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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

  Direttore: Gianfranco Colasante   

Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
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Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
La stampa sportiva italiana
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(le oltre 400 testate dimenticate)





I sentieri di Cimbricus / Ma e' solo il caso a governare il mondo?

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Lunedì 14 Luglio 2025

 

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Oppure non sarà una geniale regia a scrivere la storia? Da sempre specchio riflesso della tradizione. Come capita a Wimbledon: capitoli di umanità, l’ultimo dei quali scritto da J.S., il ragazzo che testardamente volle farsi re.

Giorgio Cimbrico

La conquista del pianeta verde e lontano, del tempio della tradizione, dello snobismo, della storia. Immagini: Fabio Capello che segna e l’Italia per la prima volta vince a Wembley, lo stadio di un altro successo azzurro e olimpico, quello di Adolfo Consolini. Londra e dintorni, disseminati di luoghi che “sono” lo sport, inventato, codificato, esportato, imposto al mondo: vediamoli.

Wembley, Twickenham e la palla ovale, Lord’s e il cricket, Henley e il remo, Ascot dove corrono i purosangue: tra zolle volanti, le vittorie di Frankie Dettori. E Wimbledon, Church Road, i cancelli del cielo, i riti e i miti, i privilegi che spettano per sempre a chi ce l’ha fatta. Ora tra chi, anziano, andrà a sedersi in posti buoni di tribuna senza pagare un soldo (è solo uno dei benefit …), andrà Jannik Sinner, il primo italiano dal 1877 quando regnava Vittoria e gli avi di Jannik erano fedeli sudditi di Francesco Giuseppe, Koenig und Kaiser, re e imperatore.

Frasi che ricorrono: “Non vedrò mai un italiano vincere i 100 metri alle Olimpiadi”. E invece, quando Marcell Jacobs volò a Tokyo, è avvenuto e qualcuno ha detto che sembrava la notizia che ogni buon cronista attende per tutta la vita: l’uomo che morde il cane. E, se è per questo, sino a una ventina d’anni fa, nessuno pensava che una nuotatrice italiana potesse diventare la più forte del mondo. Ed è avvenuto anche questo.

Ma Wimbledon rimaneva un mondo a parte, con due colori accostati, il verde e il viola, che farebbero inorridire e invece là sono bellissimi (come si fa rinunciare a un ombrello, a una polo?), con tutte le storie che sono state raccontate e riraccontate senza provocare il tedio: l’erba curata con l’amore che provano i lettori dei domenicali supplementi “Fiori e Giardini”, la coda, le fragole e la panna liquida a 2 sterline e 70 pence, il Pimm’s con la fetta di cetriolo, la giornata dei campioni quando la tribuna centrale si riempie di vecchie glorie degli sport che loro amano, i cappellini meno ingombranti di quelli del Derby per non recar ostacolo alla visuale, la Henman Hill, calda e a buon mercato, le premiazioni che, al tempo dei duchi di Kent, erano una buona occasione per scommettere: con quale dei raccattapalle scambieranno due parole le loro Grazie? Quando toccò al primo ragazzo di colore, non esisteva quota.

Wimbledon ha avuto anche la regina, la prima volta nel 1977 per il centenario del Championship (per una diffusa felicità vinse Ginnie Wade, progenie di un vescovo) e la seconda mentre Mahou e Isner giocavano il loro eterno match e Elisabeth, sul Centrale, non se ne accorse.

Wimbledon, dove si veste di bianco, è stato per molti anni una “chanson de geste” televisiva in bianco e nero. Era il tempo degli australiani e di John Newcombe che, diceva Lea Pericoli, aveva baffi morbidi come il visone. Poi venne l’ondata americana: il saturnino Connors, l’irascibile McEnroe, lo zingaresco Agassi, l’inappuntabile Sampras, la rivoluzionaria Billie Jean King, l’aggraziata Chris Evert e la naturalizzata Martina Navratilova che al gioco diede la svolta atletica che ci voleva, il doppio ciclone Williams.

E poi, ancora, l’asse su cui ruota il tennis scelse un nuovo verso, ebbe una distorsione e una deviazione per l’Europa e il re divenne un giovanotto di Basilea che rispose all’amore con l’amore (sembra una canzone di John Lennon ma è proprio così …), e su quell’erba che dopo due settimane era gialla e secca (“erba battuta” la chiamava Gianni Clerici) Roger Federer sparse lacrime nelle vittorie e in sconfitte che lo lasciarono invitto.

Era un’altra svolta: Roger, Rafa Nadal (determinazione assoluta per passare dal rosso al verde), Andy Murray, che 77 anni dopo Fred Perry pose fine all’arida stagione britannica, Nole Djokovic, il tentativo di Matteo Berrettini, Carlo Alcaraz.

E ora Sinner nell’anno in cui da grande peccatore è diventato l’uomo che, come in un vecchio, magnifico racconto di Rudyard Kipling, ha deciso di diventare re e ci è riuscito. Chi, a questo punto, ricorderà che era sotto 2-0 con Dimitrov? Il caso – non l’intervento divino, non la nemesi – governa le cose del mondo.

 

 

 

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