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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Roger Federer, l'arte in movimento

Giovedì 15 Settembre 2022

 

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Ha appeso la racchetta al chiodo, come si diceva una volta. L’ha fatto con una lettera, forse la maniera più elegante e personale per comunicare. Indirizzata a tutti coloro che l’hanno ammirato e d'ora in avanti lo rimpiangeranno.

Giorgio Cimbrico 

La lettera di congedo di Roger Federer è elegante, commovente, perfetta come lui. La sintesi può essere: “Guardate cosa ha fatto il tennis per me, un ragazzo che raccoglieva le palle al club di Basilea, quando i giocatori mi sembravano giganti”. A questo punto è bene rovesciare il concetto: deve essere il tennis a essere riconoscente a lui che l’ha reso un’arte in movimento, un’armonia, all’occorrenza una lotta serrata ma senza le muscolarità e le monotonie oggi sempre più diffuse.

Anche negli scambi più duri, nei momenti più tesi, nelle ore scandite da clessidre griffate Rolex, Roger scriveva, come in un divertimento o in una serenata di Mozart, un assolo per oboe, un passaggio per la dolcezza a volte malinconica del clarinetto. O lo squillo di un ace

Nella classifica dell’eleganza, sta al fianco del giovane Pelé, di Valeri Brumel, il siberiano che scalava le asticelle, di Barry John, il gallese che camminava sulle acque. Chi amava la calligrafia del suo gesto, era triste quando Roger perdeva e faceva precipitare in certi giorni lugubri di un paese d’ottobre. 

In quasi vent’anni i suoi fogli di musica si sono riempiti di numeri che hanno l’apparenza e la sostanza di note, la più poetica delle statistiche, la negazione che le cifre possano essere aride: Roger ha giocato 1526 partite e ne ha vinte 1271, qualcosa più dell’80%, ha allineato 20 trofei del Grande Slam (da poco Rafael Nadal ha toccato i 22 e Nole Djokovic i 21), ha il record di 8 successi a Wimbledon che lo hanno reso, come diceva Gianni Clerici, il più sublime dei “giardinieri”. Nel 2009 è riuscito a portare a casa il torneo parigino di intitolato all’aviatore Roland Garros (la terra rossa non gli è mai stata amica) e gli è stato attribuito il Carrier Gran Sam, destinato a chi ha centrato almeno un successo nei quattro major.

Il vero Slam, quatto tornei di fila nella stessa stagione, rimane doppio feudo (’62 e ’69) di Rod Laver e la coppa dedicata all’australiano sarà l’ultima occasione, tra qualche giorno, per vederlo in campo e versare qualche lacrima. Mai stato un automa, Federer, facile alla commozione.  

Un commiato è sempre un susseguirsi di immagini, a volte suggerite dalla mente in modo disordinato: le lotte strenue, sull’erba che due settimane di torneo rendono gialliccia e stepposa; la mucca Juliette – una delle “regine” che pascolano nel Vaud – che ebbe come premio per la sua prima vittoria a Church Road, la presenza nel box di papà Robert, bonario, di mamma Lynette, sudafricana dal viso grintoso e deciso; e di Miroslava Vavrinec, primo e unico gande amore che gli dato prima una coppia di gemelle – Myra Rose e Charlene – e, poi una coppia di gemelli, Leo e Lennart; il suo marchio, una R che si avvinghia a una F, finito su molti caps, su molte magliette; l’affare Stakhovsky, quando uno sconosciuto bulgaro lo spedì fuori dalla sua erba adorata; l’oro olimpico in doppio (non quello in singolare); i sei successi nelle ATP Finals o Masters che dir si voglia; la montagna di denaro che ha guadagnato (un miliardo di dollari?) che avrà saputo giudiziosamente investire. 

Dopo Guglielmo Tell, il più grande degli svizzeri, e non se ne abbiano a male le campionese e i campioni olimpici e mondiali di sci alpino. Roger ha tenuto la scena per un tempo che merita l’etichetta di epoca. 

Chi l’ha conosciuto ragazzo, lo ricorda scapestrato, litigioso, sino a quando, in una personale via di Damasco ha capito che solo la disciplina poteva essere la compagna di quel che lui poteva esprimere. E fu la nascita e la presa di potere di questo giovanotto con i capelli trattenuti da una fascia, con occhi infossati, perennemente in ombra, con una capacità di anticipo che qualcuno ha tentato di imitare e che a lui riusciva con la facilità propria dei predestinati. 

Dopo tre stagioni di annunci, di speranze, di interventi a un ginocchio cigolante, Roger a 41 anni se ne va, saluta. E’ stata la sua lunga era e potremo ricordarla con l’unico sentimento possibile: la nostalgia, ... 

 

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