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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Il vichingo che corre contro se stesso

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Mercoledì 1° Dicembre 2021

 

warholm-09-21

 

Proviamo ad anticipare l'Oscar che la WA assegnerĂ  stasera. Tra Joshua Chetpegei, Ryan Crouser, Mondo Duplantis, Eliud Kipchoge e Karsten Warholm, noi azzardiamo sapendo giĂ  su chi puntare il nostro soldino. Certi di vincere.

Giorgio Cimbrico

“Non credo che il 9”58 di Bolt sia meglio di quel che ha fatto Warholm”: il giudizio è di Rai Benjamin che al nono ostacolo della finale olimpica tornò addosso a Karsten Warholm finendo per accendere le ultime scorte di furore agonistico del norvegese. Il risultato, 45”94 nei 400hs. E Benjamin a poco più di due decimi, 46”17, in fondo alla più strabiliante gara della storia sulla distanza che non perdona. Se nel ’68 a Messico Bob Beamon volò nel XXI secolo, in quali meandri del tempo si è addentrato il giovanotto che urla e si prende a schiaffoni prima di chinarsi sui blocchi, rigorosamente in settima corsia?

A 25 anni Warholm aggiunge al titolo europeo, ai due titoli mondiali, all’oro olimpico, ai due record del mondo, l’Oscar di Atleta dell’Anno assegnato da World Athletics. Era scontato perché quel tempo – “buono anche senza dieci ostacoli” ha detto qualcuno, trasognato – è una pietra di paragone che reggerà per chissà quanto, è un risultato strappato chiedendo e ottenendo da sé il cento per cento dell’energia, della forza mentale, senza perdere il filo della ritmica che governa il succedersi dei tratti piani e il superamento delle barriere. I 400hs hanno le cadenze di una sonata per pianoforte di Prokofev.

“La notte prima della finale – ha raccontato Karsten – ero inquieto, faticavo a prender sonno. Mi sembrava di esser tornato bambino, quando aspettavo Natale. Una sensazione che non avrei mai pensato di rivivere”. Il regalo è arrivato, gigantesco, due mesi dopo che Warholm aveva posto fine all’interminabile regno di Kevin Young, quasi 29 anni per passare da 46”78 a 46”70: “Per me un momento decisivo, soprattutto per il luogo: per un norvegese il Bislett di Oslo è un palcoscenico senza pari, con un pubblico grandioso. Ero felice e sentivo di avere ancora benzina nel serbatoio”.

E così il piccolo progresso è diventato una voragine a Tokyo, così profonda che qualcuno, fissato lo sguardo sul tabellone, pensò a una “panne” del cronometraggio. Invece, tutto regolare. “Il più grande momento della mia vita” ha offerto la mutazione finale di una distanza molto nobile che per lunghi anni aveva vivacchiato: Rai Benjamin, secondo, 46”17; Alison dos Santos, terzo, 46”72; Kyron McMaster, quarto, 47”08; Abder Samba, quinto, 47”12. Un record del mondo, tre record di area, europeo, nordamericano, sudamericano. Alessandro Sibilio, sotto i 48” in semifinale, potrà sempre dire: “io c’ero”.

Rivedendo le imprese di chi ha saputo affiancare vittoria olimpica e record del mondo, Warholm avrebbe dato venti metri a David Hemery, diciotto a John Akii Bua, una quindicina a Edwin Moses, almeno 8 a Kevin Young che da primatista del mondo ha tenuto molto a lungo, sino all’avvento del vichingo nato in un paese, Volda, posto in un intrico di bracci di mare, con un passato adolescenziale nel decathlon, con un futuro che lo porterà a nuove sfide, con e senza ostacoli.

 

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