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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

  Direttore: Gianfranco Colasante   

Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
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Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
La stampa sportiva italiana
dall’ Ottocento al Fascismo
(le oltre 400 testate dimenticate)





I sentieri di Cimbricus / "I soldi in cambio del silenzio"

Mercoledì 25 Gennaio 2023

 

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L’ipocrisia è un mantello che avvolge, che stringe, che rende il mondo contemporaneo sempre più lontano, estraneo, sempre più in mano a chi impone galatei e comportamenti che sono solo summa di un “bon ton” artificiale, artificioso.

Giorgio Cimbrico

Zitto, fermo, dispensatore di parole ovvie, banali: è l’ideale dell’atleta contemporaneo, del campione. Alla larga dal resto del mondo, dai problemi, dai conflitti, dagli orrori: lo sportivo deve essere asettico, lavato in varechina. E’ una specie di contratto mefistofelico: i soldi in cambio del silenzio. 

E così è bastato che a Melbourne Karen Khachanov tracciasse sul “vetrino” uno slogan in favore di una porzione di Nagorno-Karabakh al centro di una lunga disputa, anche bellica, tra Armenia e Azerbaijan che la bufera si è alzata, che le richieste di sanzioni si sono fatte serrate. 

Khachanov è russo (e infatti nei sottopancia televisivi accanto al suo nome non figura la sigla del paese bandito …) ma si sente armeno perché lo è da parte di padre. Con il pennarello ha “disegnato” un’opinione e così va condannato. 

L’ipocrisia è un mantello che avvolge, che stringe, che rende il mondo contemporaneo sempre più lontano, estraneo, sempre più in mano a chi impone galatei e comportamenti che dovrebbero essere irreprensibili e sono solo summa di un “bon ton” artificiale, artificioso. A parte qualche voce dissidente, anche il popolo dei social si accoderà.  

“Se li lasciamo fare, si scatenerà l’emulazione” è la risposta di chi detta le regole e impone i bip se a qualcuno scappa un “fuck”, un “cazzo”, un “vaffanculo” e se il bip non arriva in tempo, ci si affretta a riferire di un’esclamazione irriferibile. La politica, poi, è un terreno pericolosissimo e infatti il CIO intima che esprimere opinioni politiche o religiose o di altra natura all’interno di luoghi olimpici è un peccato mortale. Minacciare e reprimere è la parola d’ordine. 

Nostalgia di Smith e Carlos, di Alì che era amico di Malcolm X e non lo nascondeva, e magari anche della protesta meno clamorosa, più soft, sul podio dei 400 a Monaco ’72, lo show di Vincent Matthews e Wayne Collett che, in abbigliamento molto casual e scalzi, non rispettarono la gerarchia dettata dagli scalini, non guardarono la bandiera americana e, chiacchierando con aria distratta, giocherellarono con le medaglie. 

Non fu un Golgota moderno come quello messicano (così venne definito da chi sapeva giocare magistralmente con le sensazioni, con le immagini), ma quel podio risultò eloquente senza i vertici della drammaticità toccata quattro anni prima. 

Identica, in compenso, fu la reazione di Avery Brundage, incontrastato “campione” della democrazia e della tolleranza: squalifica a vita per entrambi. Dopo l’inezia di cinquant’anni il CIO ha riabilitato Matthews. Collett non ha fatto in tempo a godere della grazia olimpica: è morto nel 2010. 

Brundage era scomparso nel ’75 e, ironia della sorte, la morte lo colse a Garmisch, in Baviera, culla del movimento e del regime che non aveva nascosto di ammirare. Ma lui poteva permetterselo: era il numero uno (“una specie di John Wayne”, scrisse Matthews nel suo libro di memorie) e non poteva essere squalificato.

 

 

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