi alla preistoria incarnata dal sottoscritto (80 – e maledettamente pesano – il 15 di luglio) non resta che immergersi in Proust annusando il tempo perduto. Quando d'estate si giocava nelle canicolari 7 contro 7 al Campo delle Quattro Fontane del Lido. Il rimborso spese erano le bibite che consumavi alla fine. E pochi spiccioli che neppure bastavano per cambiare i tacchetti per la gara successiva. Era necessario: i chiodi dei tacchetti perforavano le suole delle scarpe facendoti sanguinare le piante dei piedi. Altro mondo, altro calcio, altri tifosi. Ma felici in un calcio felice che si nutriva di sogni: poca roba. Scrisse Jorge Luis Borges che “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. Oggi anche il grande poeta e scrittore sarebbe smentito dai fatti: a quel bambino verrebbe comminata una multa.



 

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