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Osservatorio / Diack, l'uomo che non sapeva scegliere

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Venerdì 3 Dicembre 2021

 

diack


Riflessioni e ricordi personali dopo la morte di Lamine Diack, il discusso presidente che – disperdendo l’eredità di Nebiolo – ha portato la IAAF (e l’atletica) nei tribunali e sul banco degli imputati. In nome del figlio.

Luciano Barra

Prima mattina: mentre poltrivo a letto a Madrid mi ha raggiunto la notizia della scomparsa di Lamine Diack, alla bella età di quasi 88 anni. E come spesso capita ho passato la successiva ora a percorrere tutti i ricordi personali su Lamine Diack. Ed a costo di essere autoreferenziale li voglio condividere con i lettori di SportOlimpico. Il primo ricordo è quando a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta: si leggeva su di lui sulla “bibbia” dell’atletica di allora, il quotidiano sportivo francese L’Equipe, quale saltatore in lungo di buon valore. Credo che avesse 7.63 di record personale.

Le sue gare si incrociavano con quelle dell’altro francese Bracki ed del nostro Attilio Bravi. Per le Olimpiadi di Roma, gli ultimi due furono presenti. Lamine no. Ma forse fu un segnale perché proprio nei giorni dei Giochi romani il Senegal guadagnò la sua indipendenza. Storica la medaglia di bronzo nei 200 metri, quelli di Livio Berruti, di Abdulaye Seye sotto la bandiera della Francia: il giorno sarebbe stata del Senegal!

Poi per un decennio non ho avuto più modo di sentir parlare di Lamine Diack. Fino al 1970, al mio debutto ad un Congresso della IAAF di Stoccolma. Ricordo molto bene che in quel Congresso presieduto da Lord Exeter, lui, Lamine, e l’altro dirigente africano, Hassan Agabani, alzavano la mano per chiedere la parola. Ed Exeter, ignorandoli, batteva il suo martelletto di legno e diceva “next point”. Credo che gli africani da allora mal digerirono lo strapotere britannico nella IAAF.

Forse anche per questo, nel 1981, tutta l’Africa fu dietro a Nebiolo per la sua elezione a presidente della IAAF. Allora, auspice il patron dell’Adidas Horst Dassler, il grande gestore dei voti africani era un suo luogotenente tunisino, tale Hamuda, che collaborava anche con L’Equipe. Lamine a quei tempi spaziava fra essere Ministro dello Sport del suo paese, sindaco di Dakar e presidente del Comitato Olimpico Senegalese. La sua carriera politica terminò anni dopo quando provò a candidarsi, con poco successo, a presidente della Repubblica.

Ricordo che all’inizio degli anni Ottanta, in una delle tante riunioni che Nebiolo teneva a Roma con i membri del Consiglio della IAAF con l’idea di cambiare la faccia della Federazione Internazionale, Lamine, che era arrivato a Roma da un giorno e mezzo, era completamente assente dalle riunioni. Lo chiamai nella sua stanza, nell’albergo dove si tenevano le riunioni, e lui alla fine scese e mi disse: “Luciano, sai io ho 15 figli e 4 mogli e questa è un’occasione per recuperare le mie forze”.

Indubbiamente Lamine era una persona intelligente ed i suoi studi francesi lo facevano uno dei più acuti ed ascoltati dirigenti mondiali. Pur nonostante rimaneva un africano, pigro e inattendibile. Brillante e leader quando era all’estero, ma appena rientrava in Senegal si perdevano le sue tracce e non rispondeva a messaggi e telefonate. Ma nonostante ciò la sua carriera all’interno della IAAF cresceva e Nebiolo lo propose nel 1991 quale primo vice presidente. Malignamente posso dire che preferì lui a dirigenti più utili alla causa, come Ollan Cassell ed Arnie Ljungqvist, perché sapeva che Lamine mai si sarebbe candidato alla presidenza contro di lui. Mentre degli altri due, molto più bravi, non si fidava affatto. Ma più che mai, anche dopo aver assunto questo importante status, il suo contributo attivo era modesto.

Poi, alla fine degli anni Novanta, Lamine ebbe il suo colpo di fortuna quando nel 1999, all’improvviso, scomparve Nebiolo. Lui, già primo vice presidente, fu di fatto chiamato a gestire la transizione. E qui ebbe un grande alleato nel presidente del CIO di allora, Juan Antonio Samaranch. Infatti lo statuto della IAAF prevedeva che si convocasse un Congresso Straordinario per eleggere il nuovo Presidente. Samaranch sapeva che se ciò fosse avvenuto, il segretario generale di allora, l’ungherese Istvan Gyulai, sarebbe stato eletto. E lui non lo voleva perché Gyulai non gli piaceva. Invece Diack presidente, primo africano alla guida della più importante federazione olimpica, gli faceva comodo. Così fece in modo che non si andasse nel breve ad un Congresso, e anzi propose immediatamente, alla fine del 1999, Lamine Diack come membro del CIO. Ciò avrebbe accresciuto il suo potere.

