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Uno scatto, una storia / Un posto veramente speciale

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Lunedì 20 Dicembre 2021

 

       zatopek-52 


Le foto in bianco/nero posseggono un pathos maggiore di quelle a colori? Parrebbe di sì, almeno sulle parete di questo museo della memoria allestito con le immagini di atletica che hanno costruito la storia e scandito le emozioni più durature.

Giorgio Cimbrico

Qualche giorno fa, ad illustrare una serie di riflessioni di Eliud Kipchoge, ormai transitato nel ruolo di grande saggio e di ispiratore (ma non ancora in pensione), World Athletics ha scelto la foto che testimonia l’inizio di una vicenda memorabile: la vittoria di Eliud nei 5000 mondiali di Parigi 2003. Chi non l’avesse vista, è pregato di farlo. Kipchoge, che non aveva ancora 19 anni, lasciò Hicham el Guerrouj a 4 centesimi e Kenenisa Bekele a 33” all’uno e all’altro venne negata la doppietta.

Kipchoge era sconosciuto e non era ben chiara la sua data di nascita. Gli ultimi 600 metri furono memorabili e drammatici e quel 12’52”79 è tuttora record dei Mondiali. Da allora Kipchoge è diventato il più grande maratoneta della storia: due ori olimpici come Bikila e Cierpisnki, 11 vittorie in 13 avventure sui 42 chilometri, il record mondiale, un’irruzione ufficiosa ma impressionante sotto le due ore.

La foto di diciotto anni fa è a colori ed è utile ad aprire un dibattito. Le foto bianco e nero posseggono un pathos maggiore? A parte servizi di moda e glamour, per guadagnare un po’ di quattrini, Robert Capa evitava le pellicole a colori, così come altri illustri colleghi e come il fotografo che scattò l’immagine, vera o artefatta che sia, dei marines che alzano la bandiera sul monte Suribahi o quello che fermò Roger Bannister nel momento in cui le colonne d’Ercole dei 4 minuti nel miglio stavano per essere varcate. L’elenco potrebbe continuare, investendo le stagioni della nostra vita – e magari anche quelle di esistenze non vissute e immaginate – e tutte le emozioni provate, miscelando passione e estetica.

In questo museo della memoria, i 5000 hanno un posto speciale, con un’immagine ormai non lontana dai 70 anni: la finale olimpica di Helsinki. La corsa visse il suo momento più alto e drammatico dopo la campana: l’attacco improvviso del giovane britannico Chris Chataway sorprese Emil Zatopek che perse cinque metri riuscendo a tornare sotto all’ultima curva. A quel punto Chataway, futuro aiutante di Bannister a Iffley Road, cadde inciampando nel cordolo,

Emil diede lo strattone decisivo, seguito a poco più di un metro da Mimoun e dal tedesco Schade. Un finale così drammatico non si vedeva ai Giochi dal tempo del confronto, a Stoccolma 1912, tra Kohlemainen e Jean Bouin, il piccolo e robusto francese caduto sul fronte occidentale nel primo autunno di guerra. Ma con un elemento nuovo: il 58”1 del ceko sull’ultimo giro. All’epoca, ritmo vertiginoso. Era nato un nuovo mezzofondo e il fenomeno aveva visto la luce proprio nella terra dei grandi iniziatori e nei Giochi che avevano avuto il vecchio Nurmi come ultimo tedoforo.

La foto assomiglia a un grande quadro storico, spietata come sanno esserlo solo le grandi istantanee: tutti e tre gli uomini che si stanno giocando le medaglie hanno la bocca spalancata e Chataway caduto è una macchia bianca che appena si intuisce laggiù. E di foto ne esiste un’altra: stretta in un modesto impermeabiluccio (un’estata agra e fredda fu quella offerta da Suomi), Dana sta per stampare un bacio sulla bocca di Emil. E questa è stata scattata il 27 luglio dopo che lui, cavallo e locomotiva, ha deciso di correre anche la maratona, la sua prima maratona, e se lui corre è per vincere, per ricevere dai 60.000 la scansione ammirata del suo nome: “Za-to-pek, Za-to-pek”: 2h23’03”, due minuti e mezzo sull’argentino Reinaldo Gorno che aveva inutilmente tentato di rinverdire la tradizione tracciata da Juan Carlos Zabala e, quattro anni prima, da Delfo Cabrera.

A questo punto, non resta che continuare nella ricerca delle istantanee che hanno lasciato il segno. I suggerimenti sono graditi.

 

 

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