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I sentieri di Cimbricus / Solo orgogliosa e grata memoria

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Mercoledì 12 Gennaio 2022

 

gurkhas 

“Nel suo grande ventre, Twickenham ha in serbo molte pagine per chi è facile a commuoversi di fronte a chi ha fatto il proprio dovere. Ma la parola “eroe”, sempre più spesso usata a sproposito in Italia, non vi compare mai”.

Giorgio Cimbrico

A Twickenham è sempre un tuffo nella storia. E se non è un tuffo, è un soffio e ci pensa il vento portando le note di Land of Hope and Glory e di Jerusalem suonate da una banda che non è quella dei granatieri alti e colbaccuti, ma un complesso di fiati composto da omini vestiti di un elegante cappottino grigio. Sul leggio dove viene pinzato il foglio di musica, i gurkhas hanno stampati i kukri incrociati. Il kukri è il loro micidiale coltellaccio, largo come una foglia, affilato come un rasoio per giganti.

I gurkhas sono nepalesi, servono l’Impero da un paio di secoli e, anche se l’Impero non c’è più, non hanno ancora smesso perché è loro convenienza farlo. Un gurkha è un soldato mercenario che si arruola perché alla fine della ferma riceve il premio di congedo e può tornare nelle natie valli, comprare gli yak, i buoi pelosi, che servono a un sacco di cose (per il trasporto, per l’aratura e per finire in pentola quando sono vecchi e duri come il cuoio), portarli al futuro suocero e convincerlo a consegnargli la figlia che finalmente diventerà sposa dell’ex-soldatino.

Tecnicamente sono truppe di montagna, gli alpini dell’esercito britannico: attualmente esiste ancora un reggimento a Edinburgo, intitolato al Duca buonanima, con un proprio tartan e le cornamuse, e uno di stanza ad Aldershot, tuttora sede del Quartier Generale britannico. Quelli visti e ascoltati a Twickenham.

Un gurkha di fantasia è Billy Fish, così soprannominato dai due spaccamontagne britannici che conquistano brevemente un regno (Rudyard Kipling, “L’uomo che volle farsi re”: magnifico film di John Huston con Sean Connery, Michael Caine e Christopher Plummer) e che, fedele nella buona e nella cattiva sorte, non ha un’esitazione a sacrificare la propria vita. “Billy, le cose si mettono male. Prenditi un mulo e vattene”, gli dicono. “Gurkha di fanteria mai in cavalleria”, risponde il valoroso ometto e si scaglia solo contro cento dopo aver sguainato il kukri.

Un gurkha molto reale è Kulbir Thapa, il primo ad aver meritato la Victoria Cross. Quello che combinò più di un secolo fa a Fauquissart, nord della Francia, nei giorni della durissima battaglia attorno a Loos, convinse anche i più rigidi conservatori che la decorazione non potesse essere un onore riservato ai soli sahib.

Kulbir, fuciliere nel reggimento gurkha Queen Alexandra, era rimasto isolato nella terra di nessuno, in compagnia di tre feriti, due “paesani” e un ragazzo del reggimento di Leicester. Uno per uno se li caricò sulle spalle e li portò alle trincee britanniche. Per un po’ i tedeschi lo presero di mira ma al terzo viaggio decisero che non era il caso e si misero ad applaudire. Nel ’16 lo spedirono in Egitto e non venne ricevuto a Buckingham Palace da re Giorgio V. Gli altri 17 decorati dopo quelle azioni, sì.    

Nel suo grande ventre, Twickenham ha in serbo altre pagine per chi è facile a commuoversi di fronte a chi ha fatto il proprio dovere. La parola “eroe”, sempre più spesso usata a sproposito in Italia, non compare né sulle targhe in bronzo né sui pannelli in legno che ricordano i 21 giocatori della RFU caduti nella Prima Guerra Mondiale e i 12 scomparsi nella Seconda. C’è solo “un’orgogliosa e grata memoria” rivolta a Poulton Palmer, a Mobbs, al principe Obolensky, a chi sparì nel fango di Fiandra, a chi fu sommerso dalle onde, a chi dal cielo non ebbe preferenze, a chi soffrì nella sabbia della Mesopotamia. A tutti loro.

 

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