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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Gianfranco Colasante
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MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
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I sentieri di Cimbricus / I gemelli astrali del disco

Martedì 25 Gennaio 2022


     babka


Il percorso paralleo di Rink ed Al – inconsapevoli eredi di Adolfo e Fortune – contemporanei vicini di casa che hanno spinto lontano i confini della più classica delle discipline. Personalità diverse con un destino comune.

Giorgio Cimbrico

Richard Babka, per tutti Rink, ha dato l’addio a 85 anni: era un gigante che veniva da Cheyenne, Wyoming: 1,96 per 121. Quando andò alla University of Southern California giocava a football nelle linee di difesa, a basket sottocanestro e lanciava il disco: una serie di infortuni al ginocchio lo costrinse a concentrare il suo talento sulla pedana. Parlando di Rink è inevitabile parlare anche di Al: Oerter, newyorkese del sobborgo di West Babylon, era nato il 19 settembre del 1936, Babka quattro giorni dopo. Quasi gemelli a distanza.

Si sarebbero ritrovati in gara e, molti anni dopo, accomunati da una passione, da una tardiva vocazione, la pittura. L’astrattista Al aveva fondato “Art of Olympians” e Rink, che si era ritirato dopo una lunga e brillante carriera in un’importante azienda attenta allo sviluppo dei computer, aderì al movimento promosso dal vecchio amico che dall’altra parte se n’è andato quasi quindici anni fa. ,

Al era diventato campione olimpico a vent’anni. “Non ero un uomo di ghiaccio, come hanno detto e scritto: a Melbourne, quando mi resi conto di quel che avevo combinato, le ginocchia mi mollarono”. Doveva affrontare Adolfo Consolini, campione e vicecampione olimpico, e Fortune Gordien, primatista mondiale. Le ginocchia, comunque, tremarono dopo, non durante, quando sistemò la concorrenza con una misura che non aveva mai raggiunto, 56.36, un metro e mezzo meglio di Gordien. Il primo di quattro primati olimpici. E di medaglie d’oro, anche.    

A Roma il favorito era Rink ma Al cominciò a insinuar dubbi nel riscaldamento della qualificazione quando il disco andò dalle parti della bandierina del record del mondo. Il lancio che gli valse la finale, 58.42: nessuno ai Giochi aveva lanciato così lontano.

Ai Trials di Stanford Babka aveva battuto Oerter (58.61 a 57.08) e meno di un mese prima di partire per Roma, aveva uguagliato il record mondiale del polacco Edmund Piatkowski, 59.91, in un test preolimpico che merita di essere ricordato per la nobiltà dei partecipanti: l’ambizioso Jay Silvester, il pesista – e codificatore del gesto – Parry O’Brien, Gordien e Rafer Johnson, 49.00: per un decathleta, una misura su cui molti contemporanei metterebbero la firma. A Roma avrebbe lanciato mezzo metro di meno.

La finale: Rink spedì il disco a 58.02, Al rispose con un lancio inferiore di una quarantina di centimetri e nei successivi tre turni non riuscì a spingersi più in là. “Ero teso, nervoso e fu proprio Rink a mettermi a mio agio. Al quinto turno mi disse che secondo lui portavo il braccio troppo in basso. Aveva ragione”. E così Al corregge, arriva a 59.18, va in testa e a quel punto non gli resta augurare buona fortuna a Rink che prova a rovesciare la situazione, senza riuscirci. Richard “Dick” Cochran, da Broomfield, Missouri, terzo ai Trials, è terzo anche ai Giochi. A full sweep, dicono quelli che parlano inglese. Dei tre che salirono sul podio quel giorno, 7 settembre 1960, è l’unico sopravvissuto.

Rink raggiunse il suo vertice, 63.93, nel 1968, l’anno in cui Al pescò il quarto asso.


Nella foto (da sinistra): Babka, Oerter e Cochran.

 


 

 

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