Tra l’altro in quella Sessione del CIO, in quei giorni di fine 1999, dopo gli scandali di Salt Lake City, il CIO avrebbe cambiato profondamente le regole sui membri. Infatti, con la vecchia regola i membri del CIO rimanevano in carica fino ad 80 anni, mentre con la regola che entrava in vigore il giorno dopo l’approvazione, il limite d’età sarebbe sceso a 70 anni. Lamine, che allora aveva 67 anni, fu chiamato (e forzato) da Samaranch a giurare il giorno prima che le regole venissero cambiate. E grazie a ciò poté rimanere in carica fino agli 80 anni, altrimenti il suo mandato sarebbe scaduto tre anni dopo. Ricordo che Diack era restio ad arrivare a Losanna il giorno prima e che Samaranch dovesse fare di tutto perché ciò avvenisse. Lamine gliene fu a lungo grato, anche se al momento non aveva capito la ragione di quell’insistenza.

Purtroppo gli anni di presidenza nella IAAF di Lamine Diack non saranno ricordati nella storia dello sport in maniera esaltante. Lui galleggiò per due anni e poi venne formalmente eletto al Congresso del 2001 ad Edmonton, quando entrarono in consiglio Gianni Gola e Sergej Bubka. Lui da subito capì che la cosa avrebbe cambiato la sua vita, ma non nel senso che ognuno di noi, salito a quell’incarico, avrebbe interpretato. Lui era africano, forse anche un capo tribù per i suoi, e vide in quel momento la sua gloria da “spendere” solo in Senegal. Era il periodo in cui sognava di potersi candidare a presidente del suo paese. Per questo, con grande stupore di tutti, si portò a Dakar sia la Mercedes che la IAAF aveva a Roma sia alcuni dei bellissimi mobili che Nebiolo aveva nella sua raffinatissima sede romana di Via Bocca di Leone. E da allora cominciò a contornarsi di una corte di accoliti senegalesi che furono la sua rovina.

Ricordo che Elio Locatelli, che lo frequentava assiduamente a Dakar, mi raccontò che prima di lasciare Montecarlo dove la IAAF aveva la sua sede, ogni volta si faceva dare dall’amministrazione della IAAF qualche migliaio di dollari come suo personale argent-de-poche che, come arrivava a Dakar, buttava in un cassetto. Poi uno ad uno venivano figli, nipoti e parenti vari e lui a ciascuno regalava 50 dollari. E ciò si ripeteva ogni volta che tornava a casa. Un vero capo tribù.

Per dire come poco interessato fosse alla gestione della IAAF, nei primi mesi del suo mandato, nel 2000, permise al suo segretario generale di promuovere uno studio –, il famigerato “Beufort Report” –, che aveva come base lo scopo di cambiare “la struttura messa in piedi solo con lo scopo di servire il past presidente della IAAF”. Un progetto che ricordava da vicino le rivisitazioni del post stalinismo. In quell’occasione – erano ormai quasi dieci anni che avevo diviso la mia collaborazione con Nebiolo – tanto mi bollì il sangue che partì una mia lettera a Diack e Gyulai ed a tutto il consiglio della IAAF nella quale ricordavo, tra l’altro, come Nebiolo avesse trasferito la IAAF “dalla pizzeria ad un hotel a cinque stelle”. Ma nella stessa lettera, usando a piene mani famose frasi latine (Absit iniura verbis di Tito Livio, Nebiolo requiescat in pace, O tempora o mores di Cicerone, Parce Sepulto di Virgilio, Labor Omnia Vincit di Virgilio, Cum accusos alium propria pius inspice vitam di Catone, Homo homini lupus e Mors tua vita mea di Platone, Veritas odium perit di Terenzio) stigmatizzavo quel rapporto.

La reazione? Molto positiva da parte di molti membri del Consiglio della IAAF che poi furono messi a tacere quando fu deciso che l’argent-de-poche per la loro attività venisse raddoppiata. E questa fu la premessa ai successivi quindici anni. Ma questo fu anche l’inizio di una serie di mie lettere a Diack, che se avessero avuto modo di leggerle i giudici che lo hanno poi giudicato (e condannato), fra le righe avrebbero capito sin dall’inizio degli anni Duemila cosa stava accadendo.

Poi nel 2001 Tito Morale, che allora era vice segretario alla IAAF, in una lettera al Consiglio mise in evidenza tutta una serie di incongruenze e di favoritismi nei controlli doping di quel tempo, favoritismi politici sia chiaro. Nell’arco di una nottata fu esautorato dal suo incarico in modo arbitrario e per questo la IAAF fu costretta a pagare costosi indennizzi. Se lo avessero ascoltato, quanto è accaduto dopo forse non sarebbe successo. Anche in quel caso scrissi una lettera al consiglio della IAAF rimasta inascoltata.

Un’altra mia lettera che rimase famosa nell’ambiente della IAAF fu a metà del 2006, dopo i Giochi Olimpici di Torino. Ricordo che in quell’occasione l’ex presidente Juan Antonio Samaranch, che mi era stato sempre vicino anche nei momenti più difficili della mia collaborazione con Nebiolo, mi disse che durante i Giochi aveva incontrato Lamine Diack e, stante l’avanzata malattia, del segretario generale Istvan Gyulai, che scomparse proprio un mese dopo i Giochi, gli aveva suggerito di nominarmi al suo posto. Samaranch mi riferì che Lamine, contornato da alcuni dei suoi fidi consiglieri africani, aveva sdegnosamente rigettato l’idea. E’ chiaro che avevano capito che con me intorno non avrebbero potuto fare i loro comodi.

Alcuni mesi dopo, profittando di una nuova vicenda, inviai una nuova lettera a Lamine Diack, di sei pagine, tanti erano stati i suoi anni di presidenza, in cui enumeravo tutti gli errori che la IAAF stava facendo e perché l’atletica stava morendo. (Il più grave fu di interrompere l’accordo con l’Eurovisione e vendere i diritti televisivi direttamente, paese per paese. Suggerimento dei consiglieri di Lamine, figlio in testa, che vedevano in questa attività possibilità di lucro incredibili. La conclusione fallì miseramente e quando l’IAAF fu costretta qualche anno dopo a tornare nelle braccia dell’Eurovisione il contratto, che ai tempi di Nebiolo era di 120 milioni, si ridusse del 50%).

In quella lettera usai una frase che diceva che era ora che “la IAAF cambiasse pelle” riferendomi chiaramente ad un cambiamento di strategie e decisioni. Lamine chiamò l’allora presidente del CIO Jacques Rogge lamentandosi di questa mia lettera e considerando quella frase un riferimento al colore della sua pelle. Dopo Torino 2006 il CIO mi aveva proposto di far parte della Commissione di Valutazione dei Giochi Invernali del 2018. Devo dire che non ne ero rimasto esaltato ed avevo detto al presidente del CIO ed a Gilbert Felli che avrei preferito – vista l’esperienza di sette anni fatta nella Commissione di Coordinamento per Atene 2004 – entrare in quella di Coordinamento per i Giochi di Londra 2012. Il Presidente Rogge mi disse che aveva avuto tante richieste dai Membri del CIO e che non era possibile. Tra l’altro avevo ricevuto da pochi giorni una lettera dal CIO che mi diceva cosa “non potevo fare” una volta che fossi entrato nella Commissione di Valutazione per i Giochi Invernali 2018. Mi pare che non potessi parlare dei Giochi con nessuno, neanche con mia moglie.

Così quando Rogge mi chiamò per dirmi che era in difficoltà con Diack circa la mia posizione in quella Commissione, fui il primo a suggerirgli che avrei mandato una lettera di ringraziamento ma che avrei rianunciato all’incarico. Così feci ed alcuni mesi dopo iniziai a collaborare come consulente con la candidatura di Pyeonchang che poi vinse nella sessione del CIO di Durban 2011! Ed anche in quella occasione dovetti ascoltare perché i voti di Diack e degli altri africani dovevano essere considerati in cassaforte.

La mia ultima lettera a Diack ed al Consiglio fu nel 2013 quando incominciarono ad emergere le malefatte del doping con i russi. Altra lettera ignorata dal Consiglio. Che tristezza, specie alla luce di quanto avvenuto dopo.

La mattinata, poltrendo a letto, si era fatta lunga e l’ultimo ricordo era l’ultimo incontro avuto con Lamine Diack. Eravamo a Praga per i Campionati Europei Indoor del 2015. Mancavano pochi mesi alla Congresso elettivo della IAAF dove erano candidati Seb Coe e Sergej Bubka. D’accordo con Coe, con il quale a puro titolo onorario collaboravo, andai a parlare a Lamine Diack. Più di un’ora, che mi fece perdere molte gare. Era noto ai più che il figlio di Diack ed altri senegalesi del suo entourage tifavano e lavoravano per Bubka. Con lui avrebbero potuto continuare a metter in atto le loro malefatte. Lamine non si era pubblicamente espresso. Ed io in quella occasione gli dissi che lui sarebbe passato alla storia se avesse avuto il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con le attività del figlio. Ricordo che nel mio modesto francese gli dissi più volte la parola “couper”. Lui quando mi lasciò aveva le lacrime agli occhi e mi biascicò: “ma è il figlio a cui sono più legato perché ha avuto una vita difficile” e mi pare che dicesse che era anche figlio di una moglie che non c’era più.

La conclusione della mia riflessione mattutina non assolve di certo Lamine per le sue attività. Lui, a suo modo, era onesto. Onesto nella interpretazione africana (e di non pochi altri paesi). Ma aveva fatto l’errore di contornarsi di persone molto più disoneste di lui. E questa è la morale per tutti noi quando si arriva all’apice della carriera: “saper scegliere le persone di cui contornarsi”.
     

 

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